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Sessant’anni dopo il debutto a Venezia, nel 1966, quando l’alluvione del 4 novembre devastò la città (mentre in contemporanea l’Arno travolgeva brutalmente Firenze) e dopo un investimento, nella sola Italia, di 23,5 milioni di dollari per la salvaguardia di un centinaio di nostri beni culturali, il WMF-World Monuments Fund, che ha la sua sede centrale a New York City ed è presente con uffici e affiliate ovunque nel mondo (da Cambogia, Cina e Francia a India, Perù, Portogallo, Spagna e Regno Unito), apre ora la sua prima sede in Italia, a Milano, esordendo con un intervento di grande rilevanza nel Museo Poldi Pezzoli, uno dei gioielli della città.
A fondare il WMF (allora International Fund for Monuments) era stato, nel 1965, il colonnello americano James A. Gray (1909-94) che, innamorato dell’Italia e dotato di competenze ingegneristiche che aveva messo a disposizione dei problemi statici della Torre di Pisa, seppe mobilitare esperti internazionali e cospicui finanziamenti per soccorrere Venezia, istituendo in seguito il Venice Committee, attivo per un decennio e diventato ben presto un modello di riferimento per chiunque volesse approcciare la materia. Dopo Venezia, fu la volta di Roma, di Firenze e di altre nostre città ma sinora mancava, curiosamente, una presenza permanente in Italia, che debutta ora a Milano presentandosi con il recupero del Salone dorato del Museo Poldi Pezzoli.
Nella sontuosa casa-museo di Gian Giacomo Poldi Pezzoli (Milano, 1822-79), poi lasciata da lui alla città, quel salone era stato ideato dal fondatore per ospitare i capolavori rinascimentali della sua collezione. Danneggiato gravemente dalle bombe del 1943, il salone fu presto ricostruito, senza però rispettare il progetto originario: perduto il soffitto dorato a cassettoni, perduta la tappezzeria di seta damascata, perduta la monumentale serliana (ma le indagini recenti hanno ritrovato l’arco marmoreo sotto l’attuale soffitto), l’intervento del WMF si propone di ripristinare l’architettura originaria, restituendo «sulla base delle ricerche d’archivio, spiega la direttrice del museo Alessandra Quarto, quell’anima della casa museo che il fondatore Gian Giacomo Poldi Pezzoli aveva creato».
Del progetto parliamo con la direttrice di WMF Italia, Fiorella Ballabio, nata a Londra, cresciuta tra l’Italia, dove si è laureata in giurisprudenza a Milano, e gli Stati Uniti, e ora rientrata a Milano dopo un ventennio a Londra, dove ha lungamente ricoperto un ruolo apicale in Sotheby’s, con un percorso professionale tra mondo dell’arte, filantropia culturale e segmento del lusso.
Direttrice Ballabio, malgrado l’impegno profuso in sessant’anni dal WMF in Italia (mai a Milano, però), finora non avevate qui una sede permanente. Perché ora avete deciso di aprirla, e proprio a Milano?
Sì, è vero, il WMF ha uffici in tutto il mondo e la grande assente era l’Italia, dove nel corso degli anni abbiamo realizzato un numero enorme di interventi, alcuni molto impegnativi anche finanziariamente (penso al Foro Boario e a Santa Maria Antiqua a Roma, alla Sinagoga della Scola Canton alla Scuola Grande di San Rocco e Palazzo Correr a Venezia). Ora l’organizzazione ha deciso che l’Italia entri a far parte pienamente della nostra rete di professionisti, di sostenitori, di operatori. Perché a Milano, mi chiede? Perché io sono di Milano e dopo vent’anni all’estero ci sono tornata, e perché milanese è anche la presidente di WMF Italia, Silvia Beltrametti Krehbiel, lei rientrata in Italia dagli Stati Uniti (è avvocato e docente di Diritto dell’Arte all’Art Institute of Chicago). Entrambe appassionate di arte, siamo complementari: lei più accademica, io più votata al marketing e alla comunicazione, e insieme stiamo lanciando questo nuovo capitolo. Senza contare (e questo è evidente) che Milano sta vivendo un momento di grandissima energia.
