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Castello di Miramare, Trieste.

Credits S.Cofolli.

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Castello di Miramare, Trieste.

Credits S.Cofolli.

Il museo che guarda oltre il confine

Dal ruolo sociale del museo alle nuove mostre, dai progetti di accessibilità alla collaborazione con il privato, Guido Comis racconta come il Castello di Miramare interpreti la vocazione internazionale del Friuli Venezia Giulia in una fase di profondo rinnovamento culturale

Mariella Rossi

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Dopo Nova Gorica-Gorizia Capitale europea della Cultura 2025 e nel percorso che porterà Pordenone a diventare Capitale italiana della Cultura 2027, il Friuli Venezia Giulia si conferma un territorio capace di costruire reti culturali e nuove progettualità. Una regione di confine, con forte identità mitteleuropea, dove musei, istituzioni, patrimonio storico e alleanze pubblico-privato stanno ridefinendo il ruolo della cultura come motore di sviluppo e partecipazione, mettendo in atto strategie, sfide e prospettive per attrarre nuovi pubblici, giovani talenti e valorizzare un patrimonio sospeso tra storia locale e dimensione internazionale.
Tra i simboli di questa visione, affacciato sul golfo di Trieste, il Castello di Miramare, nato come residenza di Massimiliano d’Asburgo, conserva ancora oggi la vocazione internazionale impressa dalla sua storia: un luogo di incontro tra culture, paesaggio e ricerca, tra Mediterraneo e Mitteleuropa. Un osservatorio privilegiato dal quale Guido Comis, da poco alla guida del Museo storico e Parco del Castello di Miramare e della Direzione regionale Musei nazionali del Friuli Venezia Giulia, racconta la nuova stagione culturale della regione e la capacità di un territorio di confine di trasformare la propria identità storica in una risorsa per il futuro.

La visione cosmopolita dell’arciduca Massimiliano richiama un’idea di cultura non come privilegio di pochi, ma come strumento di conoscenza e apertura. Cosa sono, o cosa dovrebbero essere, i musei per la società contemporanea?
Oggi i musei, anche se non vale per tutti nella stessa misura, godono di grande attenzione da parte del pubblico. Il rischio è che li si frequenti perché sono famosi e per riconoscere opere già note, anziché per apprendere qualcosa di nuovo. Importanza fondamentale rivestono pertanto le forme di mediazione e racconto di ciò che è esposto. Non è sufficiente portare il pubblico al museo, è necessario rendere la visita più interessante possibile e destare curiosità. I musei devono essere punti di riferimento, luoghi in cui si possono portare i bambini per i programmi educativi, dove si seguono incontri, spettacoli, mostre che raccontano aspetti sempre nuovi della collezione e della loro storia. Pensiamo al caso di Miramare: è un luogo straordinario che attrae centinaia di migliaia di visitatori ogni anno. È fondamentale che chi arriva suggestionato dalla bellezza del contesto ne esca conoscendo le vicende che si legano a esso. Storie affascinanti che portano anche molto lontano da qui, fino in Messico nel caso di Massimiliano d’Asburgo e in Etiopia con il Duca d’Aosta, ultimo inquilino del castello.

Miramare non è soltanto un luogo di straordinaria bellezza storica, artistica e naturalistica, ma sempre più un centro attivo di produzione culturale. Come si rafforza questa vocazione?
Raccontando ciò che il castello ha rappresentato e le storie che racchiude. Al momento è in corso la mostra «Una sfinge lo attrae» dedicata alle collezioni egizie di Massimiliano d’Asburgo, co-organizzata con il Kunsthistorisches Museum e con il contributo scientifico del Museo Egizio. La mostra racconta l’ampiezza degli interessi di Massimiliano, ma anche il fascino che l’Egitto ha esercitato, a partire dall’esperienza napoleonica, su moltissimi esploratori e uomini di cultura. Quella curiosità è alla base delle grandi collezioni egizie in Europa. Attraverso la mostra si approfondisce la figura di Massimiliano, ma anche la storia del gusto nel corso del tempo. In questo periodo a Miramare si tiene anche lo «Miramare Mystery» organizzato dal Teatro Stabile Rossetti con cui collaboriamo da anni. Lo spettacolo, che prevede che il pubblico si sposti in aree diverse del parco, ruota intorno a un mistero legato a un oggetto della collezione egizia. Insomma il teatro diventa un’occasione di riscoperta del luogo e della mostra.

