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Margherita Panaciciu
Leggi i suoi articoliA volte la politica apre varchi inattesi nel mondo dell’arte. Succede quando un gesto istituzionale, apparentemente pragmatico, si rivela carico di valore ...magari economico. È ciò che sta accadendo con la decisione della premier Giorgia Meloni di mettere all’asta una parte dei regali ricevuti da leader mondiali negli ultimi due anni: manufatti nati come doni di protocollo e ora pronti a essere immessi nel mercato come oggetti da collezione. Un’operazione definita «curiosa» dai più, che osservata con sguardo da critico assomiglia alla dispersione di una piccola collezione.
Dal 2022 la Premier ha raccolto, viaggio dopo viaggio, una vera e propria camera delle meraviglie: 273 oggetti elencati ufficialmente durante un’interrogazione parlamentare: la statuina di Javier Milei con la sua motosega trasformata in icona pop; un busto d’argento di Gandhi, simbolo di spiritualità tradotta in metallo prezioso; la statuetta d’oro donata dal premier indiano Narendra Modi, che pare un ex voto diplomatico; il foulard cerimoniale scelto dall’albanese Edi Rama, consegnato con un gesto teatrale; tappeti mediorientali, un vaso prezioso ricevuto in Vietnam, fino alle scarpe di pitone blu con tacco d’oro firmate dalla stilista saudita Norah Alhumaid. Oggetti che in altre epoche avrebbero riempito le vetrine di un museo etnografico o di un padiglione espositivo, e che invece hanno finito per affollare una stanza di Palazzo Chigi trasformata in deposito.
La decisione di venderli arriva perchè mantenerli, custodirli e catalogarli costerebbe troppo. Il governo si è così affidato a una casa d’aste romana per far migrare gli oggetti dal piano del potere a quello del mercato. Il ricavato previsto può arrivare fino a 800 mila euro, cifra dedotta dalla commissione pattuita con la casa d’aste (5%, con un tetto di 40 mila euro). Una valutazione che non racconta solo il valore materiale dei beni, ma la metamorfosi del dono politico: da simbolo di relazione internazionale a bene negoziabile, pronto a rientrare nelle casse della Presidenza del Consiglio.
L’asta se divide sul piano politico affascina su quello culturale. Invece di istituire un museo dei doni di Stato – pratica diffusa in altri Paesi – il governo sceglie di disperdere la collezione, affidando agli acquirenti il compito di custodirne la storia. La domanda, allora, non è più estetica ma economica: che valore assume un oggetto di potere quando esce dal potere? E chi scriverà la sua nuova narrazione?
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