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Il Giornale dell'Arte di ottobre 2026

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Il Giornale dell'Arte di ottobre 2026

«Il Giornale dell’Arte» non deve più essere soltanto un giornale

«Il Giornale dell’Arte» supera i quattro milioni di visualizzazioni digitali sia ad agosto sia a settembre e oltre 10 milioni nell’arco di tre mesi. Numeri che raccontano una trasformazione più ampia: nuovi settori, Osservatori e Rapporti, carta, digitale, social, video, Archivio e una presenza sempre più internazionale. L’obiettivo: allargare il pubblico senza restringere il pensiero.

Luca Zuccala

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Nell’agosto 2026 «Il Giornale dell’Arte» ha superato i quattro milioni di visualizzazioni digitali in un mese. Nell’agosto 2024 erano 392mila. Significa una crescita del 924% rispetto allo stesso mese di due anni prima, precedente all’acquisizione di Allemandi da parte della compagine Intesa Sanpaolo, Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo e Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, completata nel dicembre 2024.

Lo stesso è accaduto nei trenta giorni di settembre, chiusi nuovamente oltre la soglia dei quattro milioni di visualizzazioni. Nell’arco degli ultimi tre mesi abbiamo così ampiamente superato i 10 milioni di visualizzazioni complessive. Nei primi otto mesi del 2026, intanto, i contenuti distribuiti sulle piattaforme social hanno totalizzato 65 milioni di visualizzazioni, 40 milioni delle quali su Instagram. Crescono contemporaneamente le tirature, gli abbonamenti e le vendite della carta, mentre intorno alla testata nascono nuovi settori, osservatori, rapporti e prodotti editoriali. Ma i numeri sono soltanto l’indicatore di una trasformazione più profonda. Quella di costruire intorno a un giornale con oltre quarant’anni di storia una piattaforma capace di osservare il sistema dell’arte e della cultura nella sua interezza, mettere in relazione mondi differenti e diventare uno dei luoghi nei quali questo sistema si informa, discute e si confronta.

Potremmo certamente considerare questi dati la misura del lavoro compiuto, ma sarebbe una lettura parziale di quello che sta accadendo. Sia chiaro: quattro milioni di visualizzazioni in un mese non costituiscono in sé un progetto editoriale, così come 65 milioni di visualizzazioni sui social media non fanno automaticamente una testata autorevole. Possono anzi produrre l’effetto opposto, se la ricerca della crescita a tutti i costi comincia a determinare la scelta di ciò che si decide di pubblicare. La questione che ci siamo posti in questi mesi è stata quindi diversa: come si può allargare radicalmente il pubblico senza restringere il pensiero? È su questo punto che si sta misurando la trasformazione del giornale. Per questo stiamo lavorando su più livelli contemporaneamente.

Nel 2026 il perimetro editoriale si è enormemente allargato. Dalle 12 sezioni originarie siamo passati a 50 tra settori e focus permanenti, affidati a responsabili e professionisti delle rispettive discipline. Accanto ai territori storici del giornale sono stati rafforzati segmenti come l’antiquariato, il design, il diritto, la fotografia, il cinema, gli archivi, il disegno antico, gli spazi indipendenti, le residenze artistiche, la filosofia d’arte, la moda e le molte altre zone nelle quali la cultura visiva contemporanea si forma e si trasforma. Ignorare le molteplici ibridazioni in atto significherebbe continuare a descrivere un sistema che non esiste più nella forma in cui eravamo abituati a conoscerlo.

Nessuna di queste trasformazioni avrebbe però senso senza le persone che producono il giornale. L’allargamento dei settori ha significato anche allargare radicalmente la comunità delle firme, coinvolgendo nuove generazioni di giornalisti insieme a storici dell’arte, studiosi, critici e professionisti provenienti dai diversi territori che raccontiamo. Una testata cresce davvero quando aumenta il numero degli sguardi attraverso i quali riesce a osservare il mondo. Da questa convinzione è nato anche «Vernissage», il nuovo semestrale dedicato alle intersezioni fra arte, moda, lusso e culture contemporanee, di cui il secondo numero, dedicato all’«Assenza», è da questa settimana in edicola e in libreria. Il successo del suo lancio ci ha confermato che si possono costruire prodotti editoriali differenti mantenendo riconoscibile un terreno comune. «Vernissage» nasce per osservare un territorio nel quale i confini fra discipline, industrie creative e produzione culturale sono sempre meno rigidi, senza trasformare l’arte in decorazione del lusso né la moda in semplice fenomeno di costume. La doppia serata di lancio dei numeri alle Gallerie d’Italia di Milano, con oltre mille ospiti presenti, ha mostrato l’esistenza di una comunità che attraversa mondi professionali diversi e che raramente viene riunita attorno allo stesso progetto editoriale. Esattamente il genere di intersezione che vogliamo continuare a costruire.

