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Elisabetta Matteucci
Leggi i suoi articoliHo sempre pensato alla professione del regista come a una delle più intriganti per il privilegio di raccontare storie attraverso immagini in movimento. Anche lo scrittore sperimenta un simile piacere, ma lavora in una condizione più astratta e, soprattutto, in solitudine, chiedendo indirettamente al lettore di essere un coautore della storia. Ciò che, invece, rende ai miei occhi più affascinante il mestiere dell’antico «capocomico» è il suo riuscire a materializzare, di quella singola storia, il contenuto, facendo leva su due dei nostri sensi più raffinati come la vista e l’udito uniti, naturalmente, alla capacità di comprensione. Ma non è tutto. Nel montaggio finale a corredo di quelle immagini proiettate sarà aggiunto l’accompagnamento musicale, la colonna sonora del film. Ecco, l’essenza del cinema risiede tutta in quel misterioso connubio, in quella personalissima capacità di unire racconto, immagini e suoni, ciò che è comunemente chiamata la natura multimediale del prodotto filmico. E sarà proprio l’utilizzo congiunto di questi tre canali espressivi, che diverranno distintivi dello stile e del linguaggio di ciascun regista, a suscitare nel pubblico un’emozione immediata e contagiosa. Un vero e proprio prodigio raggiunto con un uso sapiente di ritmi e di pause destinato a generare nel pubblico un’esperienza profondamente immersiva e viscerale. Ma vi è un’altra peculiarità del lavoro del «réalisateur» che da sempre mi affascina ed è l’impegno nel riuscire a riconoscere, attraverso numerosi provini, le sembianze e le fattezze dei personaggi così come li ha esattamente prefigurati nella mente.
Nella storia del cinema gli esempi di questa felice narrazione visiva si sprecano. Il primo che mi sovviene è Robert Powell, alias «Gesù di Nazareth», il cui sguardo penetrante si è imposto indelebilmente nella coscienza comune grazie alla felice intuizione di Franco Zeffirelli. E mi domando se Giuseppe Tornatore, girando «Nuovo Cinema Paradiso», avrebbe ottenuto lo stesso successo qualora il protagonista Totò non fosse stato interpretato magistralmente dal piccolo Salvatore Cascio e poi, in età adulta, da Jacques Perrin.
È proprio l’occhio di entrambi ad accompagnarci per mano dentro a una storia che, per la sua profonda verità escatologica, riguarda ciascuno di noi. È il racconto del nostro sguardo, del comune modo di essere e di porsi nei confronti della vita che, con il trascorrere degli anni, da candido, stupefatto e grato si fa disilluso e disincantato, quasi che la saggezza conquistata con l’esperienza suggerisse un sano distacco per prepararsi al dolore maggiore, quello della perdita. E che dire del tormentato Noodles di «C’era una volta in America»? In quell’opera onirica e monumentale Sergio Leone fa pronunciare a Robert De Niro, alias David Aaronson: «Longtemps, je me suis couché de bonne heure», che è l’incipit narrativo forse più celebre di tutti i tempi destinato a divenire una delle battute più iconiche della storia del cinema.
Il talento di Proust è talmente impresso in tutti i suoi devoti, ma forse anche nell’immaginario comune quel suo aspetto profondamente flâneur (così come ci è stato consegnato nel ritratto, probabilmente nato a figura intera, che l’amico Jacques-Émile Blanche gli dedicò nel 1892) che lo identifichiamo proprio in quell’elegantissimo ragazzo dall’espressione meditabonda e malinconica. Ed è un’immagine fortemente evocativa in cui il timido ventunenne, destinato di lì a pochi anni a dare vita a un romanzo che si rivelerà un’imponente cattedrale di idee e parole, un eterno monumento di riflessione e di scrittura, ci appare con tutti gli attributi di un dandy decadente. I capelli corvini, lucidissimi e impomatati incorniciano l’ovale perfetto del volto, caratterizzato da una carnagione candida e quasi emaciata. Ad animarlo sono due occhi vellutati, pieni di languida vaghezza e labbra carnose, umide e socchiuse sormontate da un architrave di baffetti sottili e spioventi.
