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Matteo Bergamini
Leggi i suoi articoliPer la seconda volta alla Biennale di Venezia, Panama quest’anno ha scelto gli artisti Antonio José Guzmán (Panama, 1971) e Iva Jankovic (Yugoslavia, 1979), più conosciuti come Messengers of the sun, per rappresentare il Paese latino alla Biennale di Venezia con il progetto «Tropical Hyperstition (Memorias de un desalojo)»: uno sdoppiamento di «Electric Dub Station», collaborazione di lungo periodo attraverso la quale gli artisti hanno messo in luce storie di migrazione, scambio culturale e conoscenza materiale lungo le rotte dell’Atlantico nero e quelle delle traversate transcontinentali. Una pratica che si muove tra installazione, suono, performance e ricerca tessile, senza separare le discipline ma pensando il tutto come parte di un ecosistema in cui materia, ritmo ed esperienza spaziale permettono un approccio sensoriale al lavoro.
«Il nostro progetto per il Padiglione alla Biennale di Venezia nasce da questa ricerca in corso: il lavoro si concentra sulle storie sociali e territoriali legate alla costruzione del Canale di Panama, in particolare sulla vita e le culture delle comunità che furono spostate durante quel processo. Queste storie rimangono in gran parte assenti dalle narrazioni dominanti su infrastrutture, progresso e modernizzazione. A Venezia, l’installazione prende forma attraverso un’enorme amaca sospesa di 20 metri realizzata in tessuti tinti con indaco, accompagnata da un ambiente sonoro e attivazioni performative. L’amaca funziona allo stesso tempo come architettura, rifugio e metafora, suggerendo la fragile relazione tra corpo, territorio e memoria», ci raccontano Guzmán e Jancovic, che insistono anche sul lato politico della partecipazione del Paese a Venezia, in una Biennale che mai negli ultimi cinquant’anni circa è stata attraversata da un clima politico tanto presente.
Sostenuto dal Ministero della Cultura di Panama, con il supporto del Museo del Canale, di Città del Sapere e della Fondazione Arte e Cultura e curato da Ana Elizabeth González & Mónica E. Kupfer, gli artisti ricordano come questo momento sia particolarmente significativo per la storia culturale del piccolo stato: «È un’opportunità per portare storie complesse e spesso trascurate dell’istmo in uno spazio internazionale, e per farlo attraverso un progetto che non riduce Panama a un’unica immagine o narrazione».
A lungo plasmato da infrastrutture globali, ambizioni imperiali e intensi flussi di migrazione, lavoro e scambio, il territorio di Panama, diventato oggi anche una destinazione turistica, è rimasto decisamente lontano dalle mappe dell’arte contemporanea le cui storie, «quelle segnate dallo spostamento e dall’esclusione», come ricordano gli artisti, sono rimaste in gran parte assenti dalle narrazioni culturali internazionali: «In questo senso, questa partecipazione non è solo culturale. Ha anche un peso politico, perché insiste sul diritto di Panama di raccontarsi in modo più articolato e critico».
A proposito di riattivazione delle narrazioni silenziate delle comunità spostate durante la costruzione del Canale di Panama, «Tropical Hyperstition» si pone come un punto di vista sul neocolonialismo, a sua volta molto spesso dimenticato dalle narrazioni tradizionali che spesso tendono a collocare gli antecedenti della società del Capitale moderna come inglobati in un capitolo storico chiuso, a qualcosa che appartiene al passato. Eppure, molte strutture che hanno plasmato il potere coloniale (il controllo del territorio, l’estrattivismo, la segregazione e la riorganizzazione delle popolazioni) continuano a operare in forme diverse anche attualmente, sia attraverso infrastrutture, logistica, confini o strategie geopolitiche. Ecco che per i Messengers of the sun «la sfida non è solo raccontare la storia, ma rivelare come quelle dinamiche persistano nel presente. Nel nostro lavoro, cerchiamo di affrontare queste domande non solo attraverso il discorso, ma anche attraverso la materialità. Tessuti, pigmenti, suono e strutture spaziali possono farsi carico della memoria storica in modi che le parole da sole a volte non riescono a raggiungere. Permettono al pubblico di incontrare queste storie attraverso la sensazione, la scala e l’atmosfera, e di sentire come il passato continui ad abitare il presente. Ancorando il lavoro a processi materiali come la produzione tessile, la tintura ecologica con l’indaco e le pratiche sonore, cerchiamo di creare progetti che resistano al consumo facile».
Eppure per Jancovic e Guzmán non si tratta di raccontare storie minoritarie o marginali, proprio perché nella concezione degli artisti migrazione, infrastrutture coloniali, conoscenza materiale e scambio diasporico non sono storie periferiche ma fondanti, senza ombra di dubbio, anche della nostra epoca: «Il nostro lavoro riflette anche su una gerarchia di lunga data della storia dell’arte: l’idea persistente che le pratiche tessili appartengano al regno dell’artigianato piuttosto che all’arte contemporanea. Questa distinzione ha spesso emarginato forme di conoscenza associate alle donne, al lavoro domestico e alla cultura materiale quotidiana, liquidandole come secondarie invece di riconoscerle come sistemi complessi di conoscenza e produzione culturale. Sfidare questa gerarchia è una parte importante della nostra pratica».
Antonio José Guzmán e Iva Jankovic, «Tropical Hyperstition», 2026 (particolare). © Antonio José Guzmán and Iva Jankovic