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Elisa Carollo
Leggi i suoi articoliArt Basel Qatar è il miraggio di un nuovo modello di fiera dove il mercato incontra il sistema istituzionale e statale, lasciando spazio alla sperimentazione? L’edizione inaugurale (5-7 febbraio) nel Golfo è stata accompagnata da aspettative e molte promesse. Alcune mantenute, altre meno. Dal 3 febbraio al weekend di apertura, a Doha è atterrato un numero consistente di addetti ai lavori, affiancato da un gruppo più ristretto di collezionisti internazionali spinti soprattutto dalla curiosità di vedere come avrebbe preso forma questa nuova fiera, concepita per la prima volta da un artista, Wael Shawky, e collocata in una capitale culturale in rapida ascesa.
Tra il pubblico si segnalavano figure di primo piano del sistema globale dell’arte ma anche una presenza strategica di celebrity, tra cui il rapper Swizz Beatz, Angelina Jolie e David Beckham, in una delle sue rarissime apparizioni nel mondo dell’arte, indicativa dell’entità dell’investimento del Paese nella promozione dell’evento ben oltre il pubblico specialistico. La fiera ha riunito tra M7 e il Doha Design District 87 gallerie internazionali, con 84 artisti presentati. Fin dall’inizio, Shawky ha immaginato Art Basel Qatar come un formato ridotto e fortemente curatoriale, pensato per favorire un incontro più lento e attento con le pratiche artistiche, evitando quella sovraesposizione che in molte fiere globali genera saturazione e affaticamento visivo.
Il formato «un artista per galleria» ha trasformato ogni stand in una micro-mostra, restituendo contesto e integrità curatoriale a opere che, nelle fiere tradizionali, vengono spesso sradicate dal loro quadro narrativo per essere inserite in una logica puramente commerciale. A rendere possibile questa ambizione è stato però il forte coinvolgimento del settore pubblico qatariota, attraverso la partnership con Qatar Sports Investments e QC+, e il ruolo centrale della famiglia reale. Sheikha Al Mayassa, principale motore dell’iniziativa, ha attribuito alla fiera un ruolo specifico, «la prossima fase della strategia culturale» del Paese, costruita su investimenti di lungo periodo.
Resta poi inevitabile la domanda sul costo dell’operazione. Secondo l’economista dell’arte Magnus Resch, eventi come il Web Summit ricevono cifre a otto zeri per approdare in Qatar, e dinamiche simili sono plausibili anche per Art Basel. Più rilevante, tuttavia, è stato il sostegno diretto alle gallerie partecipanti, con copertura dei costi di spedizione e delle spese di viaggio e soggiorno per artisti e staff—un raro punto di contatto tra fiera commerciale e politica culturale. Il risultato è stato un ritmo profondamente diverso rispetto alle altre edizioni di Art Basel. Le presentazioni concepite come focus monografici offrivano un livello di approfondimento più vicino a una biennale o a una mostra museale che a una fiera tradizionale. Come ha osservato Aaron Cezar della Delfina Foundation, il formato è «attentamente orchestrato», a patto che i compratori locali - famiglia reale inclusa - rispondano. Più cauto Marc Spiegler, ex global director di Art Basel che, pur apprezzando il format, ha dichiarato che «Il tempo dirà se funzionerà per le gallerie».
Anche dal punto di vista commerciale, infatti, il clima è prudente: poche vendite immediate, molte opere in hold e trattative che richiedono tempo. Alcune opere erano in riserva dopo una visita privata della famiglia reale, che godeva del diritto di prelazione. Il budget acquisizioni di Qatar Museums è stato stimato da Bloomberg nel 2013 intorno al miliardo di dollari. Gran parte delle acquisizioni andranno al nuovo Art Mill Museum in programma per il 2030 e al Mathaf, in espansione. Oltre la metà degli artisti presentati proveniva dall’area MENASA, nella volontà di non imporre un evento globale calato dall’alto ma di costruire una piattaforma internazionale a supporto della scena locale e come ponte con il resto del sistema dell’arte. Eppure, secondo diversi addetti ai lavori, alcune occasioni di dialogo transculturale tra gli stand sono andate perse: l’accostamento di blue chip da sette cifre come i Picasso da Van De Weghe e i Basquiat da Aquavella, ad esempio, avrebbe potuto acquisire un livello di risonanza diverso se messo in relazione con figure storiche della Regione come Ibrahim El-Salahi.
