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Realizzato in concomitanza con la Biennale di Venezia 2026 e promosso da Galleria Gaburro insieme alla Linda and Guy Pieters Foundation, il progetto mette in scena un dialogo serrato tra pittura e scultura, tra luce e materia
- Alessia De Michelis
- 07 aprile 2026
- 00’minuti di lettura
Scuola Grande di San Rocco, Venezia Sala Superiore, dettaglio dell’installazione: «Jan Fabre The Artist as A Stray Dog in His Basket», 2026
Foto: Andrea Rossetti
Jan Fabre alla Scuola di San Rocco, il primo artista vivente invitato a intervenire in questo contesto rinascimentale
Realizzato in concomitanza con la Biennale di Venezia 2026 e promosso da Galleria Gaburro insieme alla Linda and Guy Pieters Foundation, il progetto mette in scena un dialogo serrato tra pittura e scultura, tra luce e materia
- Alessia De Michelis
- 07 aprile 2026
- 00’minuti di lettura
Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoliAlla Scuola Grande di San Rocco, scrigno del monumentale ciclo pittorico di Tintoretto, prende forma uno dei progetti più attesi della stagione veneziana: «The Quiet Source», in programma dal 9 maggio al 22 novembre. Curata da Giacinto Di Pietrantonio e Katerina Koskina, la mostra segna un evento storico: Jan Fabre (Anversa, 1958) è il primo artista vivente invitato a intervenire in questo contesto emblematico del Rinascimento.
Realizzato in concomitanza con la Biennale di Venezia 2026 e promosso da Galleria Gaburro insieme alla Linda and Guy Pieters Foundation, il progetto mette in scena un dialogo serrato tra pittura e scultura, tra luce e materia. Tre opere in bronzo al silicio, disposte lungo l’asse centrale dell’edificio, instaurano una relazione diretta con i dipinti di Tintoretto, costruendo una «spina» simbolica che attraversa lo spazio come un Albero della Vita.
Le sculture («The Man Who Holds the Sword (Oath of My Father)», «The Artist as a Stray Dog in His Basket» e «The Man Who Cuts the Grass») compongono una trilogia dedicata a memoria, famiglia e mitologia personale. I corpi sono quelli dell’artista, ma i volti appartengono al padre Edmond e al fratello Emiel, generando una riflessione intima che si innesta nella dimensione collettiva del luogo.
Dal gesto solenne del giuramento cavalleresco alla vulnerabilità del corpo piegato a terra, fino alla dimensione partecipativa dell’ultima scultura, su cui il pubblico è invitato a sedersi, Fabre costruisce un percorso che intreccia lutto, spiritualità e trasformazione. La luce, elemento cardine della pittura veneziana da Tiziano a Paolo Veronese, trova qui una nuova declinazione nella superficie vibrante del bronzo, capace di amplificare la percezione e sospendere la materia in una dimensione quasi immateriale.
Ne emerge un confronto non oppositivo ma dialogico, in cui passato e presente si rispecchiano, riaffermando l’atemporalità dell’esperienza artistica.