Il rapporto tra pubblico e privato è sempre più centrale nella gestione e valorizzazione del patrimonio culturale. Quali forme può assumere oggi questa collaborazione? A Miramare, lo scorso anno, il bando per il Parco è stato aggiudicato a illycaffè: che tipo di percorso avete avviato?
Il bando prevede il riallestimento e la gestione del Caffè Massimiliano e di due chioschi, ma soprattutto progetti di valorizzazione delle Serre contemporanee, recentemente acquistate dal Ministero della Cultura, e del Parco storico. Ho molte aspettative perché Illy non solo ha grande esperienza di servizi di ristorazione, ma tradizionalmente investe in forme di mecenatismo dell’arte contemporanea. Sono certo che la collaborazione, oltre ad arricchire Miramare di un nuovo spazio come le serre, darà vita a bellissime iniziative che renderanno il luogo sempre più vitale.

A giugno si sono conclusi gli interventi realizzati con i fondi del PNRR. Quali interventi sono stati realizzati a Miramare e quale eredità lasciano al museo e al Parco?
Sono stati realizzati numerosi progetti, avviati ben prima del mio arrivo, a favore dell’accessibilità, dell’abbattimento delle barriere fisiche e cognitive, dell’efficientamento energetico. Solo per fare qualche esempio, al Museo archeologico nazionale di Cividale sono stati riqualificati gli spazi esterni dove si è realizzata anche un’area coperta per i servizi didattici. A Miramare è stato realizzato il progetto Sentieri parlanti, con percorsi di visita nel Castello e nel Parco che possono essere seguiti in autonomia anche da persone ipovedenti. Sempre a Miramare è stata riaperta la strada carrozzabile che scende dalla piccola e affascinante stazione ferroviaria a servizio del Castello, attraversa due gallerie e offre nuovi scorci sul golfo di Trieste.

Il Friuli Venezia Giulia attraversa oggi una stagione di forte visibilità internazionale, tra scienza, letteratura, arte contemporanea e nuove progettualità urbane. La regione sta davvero cambiando passo o la sfida resta quella di trasformare un patrimonio culturale diffuso in un sistema condiviso?
La mia impressione è che la regione stia lavorando in modo molto unito e dimostri capacità crescente di «fare sistema». C’è stata per esempio grande condivisione di progetti e iniziative in occasione della Capitale europea della cultura, cui hanno contribuito luoghi e istituzioni non solo goriziane. Adesso si va verso Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027. Il valore simbolico di due capitali culturali a distanza di due anni in un territorio così piccolo è evidente, ma alla base c’è un grande lavoro di squadra. I progetti per Pordenone 2027 sono sostenuti e promossi a diversi livelli territoriali e istituzionali poiché c’è la consapevolezza che si tratta di opportunità per tutta la regione.

La dimensione mitteleuropea è uno degli elementi fondanti dell’identità culturale del Friuli Venezia Giulia. È ancora una realtà viva o rischia di restare soltanto un’eredità storica?
Oggi i riferimenti culturali sono evidentemente molto diversi rispetto al passato, dal momento che le città, le università, le lingue di riferimento non sono più quelle dell’impero Austro-Ungarico. Tuttavia l’identità geografica, architettonica, la posizione rispetto al confine di Trieste e Gorizia le rende molto sensibili a quanto accade oltre il confine. C’è un rapporto di scambio quotidiano con la Slovenia con cui l’anno scorso abbiamo condiviso – con Gorizia e Nova Gorica – la Capitale Europea della Cultura. Da questo punto di vista la regione è più vicina oggi alla Slovenia e ad altri Paesi già asburgici dopo la loro adesione all’Unione Europea di quanto non lo fosse vent’anni fa. Anche se cronologicamente siamo più lontani in senso politico dalla Mitteleuropa rispetto al passato, i rapporti si stanno rinsaldando.