Il Poldi Pezzoli è un museo magnifico ed esemplare sotto molti punti di vista, ma perché avete iniziato il vostro nuovo corso proprio da qui?
Il Museo Poldi Pezzoli è un vero gioiello e tutti lo sappiamo ma, in più, ha in sé un potenziale di gran lunga maggiore da raccontare, tanto ai milanesi quanto a livello internazionale. Ha infatti stabilito un modello di rilevanza internazionale cui hanno guardato le grandi case museo che sono venute dopo, dall’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston alla Frick Collection di New York, e questo va comunicato al meglio, specie dopo che, con la sublime mostra su Piero della Francesca, si è acceso su di lui un interesse mondiale. Ciò che ci interessa è raccontare una storia e inserirla in uno storytelling internazionale che già abbiamo.
Come scegliete i progetti da «adottare»?
Ci sono diverse modalità ma due sono le fonti principali: il WMF Watch, un bando biennale sostenuto da AXA aperto a tutto il mondo, con cui ci arrivano proposte da ogni dove. Con una giuria molto qualificata ne selezioniamo 25, le comunichiamo a tutta la nostra rete e cerchiamo i finanziamenti. Inoltre abbiamo in tutte le regioni comitati scientifici, formati da figure accademiche o legate alle istituzioni che ci affiancano e ci segnalano situazioni urgenti o particolarmente significative. Anche in Italia stiamo organizzando un comitato scientifico sul territorio che ci aiuterà a collaborare con le istituzioni locali per ascoltare le loro richieste e necessità.
Oltre a finanziare gli interventi, qual è, più in generale, il vostro ruolo?
Il finanziamento dei progetti è certo molto importante ma ciò che ci distingue è la rete internazionale di sostenitori, partner, specialisti, accademici e artigiani che ci affianca. Siamo leader mondiali della filantropia culturale e il nostro know-how è frutto di un’esperienza di oltre sessant’anni sul campo. Sviluppiamo programmi di formazione intorno alla gran parte dei nostri progetti, che fanno si che queste competenze non vadano perse: nei luoghi più remoti portiamo la nostra esperienza (in Cambogia, per esempio, facciamo formazione per i restauratori locali), in Italia vorremmo invece dar luce ai saperi dei restauratori italiani per portare le loro tecniche d’eccellenza nel resto del mondo. E poi vogliamo invitare operatori stranieri perché possano imparare il saper fare italiano, vorremmo fare dell’Italia il fiore all’occhiello della conservazione nel mondo. Puntiamo poi molto sull’accessibilità per il pubblico e ci battiamo per creare percorsi alternativi ai flussi turistici consueti, in nome di un turismo sostenibile. Cui si aggiunge l’impegno contro il cambiamento climatico e altre emergenze del nostro tempo.
In questi sessant’anni, dal 1966, avete investito in Italia oltre 23 milioni di dollari, di cui 10 vi sono giunti dal Robert W. Wilson Trust e tre dal nostro Ministero. Gli altri dieci da chi?
Da privati, Trust e Fondazioni, e anche da corporate sponsor come American Express. Tutte realtà internazionali. Anche i quattro sostenitori del Salone dorato del Poldi Pezzoli sono internazionali e uno solo di essi conosceva il museo. Ora non accadrà più, perché abbiamo raccontato il progetto alla nostra rete di sostenitori e membri del Board.
Quando aprirete la sede milanese, e dove esattamente?
La sede la stiamo cercando. Per ora ci appoggiamo al Poldi Pezzoli ma dall’inizio del 2027 avremo un nostro ufficio. Devo dire che c’è un enorme entusiasmo e infatti, senza nemmeno aver aperto l’ufficio, stiamo già lavorando ad altri interventi in Italia, che comunicheremo quanto prima: il primo già a giugno.
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