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Matteo Bergamini
Leggi i suoi articoliLa nomina dell’artista per rappresentare l’Argentina alla Biennale di Venezia 2026 è stata segnata dalle polemiche sui criteri di selezione: dopo i tagli del governo ai fondi destinati alla cultura, preceduti dallo scioglimento del proprio Ministero nel 2023, sono gli stessi «soggetti partecipanti» (leggi gli artisti) che già dal bando di concorso devono dimostrare di avere in tasca sponsorizzazioni e fondi necessari per lo sviluppo dei progetti in laguna. Una questione spinosa che, nonostante tutto, non ha fermato la competizione: la selezione è stata infatti la più contesa di sempre in fatto di numero di candidature.
Così, lo scorso ottobre, era finito nell’occhio del ciclone Matías Duville (Buenos Aires, 1974), selezionato per rappresentare il Paese latinoamericano alla Biennale da un comitato scientifico composto, tra gli altri, dal presidente dell’Accademia Nazionale di Belle Arti, Sergio Baur, dal direttore artistico del Museo Malba, Rodrigo Moura, e dalla presidente della Fundación Proa, Adriana Rosenberg. La motivazione della scelta? «Un progetto dal deciso impulso di sperimentazione, che sposta il disegno dal suo supporto tradizionale verso un’esperienza spaziale e processuale, combinando lo sperimentale e il contemplativo, articolando una riflessione sul territorio, la materia e l’impronta umana in sintonia con la proposta curatoriale di Koyo Kouoh». Sulla sua posizione, rispetto alla partenza in salita, l’artista è chiarissimo: «Chiunque avesse vinto sarebbe stato oggetto di polemiche per le condizioni in cui si è svolto il concorso. Ma io, sinceramente, mi sono concentrato sul progetto, perché non posso permettermi di distrarmi con altre questioni. È quasi un metodo di lavoro; mi metto in sintonia con ciò che conta veramente, ovvero l’opera che presenterò e tutto il ventaglio di possibilità che si moltiplicano attraverso il suo processo», ci risponde Matías durante la nostra conversazione.
Rappresentato dalle gallerie Barro (Buenos Aires e New York) e Casa Triângulo (São Paulo), le opere di Duville sono parte delle collezioni di MoMA (New York), Centro de Arte Reina Sofía (Madrid), Malba (Buenos Aires) e Tate Modern (Londra), per dirne alcune, mentre le sue ultime personali vanno dall’Ecole de Beaux Art di Parigi al Museo di Arte Moderna di Rio de Janeiro, dal Drawing Center di New York al Centro Cultural Recoleta di Buenos Aires. Tra i protagonisti della Biennale di Sydney del 2022, sulle differenze di approccio tra le due biennali Matías risalta una differenza fondamentale: «Per preparare il Padiglione a Venezia ho costituito il mio proprio team, che viene principalmente da Mar del Plata, la città dove vivo, e che è quasi una famiglia. Il progetto è molto complesso da realizzare. Per Sydney avevo lavorato su opere di grande formato, ma nel mio studio di Buenos Aires. Direi che la differenza è questa: quello che realizzerò a Venezia sarà completamente installativo, mentre il lavoro per Sydney fu realizzato in Argentina e spedito».
Matías Duville, «Desert means ocean», 2019. The Atlantic Ocean, a cura di Stefanie Hessler, Knut Ljøgodt & Susanne Østby Sæther, Henie Onstad Kunstsenter, Norvegia
Matías Duville
Internazionalmente conosciuto per una produzione fortemente improntata al disegno, attraverso il quale ha via via creato grandi installazioni raffiguranti atmosfere rarefatte e senza tempo, Duville si focalizza sulla singolarità del paesaggio, che viene a sua volta mescolato con la presenza di oggetti, con elementi della natura, rivendicando una poetica che ha tutto a che vedere con la tensione tra opposti, la mutazione, il tempo, i passaggi di stato... Il titolo dell’intervento veneziano, a cura di Josefina Barcia, è «Monitor Yin Yang» e già nella prima comunicazione dell’evento è stato posto l’accento sulle dualità dei materiali che comporranno l’installazione: limatura di carbone e sale a creare un disegno ambientale a pavimento, dove i passi degli spettatori saranno parte fondamentale del processo.
Un altro paesaggio, a un’altra latitudine, che però riporta a quelle distese che lo stesso artista ci racconta come «sue», appartenenti tanto alla propria poetica quanto alla biografia: «In un certo senso, nei miei disegni c’è una reminiscenza delle prime lande desolate che vidi nella mia vita nel Sud dell’Argentina: da lì scaturisce un immaginario che si è sviluppato in modo fittizio e fantastico, dove possono apparire elementi molto diversi da quel germe paesaggistico, ma si ritorna sempre a quelle prime immagini». Quel che è certo, tra le altre interpretazioni possibili, è che il sale e il carbone potrebbero rimandare a mari e territorio... forse anche a una certa idea di Venezia, la città-icona di quella Biennale dove tutti vorrebbero essere. «Ci sara anche una serie di componenti aggiuntivi che saranno parte fondamentale dell’opera, anche se su questo punto stiamo ancora lavorando perché si tratta di un lungo processo in cui avvengono molti cambiamenti in corso d’opera, conclude l’artista. Sono certo che l’intervento degli spettatori, alla fine della Biennale, avrà trasformato “Monitor Yin Yang” nel suo miglior stato».
Matías Duville, «Trayectos» 2010