Il Friuli Venezia Giulia possiede eccellenze diffuse – dall’industria al design, dal vino alla ricerca – ma la sua identità sembra meno riconducibile a un’unica immagine rispetto ad altri territori italiani. È un limite o il riflesso di un’identità diversa, più plurale e stratificata?
Credo che saper dare un’immagine unita di sé sia molto importante per una regione piccola, eppure con tante anime, come il Friuli Venezia Giulia. Un merito in questo senso va riconosciuto alla Regione e a PromoTurismoFVG – l’agenzia turistica regionale – che hanno saputo affermare lo slogan: «Io sono Friuli Venezia Giulia». Riuscire a trasmettere senso di coesione è fondamentale in un territorio che, a dispetto delle dimensioni modeste, raccoglie identità culturali e linguistiche diverse: quella slovena, quella friulana e carnica, quella veneta verso il confine occidentale ecc.

Molti territori italiani affrontano oggi la sfida di trattenere e attrarre giovani competenze creative e intellettuali. Il Friuli Venezia Giulia, anche grazie alla sua dimensione internazionale e al sistema culturale in crescita, riesce a richiamare nuove energie?
Invertire una tendenza come quella in corso, soprattutto in ambito culturale, è difficile perché spesso i salari di ingresso sono bassi, ma se penso al caso di Miramare e della Direzione regionale Musei nazionali del Friuli Venezia Giulia posso essere molto ottimista. Qui ho trovato colleghi, molti dei quali giovani, preparati e appassionati al proprio lavoro. È bello e incoraggiante che istituzioni culturali pubbliche offrano soddisfazioni professionali, ma allo stesso tempo traggano vantaggio dalla preparazione e passione di persone che si sono formate in Italia. Ho ereditato musei ben strutturati e dinamici – e in questo senso un grande merito va ad Andreina Contessa che mi ha preceduto in questo ruolo – e spero che questo modello sia d’esempio per tante altre istituzioni.

Guardando ai prossimi mesi, quali sono i principali progetti su cui state lavorando a Miramare e quali direzioni intendete sviluppare per il museo e per il Parco?
Stiamo lavorando su molti fronti: alle mostre per i prossimi anni, ai percorsi di visita al Castello e nel Parco, ma anche ad aspetti non culturali e tuttavia fondamentali come la viabilità. Oggi arrivare in macchina al Castello è difficile perché i parcheggi sono troppo pochi. Si tratta quindi di individuare nuove aree di sosta e nuove forme di mobilità che rendano la visita più agevole. Per quanto riguarda le mostre, l’anno prossimo dedicheremo un’esposizione alla collezione di fotografia di Massimiliano. Si tratta di opere degli anni Cinquanta e Sessanta dell’800, quindi molto antiche, e sorprendenti per qualità e dimensioni. Dall’autunno prevediamo inoltre di modificare il percorso di visita al Castello e di dedicare uno spazio al racconto dell’architettura: a quali modelli si è ispirato Massimiliano quando ha commissionato la sua dimora? Come si è evoluto il progetto prima di definirsi nelle forme che vediamo? Stiamo valutando anche la possibilità di aprire al pubblico nuovi, e del tutto inediti, percorsi nel Parco, aprendo il racconto a periodi storici non ancora affrontati. In questo caso i tempi saranno più lunghi, ma insomma le idee non mancano.

Mariella Rossi, 03 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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