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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliEsistono parole che scompaiono non perché siano diventate inutili, ma perché sono scomparsi gli oggetti, i gesti e le abitudini che le rendevano necessarie. Con esse si perde anche una parte del nostro modo di guardare il mondo. È da questa intuizione che nasce Il nome della cosa, il nuovo libro di Marco Riccòmini, storico dell'arte e conoscitore del collezionismo, che propone un viaggio attraverso un lessico quasi dimenticato dell'arredamento e delle arti decorative. Il volume raccoglie circa settanta voci dedicate a mobili, suppellettili e oggetti che popolavano le case della borghesia e dell'aristocrazia europea, ricostruendone origine, significato ed evoluzione. Più che un dizionario, il libro è un esercizio di archeologia linguistica, nel quale ogni parola diventa la porta d'accesso a una storia fatta di gusto, commerci, influenze culturali e trasformazioni del vivere domestico.
L'idea nasce da un ricordo personale. Da bambino, Riccòmini si imbatteva in oggetti il cui nome gli appariva misterioso: piatti dalla funzione sconosciuta, piccoli elementi decorativi appesi alle pareti, mobili dai nomi francesi come il secrétaire. Quella curiosità infantile si è trasformata nel tempo in una ricerca capace di mettere in relazione il linguaggio con la cultura materiale, mostrando come dietro termini apparentemente desueti si nasconda un universo sorprendentemente ricco. Il libro affronta così una questione che va ben oltre l'antiquariato. Dare il nome corretto a un oggetto significa riconoscerne la forma, la funzione, la storia e il contesto culturale. La precisione del lessico non è un vezzo da specialisti, ma uno strumento di conoscenza. Quando tutte le sedie diventano semplicemente "sedie", tutti gli armadi "armadi" e ogni mobile antico viene genericamente definito "cassettone", si perde inevitabilmente anche la capacità di coglierne le differenze.
La riflessione tocca un fenomeno più ampio: l'impoverimento del vocabolario come specchio dell'impoverimento dello sguardo. Negli ultimi decenni il lessico dell'abitare si è progressivamente semplificato, complice la standardizzazione dell'arredo contemporaneo, la diffusione della grande distribuzione e la scomparsa di molte competenze artigianali. Parole che un tempo appartenevano al linguaggio comune sopravvivono oggi quasi esclusivamente nei cataloghi antiquari, negli archivi o tra gli specialisti. Riccòmini affronta questo patrimonio senza nostalgia. Il tono è leggero, ironico e divulgativo, lontano dalla rigidità del glossario tecnico. Ogni voce diventa il pretesto per raccontare una storia, una curiosità etimologica o un episodio che restituisce agli oggetti la loro dimensione culturale. Il libro può essere letto in modo lineare oppure sfogliato liberamente, seguendo il piacere della scoperta, quasi come si percorre una wunderkammer costruita con le parole.
In questo senso Il nome della cosa dialoga con una tradizione che va ben oltre la storia dell'arte. La precisione della nomenclatura è infatti uno degli strumenti attraverso cui le discipline storico-artistiche hanno costruito il proprio sapere. Conoscere la differenza tra una console e una credenza, tra una psiche e uno secrétaire, tra una bugia e un candeliere significa riconoscere forme, funzioni e contesti che raccontano la società che li ha prodotti. Il percorso di Riccòmini trova un naturale fondamento nella sua esperienza professionale. Dopo dieci anni alla guida del dipartimento Old Masters di Christie's, lo storico dell'arte ha maturato una conoscenza diretta del mercato internazionale, del collezionismo e della cultura dell'oggetto antico. A questa attività affianca da anni un'intensa produzione scientifica dedicata alla pittura italiana del Settecento, oltre all'attività divulgativa sulle pagine de Il Giornale dell'Arte, in radio e in televisione.
Ma il libro non parla soltanto agli studiosi o ai collezionisti. In un'epoca nella quale il linguaggio tende sempre più alla semplificazione e all'omologazione, Il nome della cosa ricorda che ogni parola possiede una propria storia e che il lessico rappresenta una forma di patrimonio culturale tanto quanto un edificio storico o un'opera d'arte. Dietro ogni termine recuperato riaffiorano modi diversi di abitare, di ricevere gli ospiti, di apparecchiare una tavola, di concepire il decoro e la rappresentazione sociale. Gli oggetti non sono mai neutri: riflettono valori, consuetudini e gerarchie. I loro nomi conservano la memoria di quei mondi anche quando gli oggetti stessi sono usciti dall'uso quotidiano. Il risultato è un libro che invita a osservare con maggiore attenzione ciò che ci circonda. Non per coltivare una nostalgia dell'eleganza perduta, ma per comprendere come il linguaggio continui a modellare il nostro rapporto con le cose. Se, come suggerisce Riccòmini, nominare significa imparare a vedere, allora recuperare queste parole significa anche recuperare una parte della nostra capacità di leggere la cultura materiale. Più che un repertorio di termini dimenticati, Il nome della cosa si rivela così una riflessione sul valore della precisione linguistica. Perché le parole non servono soltanto a descrivere il mondo: contribuiscono a costruirlo. E forse è proprio questo il messaggio più attuale del libro: la ricchezza del linguaggio coincide con la ricchezza dello sguardo.
Lavinia Trivulzio
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