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Elisa Carollo
Leggi i suoi articoliIl maggio dell’arte a New York è sempre una prova di resistenza: per i collezionisti, per gli addetti ai lavori e per un mercato chiamato a misurare in pochi giorni il proprio grado di tenuta. Con più di sei fiere in città e circa «1 miliardo di dollari di aste» sullo sfondo, l’impressione generale non è stata quella di un ritorno all’euforia facile ma di un sistema più selettivo, informato e attento a prezzi, provenienze e profili istituzionali. Le vendite ci sono state, anche importanti, ma il ritmo è apparso più calibrato: meno frenesia indiscriminata, più attenzione alla solidità dei percorsi. Il pubblico, intanto, è sembrato decisamente più locale e nazionale, con pochi visitatori asiatici e una presenza europea, inclusa quella italiana, molto contenuta.
Frieze New York ha confermato il suo ruolo di termometro più diretto del contemporaneo. Le vendite sono arrivate fin dal primo giorno su fasce diverse. Come già riportato in un articolo dedicato, White Cube ha piazzato due opere di El Anatsui rispettivamente a 2,2 e 1,9 milioni di dollari, un Antony Gormley a 450mila e un lavoro di Howardena Pindell a 275mila; Pace ha venduto opere del dialogo tra Maya Lin e Leo Villareal, con prezzi tra 110mila e 160mila dollari; Almine Rech ha riportato la vendita di un James Turrell intorno a 900mila-1 milione. Gagosian ha registrato vendite per artisti del proprio roster, tra cui una versione print del murales di Derrick Adams a Venezia, mentre Hauser & Wirth ha puntato su un booth interamente femminile, da Cindy Sherman a Louise Bourgeois, Lee Bul, Jenny Holzer, Avery Singer e Lorna Simpson. Bene anche i booth più curati e le presentazioni personali: James Cohan ha venduto sette lavori di Kelly Sinnapah Mary, con prezzi tra 20mila e 95mila dollari, mentre Perrotin ha dedicato il proprio stand a Genesis Belanger, in dialogo con la sua prossima commissione pubblica per Public Art Fund. Forte poi la presenza latinoamericana, soprattutto da Brasile e Messico: la messicana OMR ha trovato acquirenti per diverse tele di Pia Camil, a 45mila dollari ciascuna, mentre Mitre Galeria di San Paolo, promossa nella sezione principale, ha venduto nove opere tra 5mila e 36mila nella sola preview.
Aperta nello stesso giorno di Frieze, il 13 maggio, NADA, allo Starrett-Lehigh Building, ha restituito il polso più giovane e accessibile del sistema. L’apertura non ha certo visto la corsa all’acquisto del periodo post-pandemico, ma tra i 110 espositori, più della metà al debutto, le vendite sono arrivate soprattutto dove i prezzi erano calibrati sotto i 10mila dollari. Feia ha esaurito la personale di Marianna Peragallo, con lavori tra 1.600 e 3mila dollari; LATITUDE ha venduto il 90 percento del booth dedicato al giovane artista cinese Shangfeng Zhang nelle prime ore, con opere sotto i 3mila dollari; Yiwei Gallery ha piazzato otto dipinti di Kay Seohyung Lee tra 950 e 3.500 dollari. Spinello Projects ha venduto metà del booth di Esai Alfredo, con prezzi tra 3.500 e 25mila dollari, mentre Kates-Ferri ha venduto tre opere di Justin Lim nella fascia compresa tra 10mila e 15mila dollari. Da segnalare anche Capsule Shanghai, galleria italiana nonostante il nome, al debutto a NADA con l’installazione monumentale «Male Fantasies» di Douglas Rieger: una potente anatomia di corpo, macchina, desiderio e vulnerabilità.
Lo stand di Axel Vervoordt a TEFAF
Lo stand della Galleria d’Arte Maggiore g.a.m. a TEFAF
Inaugurata il giorno seguente, il 14 maggio, TEFAF ha portato invece ancora una volta il suo flair europeo a New York, tra capolavori e champagne. Per la sua 12esima edizione alla Park Avenue Armory, la fiera ha riunito 90 espositori tra moderno, contemporaneo, antichità, design e gioielli, aprendo con presenze record e vendite rapide. La galleria italiana ML Fine Art ha venduto un «Mao» di Andy Warhol già nella prima ora, mentre Mennour ha ceduto un «Concetto Spaziale» di Lucio Fontana per 2,3 milioni di dollari. Galleria d’Arte Maggiore g.a.m. di Bologna ha a sua volta riportato vendite per una «Natura morta» di Giorgio Morandi del 1946, una«Lampadina» di Giosetta Fioroni e un prototipo dell’iconico «Souvenir de la déjeuner en fourrure» di Meret Oppenheim.
