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Per la prima volta il Paese si presenta in Laguna allestendo un vero e proprio Padiglione e propone un’idea di arte come pratica dell’attenzione
- Cecilia Paccagnella
- 16 febbraio 2026
- 00’minuti di lettura
La curatrice Manuela Moscoso con i membri del collettivo Tavna e Óscar Santillán
Courtesy of Maac
Il debutto dell’Ecuador alla Biennale Arte di Venezia con Tawna e Santillán
Per la prima volta il Paese si presenta in Laguna allestendo un vero e proprio Padiglione e propone un’idea di arte come pratica dell’attenzione
- Cecilia Paccagnella
- 16 febbraio 2026
- 00’minuti di lettura
Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliAlla Biennale Arte 2026 (9 maggio-22novembre) il primo Padiglione dell’Ecuador, allestito a metà strada tra Arsenale e Giardini, (Castello, 1636/A) si presenta come uno spazio di ascolto più che di rappresentazione nazionale. «Tawna & Óscar», progetto a cura di Manuela Moscoso e sostenuto dal Maac-Museo de Antropología y Arte Contemporáneo di Guayaquil, mette in dialogo il collettivo Tawna e l’artista Óscar Santillán (classe 1980), proponendo un’idea di arte come pratica dell’attenzione.
Lontano da categorie rigide e gerarchie chiuse, il progetto si fonda su processi di scambio che attraversano corpi, linguaggi, territori e temporalità. Non una narrazione univoca, ma un campo relazionale in cui il sapere emerge dall’esperienza condivisa e dalla continuità tra umano e non umano, tra dimensione terrestre, tecnologica e cosmica.
Santillán, attivo tra Ecuador e Paesi Bassi, indaga ciò che sfugge agli ordinamenti dominanti: condizioni di indeterminazione che dissolvono i confini tra naturale e artificiale. Muovendosi tra scienza, tecnologie emergenti e saperi ancestrali, la sua ricerca insiste su un «anti-mondo» in cui realtà e possibilità coesistono, aprendo nuove percezioni del vivente.
Il collettivo Tawna, fondato nel 2017 e composto da artisti Sápara, Kichwa e meticci, radica invece la propria pratica in prospettive panamazzoniche. Attraverso video, fotografia e archivi viventi, attiva processi comunitari in cui ritualità, sogno e sessualità diventano tecnologie sensibili di trasmissione del sapere e di organizzazione della cura. Qui il linguaggio non rappresenta: agisce, connette, trasforma.
L’incontro tra Tawna e Santillán non cerca sintesi, ma sostiene una coesistenza aperta di visioni. In questo spazio, l’arte diventa dispositivo capace di mantenere l’indeterminato, generando condizioni per nuove forme di relazione. Con «Tawna & Óscar», l’Ecuador non si racconta come identità fissa, ma come un laboratorio di conoscenze plurali da cui immaginare mondi possibili.