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RojoNegro (Maria Sosa and Noe Martinez), 2025

Courtesy of Instituto Nacional de Bellas Artes y Literatura (Inbal). Foto: Alberto Rubi

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RojoNegro (Maria Sosa and Noe Martinez), 2025

Courtesy of Instituto Nacional de Bellas Artes y Literatura (Inbal). Foto: Alberto Rubi

Il Padiglione del Messico alla Biennale 2026: l’atto rituale e politico dei RojoNegro

I due artisti María Sosa e Noé Martínez presenteranno un’unica grande installazione, un «dispositivo di cura» che unirà cosmovisioni e contemporaneità

Matteo Bergamini

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È uno dei titoli più poetici tra quelli dei padiglioni nazionali alla prossima Biennale di Venezia (9 maggio-22 novembre): parliamo di «Actos invisibles para sostener el universo» (Atti invisibili per sostenere l’universo), della coppia RojoNegro ovvero María Sosa (1985) e Noé Martínez (1986), che lavorano insieme dal 2016 e che per quest’occasione sono stati invitati a rappresentare il loro Messico. Il progetto, curato da Jessica Berlanga Taylor, è stato selezionato «per la sua struttura concettuale e la capacità di articolare visioni sensibili e critiche, affrontando temi urgenti come la memoria ancestrale, la giustizia epistemica, la decolonizzazione e l’ecologia relazionale».

Ma è dal nome d’arte decisamente particolare, che è già una dichiarazione poetica e anche politica, visto che il rosso e il nero rappresentano l’est e l’ovest nei punti cardinali e sono allo stesso tempo i colori «sacri» dell’America Centrale, che comincia la nostra conversazione con i RojoNegro. 

«Secondo l’estratto del Codice Fiorentino l’inchiostro rosso e nero si riferiscono ai codici che custodivano e preservavano la conoscenza della regola della vita: una metafora dell’equilibrio tra gli esseri umani e tutti gli altri esseri esistenti nel cosmo. Ciò implica un equilibrio e una ricerca del benessere ecologico e sociale. È questo che cerchiamo di preservare attraverso la nostra pratica», ci racconta il duo, anticipando un padiglione che sarà un’unica grande installazione che «convocherà» entità animiche, ovvero afferenti all’anima, al soffio vitale, connesse agli stessi artisti in forma personale quanto sociali, mostrate attraverso l’uso di materiali organici che nel tempo sono divenuti metafore universali del corpo. Nella composizione generale, inoltre, saranno inclusi suoni e videoperformance che raccolgono voci e sensazioni di entità presenti nella loro essenza pur non essendolo fisicamente.

Una prospettiva certamente afferente alle pratiche decoloniali, intensamente partecipate a latitudini non europee, che gli artisti descrivono come una «concentrazione intorno ai nuclei primordiali dell’umano: il corpo, la vita, la morte. Parlare da una prospettiva decoloniale significa rendere visibili e dare priorità a ontologie che si è cercato di eradicare o cancellare dalla vita quotidiana dell’umanità. È una sorta di dignificazione di saperi e forme di vita che sono state svalutate, per proporle come opzioni creative per risolvere problemi contemporanei. Il padiglione cercherà quindi, da un lato, di perturbare e, dall’altro, di evocare la visibilità e l’importanza del nostro legame sensibile, tra noi umani e tra la Madre terra».

Chiaramente, la dimensione collettiva del lavoro è un’altra questione fondamentale per RojoNegro, che ricorda come l’aspetto più importante del Padiglione sia stata la sua realizzazione insieme alla rete costruita internazionalmente dal duo (rappresentati dalla No Man’s Art Gallery di Amsterdam, Ndr) nel corso degli ultimi dieci anni: «Prepararci a questo progetto è stato un lavoro enorme, le responsabilità sono cresciute in modo esponenziale in un breve lasso di tempo. È stato anche un grande esercizio di concentrazione e di gestione: delle risorse, dell’energia e dell’entusiasmo. È stato un processo di apprendimento continuo che ha attraversato una vasta gamma di emozioni. Per noi, l’importanza di questo invito risiede nella possibilità di compiere un atto rituale che è al tempo stesso politico: far risuonare la regola della vita (il costumbre, il buen vivir zapatista, l’umanesimo) e scommettere tutti insieme per sostenere la speranza di avere un presente e un futuro più equi e migliori», sottolinea il duo.

Oltre alla dimensione collettiva, nella poetica dei RojoNegro vive anche la profonda relazione del corpo con tutte le umanità, a qualsiasi latitudine esse si incontrino: «Il corpo è uno dei punti d’incontro tra le nostre diverse e molteplici culture. L’umanità possiede un corpo condiviso, indipendentemente dalle infinite relazioni che ogni società intrattiene con esso. La materia della carne, degli organi, delle ossa e delle loro funzioni ha una temporalità primordiale, per cui il binomio incrollabile di vita e morte ci costituisce, ci unisce e ci definisce. E uno dei nuclei centrali dell’installazione che proporremo per la Biennale di Venezia consiste proprio in uno sguardo rivolto all’umano», spiegano, ancora una volta centrando il punto sulla complessità del presente e sulle possibilità (utopiche?) che risiedono nell’arte. 

E se, da un lato, la lotta è tra la prospettiva postcapitalistica, che ancora vede il mondo come una area infinita di consumo e sfruttamento, dall’altro, è sempre più forte la necessità di rimarcare un dialogo e un equilibrio tra le coesistenze, e il terreno dell’arte è quello in cui le prospettive di interconnessione sono più forti, dove si intraprendono lotte per il benessere comune nonostante i mercati sbilanciati.

«Sotto questo punto di vista c’è molto lavoro da fare: vediamo come i nostri prezzi non siano equiparabili a quelli di artisti della nostra generazione nei contesti del Nord globale. Uno degli argomenti è che il Sud globale sarebbe più “conveniente”, ma anche questa è una prospettiva che arriva dal Nord: il cambio di valuta lo rende teoricamente più economico, ma in termini di accesso a un benessere paragonabile alla classe media del Nord globale, vivere nel Sud globale è immensamente più costoso», fanno notare i RojoNegro, rimarcando i parametri di una disparità di mercato la cui prospettiva è la medesima che si vive nell’esperienza di vita quotidiana. 

E per congedarci, vale riportare una citazione che è anche un augurio, e che i RojoNegro ci affidano prendendola ancora dal Codice Fiorentino (VI, f.180 r.-v), l’ultima redazione del testo Historia general de las cosas de la Nueva España, scritta nella metà del Cinquecento dal frate Bernardino de Sahagún, all’epoca a stretto contatto con le popolazioni azteche, e tradotta dallo storico León Portilla: «Xicmocuitlahui in tlilli, in tlapalli/ in amoxtli, in tlahcuilolli,/ intloc, innahuac ximocalaqui/ in yolizmatqui, in tlamatini», ovvero «Custodisci l’inchiostro nero e rosso,/ i libri, le pitture,/ mettiti vicino e al fianco/ di chi è prudente, di chi è saggio».

Una veduta della mostra «Los fragmentos que curan», No Mans Art Gallery, 2025. Foto: Jonathan de Waart, courtesy: No Mans Art Gallery

Matteo Bergamini, 15 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

Il Padiglione del Messico alla Biennale 2026: l’atto rituale e politico dei RojoNegro | Matteo Bergamini

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