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Matteo Bergamini
Leggi i suoi articoliDurante la passata edizione di ARCOMadrid la galleria Elba Benítez, che rappresenta Oriol Vilanova (Barcellona, 1980), che a sua volta rappresenterà la Spagna alla prossima Biennale di Venezia (9 maggio-22 novembre), esponeva quattro fotografie di altrettanti scaffali stipati di scatole di cartone, contenenti la collezione di cartoline dell’artista. Sull’altro lato dello stand, una giacchetta blu: nelle varie tasche mazzi di cartoline, non identificabili. «Sono le fotografie che ho presentato anche alla Fondazione Walter Leblanc a Bruxelles (nella mostra «Oriol Vilanova: Crossreading. monotony is nice. With Walter Leblanc, Charlotte Posenenske, Peter Roehr, and Oriol Vilanova», fino al 29 maggio, Ndr), in occasione di un invito a un “dialogo” con l’artista belga (1932-86). Si tratta di un ritratto della collezione, è quasi un atto esibizionista, uno spogliarello, anche se non si vede nulla: in effetti è più un atto di fede in ciò che le scatole contengono. A Venezia portiamo una parte di questo “ritratto”», ci racconta Vilanova, che incontriamo insieme al curatore del Padiglione della Spagna, Carles Guerra (1965), già direttore della Fondazione Antoni Tápies dal 2015 al 2020 e capo curatore del Museu d’Art Contemporani de Barcelona (Macba).
Il titolo del Padiglione della Spagna a Venezia è «Los restos (I resti)», e proprio una parte della collezione di cartoline che l’artista raccoglie ossessivamente da oltre vent’anni sarà la protagonista per raccontare delle rovine contemporanee, dei resti materiali di un immaginario condiviso. Difficile immaginare la resa visiva del grande edificio dei Giardini completamente rivestito di cartoline postali, specialmente perché parlando con Oriol Vilanova e Carles Guerra è decisamente più presente il lato della pratica quotidiana della contrattazione, della scelta, della selezione delle immagini che non l’idea di monumentalismo che sovviene al pensiero estetico del progetto. Sul numero delle cartoline presenti nella collezione personale di Oriol Vilanova e su quelle che saranno usate per l’installazione veneziana è il curatore a rispondere che questo è un argomento che non aggiunge nulla al dibattito: «La questione della quantità crea sempre curiosità, ma per noi è molto più affascinante il processo quotidiano, il dettaglio, la gestione di questo archivio con i diversi tipi di esposizioni in cui è invitato a essere esposto, nelle sue forme più disparate. È una raccolta che travalica l’istituzione», spiega Carles Guerra.
«L’allestimento fa parte dell’opera. Possedere una collezione significa acquisirla, pensarla, ordinarla, ma anche presentarla e conservarla. La giacca blu, per esempio, è un elemento espositivo: è quella che uso per andare al mercato delle pulci, da dove esco sempre con le tasche piene. Qui viene utilizzata come una vetrina, una cornice sotto altre forme. A volte una collezione può apparire in un cassetto segreto, in una buca delle lettere, o in una parete. Non esiste una forma di presentazione unica», sottolinea Oriol, che perlustra quasi tutti i giorni rigattieri e bancarelle, da Bruxelles (dove vive e dove afferma che tutti, nel giro dei collezionisti, lo conoscono) al Rastro di Madrid, fino al Mercat de Sant Antoni nella sua Barcellona.
Oriol Vilanova, «Los restos», 2026. Foto Oriol Vilanova, courtesy dell’artista
«Mi interessa anche la psicologia del collezionista, il tema della dipendenza. Non si tratta di pensare solo a un oggetto ma a che cosa significhi il suo possesso, o no. Le cartoline che compro, solitamente, hanno un prezzo molto basso, ed è anche questa caratteristica che ha permesso la nascita di questa raccolta. Poi ci sono tutti gli atti connessi alla compravendita: il contrattare, il fatto che al mercato delle pulci gli oggetti perdono il loro statuto, restano dormienti, addormentati e “inutili” finché qualcuno non dimostra interesse, e allora, ecco che ritorna il valore economico. Ora che tutti sanno che queste cartoline vengono trasferite nel campo dell’arte, c’è stato anche qualche venditore che ha cancellato le immagini, credendo che il valore per me risiedesse nell’estetica e non nell’oggetto in sé», continua l’artista, svelando sempre più le caratteristiche di un progetto stratificato e che si dirama anche in altre produzioni, come per esempio pitture acriliche nelle quali sono riportati, sul lato destro e quello sinistro, semplici numeri: sono i prezzi di mercanteggi, di compravendita che hanno un’aura boettiana, uno degli artisti che Oriol dichiara di amare profondamente, insieme a Broodthaers e a Piero della Francesca, a cui si ispira per i propri allestimenti, per la relazione della luce nello spazio, per l’essere avvolti dalle immagini.
Giunti a questo punto, che cosa vedremo ne «Los restos» del Padiglione spagnolo? «“Los restos” è pensato come un unico intervento, nel quale ci sarà una rappresentazione della collezione, mostrata attraverso una serie di tematiche che costruiranno un racconto per relazioni, opposizioni e contraddizioni. La collezione sarà lavorata come un’architettura, indagando il rapporto con l’oggetto cartolina e con la sovraesposizione alle immagini a cui siamo così abituati attraverso gli schermi o altri strumenti. A proposito, la composizione del padiglione intratterrà anche un rapporto di “sopraffazione” nei confronti del singolo visitatore, mentre una relazione uno a uno sarà data attraverso una serie di performance spontanee che prevediamo di fare fuori dai Giardini», spiega il curatore.
Per concludere, Carles Guerra afferma che il Padiglione della Spagna «Los Restos» si potrebbe definire come una compressione del mondo, dove la cartolina come oggetto in sé tocca anche le corde della malinconia. Perché la cartolina è oggetto del ricordo, vissuto o meno. «Lavorare con questo materiale è molto rischioso, perché non si tratta di un progetto sulla malinconia, ma anche questo sentimento genera residui. Ci sono resti che danno molta speranza, perché permettono un processo di ricostruzione costante. E oggi, questa, è una pratica fondamentale, non solo dell’arte».
Oriol Vilanova, «Los restos», 2026. Foto Oriol Vilanova, courtesy dell’artista