Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Il Padiglione del Brasile alla Biennale di San Paolo

© ReportArch | Andrea Ferro Photography | Fundação Bienal de São Paulo

Image

Il Padiglione del Brasile alla Biennale di San Paolo

© ReportArch | Andrea Ferro Photography | Fundação Bienal de São Paulo

Il Padiglione del Brasile della Biennale 2026 sarà tutto al femminile

La curatrice Diane Lima ha scelto le artiste Rosana Paulino e Adriana Varejão per un padiglione ispirato alla pianta Dieffenbachia, molto bella ma altrettanto tossica

Matteo Bergamini

Leggi i suoi articoli

«Comigo ninguém pode – Con me nessuno può» è il titolo del Padiglione del Brasile annunciato per la Biennale Arte 2026. Rosana Paulino (1967), che a Venezia era già stata invitata da Cecilia Alemani nella sua mostra internazionale «Il latte dei sogni» nel 2022, è l’artista scelta per rappresentare il Paese insieme alla collega Adriana Varejão (1964), in un dialogo che la curatrice Diane Lima (1986) promette essere di «tensioni», ispirate metaforicamente all’identità e all’ambiguità della pianta Dieffenbachia (comunemente identificata proprio con l’appellativo Comigo Ninguém Pode), elemento ornamentale diffusissimo in Brasile che, nella propria bellezza, nasconde la sua tossicità.

«Dal primo momento in cui ho letto il testo curatoriale di Koyo Kouoh, sono entrata nel suo call-and-response per sintonizzarci sulle frequenze delle chiavi minori», ci racconta in questa anticipazione sul Padiglione la curatrice Diane Lima, rimarcando come l’ambiguità della Dieffenbachia e la dimensione spirituale che la pianta incarna e trasmette si relazionano  profondamente con la dimensione più sensoriale che didattica di cui Kouoh ha parlato nel suo progetto biennalesco. «“Le canzoni di coloro che producono bellezza nonostante la tragedia, le melodie dei fuggitivi che si riprendono dalle rovine, le armonie di coloro che riparano ferite e mondi”: sono le parole che mi hanno ispirato a creare un progetto che convocasse artiste che, come in un jazz, trascendessero i limiti della forma, offrissero un’esperienza sensoriale e creassero universi di immaginazione», continua la curatrice, che aggiunge: «In questa partecipazione il Brasile vedrà sé stesso come un riflesso e un’ombra nello specchio, un autoritratto dipinto con conversazioni sulla carne, la natura e la fede».

Lima proporziona l’incontro tra Paulino e Varejão: una triangolazione perfetta all’insegna di un Padiglione come mai si è visto nella storia del Brasile alla Biennale di Venezia, ovvero tutto al femminile e con una maggioranza black, come ricorda Paulino: «È importante sottolinearlo. Il Brasile, curiosamente, è un Paese dove le donne hanno avuto qualche spazio nell’arte, basti ricordare Tarsila do Amaral, Anita Malfatti e Lygia Clark: anche se in misura minore rispetto agli uomini, ebbero una visibilità, ma in generale si trattava di donne bianche. Per questo insisto sulla questione razziale: le persone nere, uomini e donne, hanno sempre avuto molto meno spazio nelle arti. E, dentro questo scenario, le donne nere occupano la base della piramide sociale brasiliana». E di questa «invisibilizzazione», Varejão fornisce una prova concreta. Invitata a partecipare, nel 1995, alla mostra parallela della Biennale di Jean Clair, «Transculture», curata da Fumio Nanjo e Dana Friis-Hansen, l’artista ricorda: «Anche se negli anni Novanta già si rivelavano tensioni che oggi sono diventate ancora più visibili, il sistema dell’arte era ancora fortemente centrato su narrative eurocentriche; impossibile identificare le voci del Sud Globale, specialmente di artiste nere e latinoamericane».

Però, per quanto riguarda il Brasile del 2025, non si tratterà solo di affrontare le ferite della storia nazionale, ma anche di trascenderle, in una sorta di azione sincretica che tutto ha a che vedere con il materiale spirituale e religioso della cultura brasiliana: «Comigo ninguém pode» si pone così come l’incontro tra mondi, visibilità e invisibilità, dove la connessione con la natura rappresenta un momento fondamentale nella costruzione della resilienza e delle manifestazioni culturali attuali. Ma c’è anche la questione del Padiglione in sé, un esempio di architettura in perfetto stile Modernista, progettato da Amerigo Marchesin e inaugurato nel 1964, che le artiste promettono di adattare al progetto: «Diane, Adriana e io siamo attente alla questione dello spazio, alla sua secchezza, che sfideremo con una struttura più “informe”. Porteremo materiali e proposte inusuali che avranno a che fare ognuna con il proprio lavoro, ma in un dialogo sempre congiunto», spiega Paulino, supportata da Varejão, che promette: «Creare un ambiente accogliente non significa cancellare le ferite, ma riconoscere che l’accoglienza può anche essere un gesto di cura. In fin dei conti lo spazio domestico, che è sempre stato riservato alla presenza femminile, è un luogo di memoria; custodisce sia le violenze che le possibilità di ricostruzione».

La questione dell’«invisibilizzazione» e delle ferite coloniali sarà dunque un punto marcante ma indagato, come di nuovo promette Adriana Varejão, attraverso un ambiente che inviti alla permanenza e non alla contemplazione distante. «L’incontro tra Paulino e Varejão, nella pratica, mostra che ciò che ci rappresenta oggi nella geopolitica globale: la continua ricerca di dialogo, di giustizia sociale, riparazione storica e anche, il promuovere pratiche di solidarietà e collettività. È con questa energia che stiamo lavorando e la nostra aspettativa è che il messaggio di “Comigo ninguém pode” arrivi a un pubblico sempre più ampio», spiega la curatrice.

«Armonia» e «attrito» sono le parole che Diane Lima ha inizialmente usato per raccontare la narrativa espositiva del Padiglione, ma durante il nostro incontro ammette che anche la parola «tensione» potrebbe essere funzionale all’idea: i toni armonici, le sovrapposizioni e le approssimazioni simboliche, cromatiche, materiche e iconografiche che costituiscono il repertorio culturale nazionale di entrambe le artiste, traboccheranno nei linguaggi e «in ciò che le nostre stesse presenze significano in termini di giustizia e riparazione storica», rimarca la curatrice, supportata dalle artiste. 

«Avere un padiglione con tre donne, essendo due di loro nere, rappresenta un cambiamento significativo, una vera pietra miliare per la produzione artistica del Paese che, per la prima volta, si rivolge alla propria popolazione, a quel 60 per cento di popolazione nera che forma il gruppo demografico più grande del Paese», ricorda Paulino. «Ciò che mi aspetto da questa Biennale è che l’apertura ad altre prospettive ed esperienze si consolidi non come eccezione, ma come parte integrante del pensiero artistico contemporaneo. Rappresentare il Brasile insieme a Rosana Paulino è anche affermare un modo di esistenza, che articola memoria, spiritualità e corpo, dimensioni che continuano ad abitare il mio lavoro», conclude Varejão. Appuntamento al 6 maggio, per quanto riguarda Venezia. Mentre per il Brasile l’appuntamento è con la società del futuro.

Matteo Bergamini, 30 novembre 2025 | © Riproduzione riservata

Il Padiglione del Brasile della Biennale 2026 sarà tutto al femminile | Matteo Bergamini

Il Padiglione del Brasile della Biennale 2026 sarà tutto al femminile | Matteo Bergamini