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Una scena delle «Storie di san Glisente», XV secolo, nella Chiesa di San Lorenzo sopra Berzo Inferiore

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Una scena delle «Storie di san Glisente», XV secolo, nella Chiesa di San Lorenzo sopra Berzo Inferiore

In Valle Camonica, tra pievi e chiesette affrescate, un tesoro di colori

Straordinario museo diffuso, la vallata lombarda è punteggiata di interni affrescati tra XIV e XV secolo, prevalentemente da Giovan Pietro da Cemmo, il più noto e prolifico pittore del Rinascimento camuno, periferico ma vivido e vivacissimo

Virtus Zallot

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Forse ignare degli illustri precedenti dipinti per fingere una finzione talmente credibile da trarre in inganno persino la natura, una mosca zampetta su una ciliegia, una sul collo del cane vicino a Giuda e un’altra sulla panca dove Giuda siede. Sulla tovaglia spiccano gamberi di fiume già sbocconcellati, un grosso granchio, pani, pesci, salini colmi del prezioso contenuto e molti bicchieri e bottiglie riempiti di vino rosso. Mentre (come narrato nei Vangeli) Gesù porge a Giuda il boccone, gli apostoli pasteggiano rispettando le buone maniere di quel 1476 in cui l’«Ultima cena» fu affrescata: con intento didattico dottrinale anche se, probabilmente, molti vi scorgevano soprattutto il sogno di cibo abbondante e buono. 

Nella piccola Chiesa di San Lorenzo (abbarbicata sopra l’abitato di Berzo Inferiore, in Valle Camonica, provincia di Brescia) altri pittori avevano e avrebbero dipinto molte Madonne e parecchi santi, alcuni episodi della vita di Gesù e l’intera vita di san Lorenzo, illustrata da un pittore fantasioso e talora aspro. Le «Storie di Glisente», santo che la devozione locale e popolare aveva affiancato al più illustre titolare Lorenzo, hanno invece una grazia che oggi definiremmo tardogotica. Entro un delizioso paesaggio unificato (ricamato da piante che spalancano foglie e fiori), Glisente compare prima in veste di cavaliere quindi di eremita, ritiratosi nei pascoli alti dove gli stessi frequentatori della chiesa conducevano gli animali in estate. Alle sue spalle sbuca un enigmatico pastore (o pellegrino) armato di olifante. Il santo munge una placida pecora e riceve i pomi da un’orsa, grato del cibo che giornalmente il Signore gli inviava. Compare, infine, al momento del trapasso: è inginocchiato in preghiera accanto alla chiesetta che lì sorgerà (ma che il pittore già ha fatto sorgere), mentre una colomba fa cadere dal cielo alcune foglie per invitare i pastori a erigerla. Quella chiesa, a 1.956 metri di altitudine, conserva ancora la rudimentale e splendida cripta romanica ricavata entro l’anfratto dove, secondo la leggenda, il santo visse e morì. 

Già ricchissima di figure e colori, San Lorenzo (dove siamo ritornati) accolse in seguito una cappella laterale dedicata a Sebastiano, Fabiano e Rocco e, nel 1504, affrescata da Giovan Pietro da Cemmo con le immagini dei santi titolari e con le «Storie di san Sebastiano e di san Rocco». Dopo il Concilio di Trento la chiesa fu sostituita, nelle funzioni correnti e principali, da quella più ampia e accessibile (eretta infatti in paese) conforme alle aggiornate disposizioni architettoniche e iconografiche. La stessa sorte toccò a molte, in Valle Camonica, declassate ma non distrutte o ricostruite e, per questo, «imbalsamate» nel loro aspetto quattro-cinquecentesco: dunque scrigno di testimonianze artistiche e architettoniche e di usi devozionali e liturgici altrove, e altrimenti, perduti. Tale geografia del sacro include numerose chiese di fondazione romanica, alcune pressoché integre (come la Pieve di San Siro a Cemmo e la cluniacense Chiesa di San Salvatore a Capo di Ponte), altre di cui si conservano tratti di muratura e intere absidi, inglobati in costruzioni di epoca successiva.

