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«GIORGIO MORANDI. Un luogo dell'infinito», alla Galleria d'Arte Maggiore G.A.M. di Parigi

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«GIORGIO MORANDI. Un luogo dell'infinito», alla Galleria d'Arte Maggiore G.A.M. di Parigi

Il tempo sospeso di Giorgio Morandi: a Parigi la pittura diventa luogo dell’infinito

La Galleria d'Arte Maggiore G.A.M. apre nella sua sede parigina una mostra che mette a confronto le celebri nature morte del maestro bolognese con le opere di Spalletti, Lee Ufan, Albers e Fontana

Alberto Camogli

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Essere così resistenti da attraversare le stagioni dell'arte senza scalfitture; oppure talmente leggeri da esistere in un perenne tempo sospeso: queste le vie che che gli artisti, forse solo i migliori artisti, hanno percorso per evitare di invecchiare. Forse all'una, forse all'altra, forse entrambe. Di certo, almeno ad una delle due categorie appartiene Giorgio Morandi, la cui pittura, «tacitamente fedele a se stessa benché diversa attraverso variazioni impercettibili», non ha mai smesso di interrogare il presente, opponendo alla frenesia dei linguaggi un rigore fatto di bottiglie, ciotole e toni polverosi. Poetica che, nel quarantennale della celebre monografica promossa all'Hôtel de Ville di Parigi nel 1987, la Galleria d'Arte Maggiore G.A.M. torna a celebrare nella capitale francese con la mostra «Giorgio Morandi. Un luogo dell'infinito» (fino al 5 novembre negli spazi al 208 di Boulevard Saint Germain), riannodando i fili di una vicenza artistica che continua a rivelarsi attuale.

La rassegna si struttura come una sequenza di serrati cortocircuiti visivi, mettendo in relazione le tele del maestro bolognese con i protagonisti del secondo Novecento e della ricerca contemporanea. Dalla natura morta accostata alla sensibilità monocroma di Ettore Spalletti, in un ideale richiamo al memorabile allestimento felsineo del 2014, dove l'artista abruzzese ridipinse le pareti della galleria per creare un'unica atmosfera impalpabile, si passa all'intima essenzialità delle composizioni di Lee Ufan. Nel lavoro dell'artista coreano, esposto accanto a una rara «Natura morta» del 1941 appartenuta allo storico dell'arte Francesco Arcangeli, il segno si fa gesto misurato e contemplazione, rivelando la comune tensione verso una figurazione che sfiora l'astrazione concettuale.

Il percorso parigino indaga poi la costruzione formale delle opere attraverso il confronto con Josef Albers. La serrata serialità con cui Morandi dispone i suoi oggetti quotidiani trova un corrispettivo geometrico nella serie Homage to the Square, dove la sovrapposizione dei quadrati analizza la percezione del colore e la scansione dello spazio su piani differenti. Infine, la materia luminosa morandiana si specchia nei fari concettuali di Lucio Fontana, i cui celebri tagli non negano la pittura ma aprono la superficie verso una dimensione ulteriore, trasformando la tela in un varco spaziale che ricalca l'aspirazione di Morandi a fenomenizzare l'invisibile.

A completare la ricognizione - arricchita dagli omaggi di Arman, Bertozzi & Casoni, César e Dadamaino - è la contemporanea pubblicazione del volume «Giorgio Morandi. Mark Rothko», edito dalla Fondazione Calarota e da Dario Cimorelli Editore. Nato da un'intuizione di Franco Calarota e sviluppato con il contributo della National Gallery di Washington D.C. e di Christopher Rothko, il testo approfondisce l'inedito e profondo punto di contatto tra le campiture fluttuanti del maestro dell'Espressionismo Astratto americano e la pittura di via Fondazza. Entrambi, muovendo da premesse distanti, hanno saputo trasformare la stesura pittorica in uno spazio privo di cronaca, dimostrando come per Morandi la pittura non fosse un semplice esercizio di stile, ma un reale, inesausto luogo dell'infinito.

«GIORGIO MORANDI. Un luogo dell'infinito», alla Galleria d'Arte Maggiore G.A.M. di Parigi

«GIORGIO MORANDI. Un luogo dell'infinito», alla Galleria d'Arte Maggiore G.A.M. di Parigi

Alberto Camogli, 13 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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