Blanche non usa un nero piatto. Lo sfondo e l’elegante abito del giovane dandy, arricchito da un’orchidea Cattleya bianca appuntata nella boutonnière del bavero sinistro della giacca, sono realizzati attraverso una sovrapposizione di toni scuri che creano quell’effetto cromatico cangiante tipico del piumaggio delle ali di corvo: un nero profondo che riflette sfumature bluastre, talvolta sfocianti in un verde-pavone, esaltato dal contrasto con il pallore del volto. Marcel è un giovane cronista, ha da poco intrapreso l’attività letteraria collaborando alla rivista «Le Banquet» fondata da un gruppo di suoi amici quali F. Gregh, J. Bizet, D. Halévy, R. Dreyfus e R. de Flers a cui si uniranno in un secondo tempo L. Blum e G. de Caillavet. Nell’inverno di quell’anno frequenta abitualmente uno dei salotti più ambiti di Parigi, quello dell’affascinante Laure Hayman, da cui trarrà spunto nel creare il personaggio di Odette de Crécy. E in primavera si innamorerà di un’altra «salonnière», la contessa Laure de Chevigné, nata de Sade, fonte d’ispirazione per alcuni suoi tratti della figura della duchessa di Guermantes. La condizione di celibe unita a un’acuta e critica osservazione della società e dell’ambiente circostante, gli permetterà di registrarne e trascriverne tutte le inquietudini, i vezzi, le intermittenze del cuore, i vizi, le ossessioni e le afasie. Compito troppo arduo, per non dire impossibile, pensare di riversare quell’olimpica opera letteraria dalla struttura circolare in un prodotto filmico.
Lo stesso Luchino Visconti, impegnato nei primi anni Settanta a buttare giù una sceneggiatura acefala della Strada di Swann, ma non per questo meno dettagliata, insieme a Suso Cecchi d’Amico ed Enrico Medioli, con il coinvolgimento del grande Pierino Tosi, sarà costretto a rinunciarvi per problemi di budget. Ma come l’Odissea, la Commedia o altri testi assurti per la loro intima grandezza a patrimonio collettivo, anche la Recherche continua a essere protagonista di fenomeni di reviviscenza, a dispensare con immutata generosità frammenti del suo trasversale messaggio travalicando secoli e ambiti.
Non senza un moto di commozione, infatti, diciannove anni fa accompagnando i figli al cinema a vedere un incantevole film d’animazione, «Ratatouille», girato davvero in uno stato di grazia da Brad Bird e prodotto dalla Disney Pixar, avrei inaspettatamente assaporato ancora l’ineguagliabile talento di Proust. La trama ci porta a Parigi dove Rémy, un simpatico e curioso roditore dotato di un olfatto e di un gusto raffinatissimi, nutre l’ambizione di diventare un grande chef. Stringe un’amicizia con Alfredo Linguini, il giovane e maldestro lavapiatti di un ristorante e, nascosto sotto la toque blanche, ne controlla segretamente i movimenti guidandolo nella scelta degli ingredienti e nelle dosi, aiutandolo così a creare piatti veramente prelibati.
In occasione dell’esame di fronte all’ostile e spietato critico gastronomico Anton Ego, nomen omen, il topolino, una volta scoperto, riuscirà a vincere il suo iniziale scetticismo e a convincerlo che il talento può risiedere in ogni persona indipendentemente dalle origini e dalla classe sociale. Sarà lo stesso Ego, infatti, ad ammettere suo malgrado che: «Non tutti possono diventare dei grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque». La narrazione di questa straordinaria vicenda, ricordo bene, tocca il culmine quando il giornalista assaggia la ratatouille: uno shock fisico lo investe abbattendosi come un uragano su tutta la sua persona. Quella piccola porzione ingerita, alla stregua della madeleine offerta allo scrittore da Tante Léonie, riesce a sbloccargli, involontariamente, un ricordo dando inizio al recupero di un momento passato. Di colpo è proiettato indietro nel tempo, in un preciso giorno della sua infanzia quando, caduto di bicicletta e tornato a casa molto triste, aveva trovato ad attenderlo la succulenta ratatouille amorosamente preparata dalla madre, capace di fargli riacquistare il buonumore.
La lettura della recensione che lui redigerà su quello strano e surreale ristorante il cui chef è incredibilmente un ratto, quasi un monologo interiore pronunciato con la sua voce solenne e profonda, rappresenta una delle riflessioni più lucide e poetiche sul mestiere del critico: «Per molti versi la professione del critico è facile: rischiamo molto poco, pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il proprio lavoro al nostro giudizio. Prosperiamo grazie alle recensioni negative, che sono uno spasso da scrivere e da leggere, ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che, nel grande disegno delle cose, anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale. Ma ci sono occasioni in cui un critico qualcosa rischia davvero, ad esempio nello scoprire e difendere il nuovo. Il mondo è spesso avverso ai nuovi talenti e alle nuove creazioni: al nuovo servono sostenitori! Ieri sera mi sono imbattuto in qualcosa di nuovo, un pasto straordinario di provenienza assolutamente imprevedibile. Affermare che sia la cena sia il suo artefice abbiano messo in crisi le mie convinzioni sull’alta cucina è a dir poco riduttivo: hanno scosso le fondamenta stesse del mio essere».
Una menzione a parte merita la colonna sonora, composta dall’italoamericano Michael Giacchino e candidata ai Premi Oscar del 2008. Rende perfettamente lo stile parigino e retrò soprattutto nel delizioso brano principale «Le Festin», interpretato dalla cantautrice francese Camille.
Elisabetta Matteucci
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