Il «Polittico Federici» di Giovan Pietro da Cemmo conservato nella Chiesa di Santa Maria Assunta a Esine

Straordinario museo diffuso, la Valle Camonica è punteggiata di interni affrescati nel corso del XIV e, soprattutto, XV secolo, prevalentemente a opera di Giovan Pietro da Cemmo, il più noto e prolifico pittore del Rinascimento camuno. Nella Chiesa di Santa Maria Assunta a Esine, per esempio, egli realizzò tanto i dipinti votivi dell’aula quanto quelli del presbiterio. Tra i primi spicca il polittico voluto dalla potente famiglia dei Federici, comprensivo di ben tre Madonne (diverse poiché interpreti di diverse riflessioni teologiche sulla maternità della Vergine e sul ruolo del suo figlioletto) e sei santi. I dipinti dell’area presbiteriale, introdotti dall’Annunciazione posta sull’arco santo (con l’angelo a sinistra e la Vergine a destra che, significativamente, inquadrano la grande Crocifissione del fondale), sviluppano un complesso programma iconografico che culmina, sulla volta, con un Paradiso dominato da un maestoso Cristo Giudice. La vasta produzione di Giovan Pietro da Cemmo, che lavorò in numerosissime chiese in tutta la Valle, meriterebbe maggiore attenzione (e certo un’indagine più approfondita) quale testimonianza di un Rinascimento minore e periferico ma vivido e vivacissimo: uno dei molti che compongono lo straordinario Museo diffuso d’Italia. 

Con la sua efficiente bottega egli decorò, per esempio, la Chiesa di Santa Maria Annunciata a Bienno. Se ne conservano gli affreschi dell’aula: dipinti votivi, un Trionfo della morte e un vasto ciclo dedicato alla vita di san Francesco. Rimangono inoltre le vezzose Sibille affacciate dal sott’arco dell’arco santo, oltre agli Evangelisti e ai Dottori della Chiesa sulla volta del presbiterio. Intorno al 1540, i suoi affreschi sulle pareti del presbiterio furono invece sostituiti dalle «Storie della Vergine» di Gerolamo Romanino

Oltre che al più noto e celebrato ciclo in Santa Maria della neve a Pisogne, Romanino lavorò infatti sia a Bienno che (intorno al 1535) in Sant’Antonio a Breno. Le tre chiese camune in cui operò erano di proprietà delle comunità locali (oggi, infatti, di proprietà comunale), condizione che certo favorì l’accettazione delle sue forme anticlassiche (altrove rifiutate) e, soprattutto a Breno, l’adozione di soluzioni iconografiche non convenzionali. In Sant’Antonio, infatti, si svolgeva la cerimonia di insediamento dei «Capitani di Valle», nominati dal Governo veneto. Proprio in relazione a tale funzione anche civica, Romanino dispiegò sulle pareti del presbiterio tre episodi tratti dal Libro di Daniele che fungevano da exempla, rammentando come spettasse a Dio conferire il potere e toglierlo a coloro che non lo esercitassero in modo degno. Eccetto una, le scene dipinte presentano vaste lacune che tuttavia non impediscono di cogliere l’intelligenza compositiva e la maestria esecutiva di Romanino, che tracciò le figure con veloci pennellate acquose. 

I suoi personaggi sgradevoli (e a lungo sgraditi) e il suo linguaggio «dialettale» (Giovanni Testori) si reincarnarono duecento anni dopo nella Via Crucis di Cerveno, le cui stazioni (messe in scena entro cappelle che si affacciano lungo una scala santa) sono interpretate da straordinarie statue a grandezza naturale. Inserita nel 1979 (primo sito in Italia) nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco per la sua arte rupestre, la Valle Camonica offre dunque anche e ben altro. Espressione di un territorio ricco e culturalmente attivo (pur montano e periferico, a smentire non pochi pregiudizi), essa conserva significative testimonianze di epoca romana, tra cui i resti di un santuario dedicato a Minerva e quelli del teatro e dell’anfiteatro di Civitas Camunnorum, oggi Cividate Camuno. Proprio a Cividate ha, inoltre, sede (rinnovato nel 2021) il piccolo ma impeccabile Museo Archeologico Nazionale della Valle Camonica. Oltre il lunghissimo Medioevo, il Cinquecento e il Barocco hanno depositato una miriade di opere, delle quali si conserva, per esempio, un vastissimo repertorio di arredi liturgici lignei sei-settecenteschi altrove spesso sostituiti e perduti.

Vale dunque la pena di indossare scarpe comode: per scoprire un’arte oltretutto dislocata entro un territorio che, nel 2018, l’Unesco ha riconosciuto Riserva della Biosfera, in considerazione della sua biodiversità: dal Lago d’Iseo (su cui si affaccia Pisogne con il suo Romanino) al Passo del Tonale (in prossimità del quale sorge la piccola chiesa francescana realizzata da Giovanni Muzio nel 1956 e decorata dall’artista francescano Costantino Ruggeri). Tra tali estremi, longitudinali e altimetrici, vi attende una profusione di colori sia naturali che artistici probabilmente inaspettata, di certo da scoprire.

Particolare della scena «Ingresso di Maria Bambina al tempio», 1540 ca, parte delle «Storie della Vergine» affrescate da Gerolamo Romanino nella Chiesa di Santa Maria Annunciata a Bienno

Virtus Zallot, 28 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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