In generale gran parte delle gallerie blue chip internazionali hanno portato grandi nomi occidentali, come i Philip Guston tra 9.5 e 14 milioni di dollari da Hauser & Wirth, o le mani dorate in bassorilievo e dipinte di George Baselitz. Eppure, le risposte più immediate sono arrivate soprattutto per le pratiche radicate nel contesto MENASA. La saudita ATHR Gallery ha riportato diverse vendite per Ahmed Mater, mentre Etel Adnan è stata protagonista di una presentazione congiunta da Anthony Meier e Waddington Custot, con opere collocate già nelle prime ore di apertura. La libanese Huguette Caland è apparsa attraverso il suo estate, dopo la chiusura improvvisa della galleria Stephen Friedman annunciata il giorno successivo all’apertura della fiera, ma con il supporto già di Lisson Gallery, che le dedicherà una mostra a New York in primavera.
Lo stand della galleria saudita ATHR Gallery. Courtesy of ATHR Gallery
Sul fronte emergente, forte attenzione anche per la giovane artista emiratina Sarah Al Mehairi, presentata da Carbon 12, così come per la pakistana Aiza Ahmed, ora in residenza tra FireStation Doha e Silver Art Projects New York, proposta da Sargent’s Daughters. Perrotin ha inoltre presentato una nuova serie di Ali Banisadr, registrando vendite già nei primi giorni, con dipinti oltre i 600mila dollari e sculture nella fascia tra i 45mila e i 120mila dollari, mentre Almine Rech ha fatto praticamente sold out per il suo stand di Ali Cherri, con prezzi che andavano dai 30mila euro per gli acquerelli ai 130mila euro per le nuove sculture. Thaddaeus Ropac ha presentato invece Raqib Shaw, con la sua narrazione sincretica complessa in cui mito, memoria e psicologia si intrecciano sui ricorrenti destini umani e la fragilità dell’esistenza. Per Ropac, la partecipazione segna l’inizio di una fiera destinata a consolidarsi come piattaforma regionale, rafforzando relazioni già esistenti e attivandone di nuove. Nel frattempo, le grandi installazioni disseminate tra M7 e il Doha Design District—dal Kounellis del 2003 presentato da Cardi in dialogo con le sculture di Lynda Benglis di Pace, all’iconico neon «Foreigners Everywhere» di Claire Fontaine con Kamel Mennour, fino al nuovo video di Shirin Neshat presentato da Lia Rumma in anticipazione della mostra dell’artista a Venezia durante la Biennale - hanno ulteriormente consolidato la dimensione museale dell’evento.
Art Basel Qatar si presenta dunque come un progetto di lungo periodo, più che come un’opportunità commerciale immediata. Vincenzo De Bellis e Wael Shawky hanno evitato di misurare il successo in termini di vendite rapide, puntando su relazioni, fiducia e sviluppo graduale di un nuovo pubblico di collezionisti. Art Basel Qatar è un esperimento strutturale che, in un momento in cui il sistema dell’arte appare sempre più frammentato fra i suoi vari segmenti, suggerisce comunque la possibilità di ripensare le fiere non come mercati ad alto rischio, ma come biennali su invito a scopo di lucro, all’incrocio tra commercio, politica culturale e produzione simbolica. Il tempo dirà se il modello sarà sostenibile. Ma la domanda che lascia aperta è già centrale per il futuro del sistema.
Lo stand della galleria Perrotin. Courtesy of Perrotin
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