«Tornare a New York è sempre un’occasione per incontrare i nostri collezionisti, che negli anni sono diventati anche amici», ha commentato Alessia Calarota, oggi alla guida della galleria, ricordando il rapporto costruito con la città dal 2007, tra The Armory Show e TEFAF New York, e le collaborazioni istituzionali, inclusa quella con il Metropolitan Museum per la grande mostra dedicata a Morandi nel 2008. Alcune mega blue-chip hanno puntato su focus personali di talenti contemporanei, subito sold out o quasi: Lévy Gorvy Dayan con i piccoli dipinti intimi di Jenna Gribbon, Gagosian con le scintillanti sculture «Bad Fruit» di Kathleen Ryan e Gladstone, che ha venduto 20 opere della pittrice ceca Anna Zemánková tra 75mila e 125mila dollari. Thaddaeus Ropac ha registrato il tutto esaurito con il debutto statunitense di Eva Helene Pade, con grandi tele tra 160mila e 200mila e tre opere collocate in istituzioni americane. Tina Kim ha venduto due dipinti di Ha Chong-Hyun, rispettivamente a 390mila e 25mila, due lavori di Kibong Rhee a 100mila ciascuno e un’opera di Pacita Abad a 200mila. Axel Vervoordt ha riportato l’attenzione sull’italiana Ida Barbarigo con opere tra 12mila e 70mila dollari e vendite anche istituzionali. Sul fronte delle antichità, David Aaron ha venduto nelle prime ore VIP una stele egizia di 3.300 anni, con prezzo di listino di 600mila dollari, mentre Galerie Chenel ha ceduto un torso romano in marmo del I-II secolo d.C., presentato in dialogo con ceramiche di Picasso. Dopo i recenti risultati d’asta, forte la presenza anche del design tra Giacometti, grandi maestri del XX secolo e presentazioni più museali come quella di Friedman Benda, costruita intorno a una rara «Red Blue Chair» di Gerrit Rietveld; sul piano delle vendite, Modernity ha ceduto un tavolo di Finn Juhl e sei sedie di Ole Wanscher, entrambi a 115mila dollari mentre Friedman Benda aveva già venduto in preview opere di Joris Laarman, nendo e Frida Escobedo.
Nel frattempo, Independent, trasferita a Pier 36, ha offerto forse la pausa più respirabile della settimana. La nuova sede è meno centrale, ma lo spazio più ampio ha permesso alle presentazioni di avere più respiro, un elemento non da poco in una settimana dominata dall’accumulo visivo e informativo. Con il 70% dei booth in formato solo o fortemente focalizzato, la fiera ha mantenuto la sua identità più curatoriale. Vielmetter Los Angeles ha riportato due opere riservate per musei e diverse altre già opzionate nel booth con Samuel Levi Jones, Robert Pruitt e Nate Lewis. Silke Lindner ha venduto la maggior parte dei lavori di Nina Hartmann, con prezzi tra 7mila e i 16mila dollari; Tomio Koyama Gallery ha venduto più opere di Rika Minamitani, tra 5mila e 22mila; Charles Moffett ha venduto due arazzi di Silvia Heyden per 14mila e 18mila. Kiang Malingue ha piazzato circa metà del booth di Tseng Chien-Ying, con lavori tra 12mila e 27mila dollari. Presente in fiera anche SECCI, con un solo booth dedicato a Omar Mismar, artista libanese già visto all’ultima Biennale di Venezia: opere tra 9.500 e 26mila dollari, una piccola opera venduta e due grandi mosaici opzionati.
Attorno ai poli principali, le fiere satelliti Future Fair e 1-54 hanno ricordato che la scoperta avviene spesso nei formati più contenuti. A Future Fair, Gillian Jason ha quasi esaurito la personale di Colette LaVette, con opere tra 2mila e 7mila, mentre Feia ha presentato Paul Anagnostopoulos, con lavori tra 1.500 e 8mila, ottenendo vendite ma soprattutto visibilità e nuove connessioni in vista dell’apertura del suo primo spazio fisico a L.A. A 1-54, Candice Tavares da Tanya Weddemire Gallery ha venduto diverse opere in preview, con prezzi tra 7mila e 9.800, e l’intera presentazione era venduta entro domenica; Aaron Kudi da Adegbola Gallery ha venduto due dipinti a 7mila ciascuno e un lavoro più piccolo a 2mila dollari.
Nel complesso, New York ha restituito l’immagine di un mercato meno febbrile ma più leggibile: meno euforia indiscriminata, più attenzione a contesto, istituzioni, provenienze e sostenibilità dei prezzi. Non un ritorno al boom, ma forse qualcosa di più interessante: una settimana in cui il valore non sembrava più coincidere solo con la velocità della vendita, ma con la capacità delle opere e delle gallerie di sostenere una narrazione nel tempo e una relazione concreta con i collezionisti locali.
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