Alla moltiplicazione dei settori abbiamo affiancato la digitalizzazione dell’intero Archivio storico del giornale, interamente consultabile gratuitamente online, e gli Osservatori. Oltre a raccontare ciò che accade quotidianamente, vogliamo seguire i fenomeni per periodi abbastanza lunghi da comprenderne le trasformazioni: dallo stato di salute del sistema a come sta cambiando il modello della galleria, dall’evoluzione della comunicazione alle indagini sulle nuove tecnologie e geografie dell’arte. Lo stesso principio guida i «Rapporti Annuali» dedicati ad aste, mercato, fotografia, formazione, fondazioni, design, antiquariato, imprese, fino alla Power 100 e alla Top 50 Under 40, ai quali si aggiungeranno nuovi strumenti dedicati ai servizi per l’arte, al collezionismo e ad altri comparti.

In questa trasformazione la carta non rappresenta il residuo del giornale che eravamo. Al contrario, proprio mentre aumenta la velocità dell’informazione digitale, deve diventare sempre più il luogo della selezione, dell’approfondimento e della permanenza. Il digitale racconta ciò che accade, la carta deve stabilire ciò che merita di restare. Per questo continuiamo a investirvi, chiedendole meno immediatezza e più profondità.

Il Telegiornale dell’Arte è uno degli esempi più chiari di come un formato tradizionale possa trovare una funzione nuova. È diventato progressivamente un punto di riferimento dell’informazione audiovisiva dedicata all’arte, non come semplice traduzione in immagini degli articoli del giornale, ma come strumento giornalistico autonomo. Interviste, notizie, collegamenti, approfondimenti, presenza nei luoghi nei quali l’arte viene prodotta e discussa. Lo abbiamo visto con particolare evidenza nelle giornate del festival Cortona On The Move lo scorso luglio, quando abbiamo riunito in Toscana una parte significativa dei direttori, curatori e protagonisti del sistema museale e artistico del Paese, realizzando una grande puntata speciale costruita per capitoli.

Carta, digitale, social media e televisione cominciano così a rispondere a funzioni diverse dello stesso progetto. Attorno a questi assi si sta formando un sistema che comprende newsletter, canali WhatsApp e Telegram, podcast, video, nuovi «verticali» e speciali editoriali. In costante espansione. Come la logica che ci ha portato settimanalmente fuori dalle redazioni. Nel corso di quest’anno il giornale ha seguito e fisicamente attraversato una parte consistente della geografia del sistema: da New York a Tokyo, da Parigi a Hong Kong, passando per Londra, Maastricht, Basilea, Venezia, Milano, Los Angeles, Berlino, San Paolo, Madrid, Shanghai, Bologna, Seoul e Arles. A novembre saremo tra Artissima a Torino e Paris Photo, dopo un anno di progetti e attivazioni che ha toccato Arte Fiera, il Salone del Libro, miart e la Design Week, Manifesta, la Biennale di Venezia e di Lione, Paris Internationale, la BIAF a Firenze, BRAFA a Bruxelles e TEFAF a Maastricht, Art Basel, Cortona On The Move e Rencontres ad Arles. Continuando nei prossimi giorni tra Frieze a Londra, Art Basel Paris, Colonia, Abu Dhabi, Roma, Miami e le principali Art Week e Gallery Weekend internazionali. In questa geografia, Torino e Artissima rappresentano per noi il fulcro gravitazionale, il luogo nel quale il sistema italiano si misura ogni anno con la scena internazionale.

Ma essere internazionali non significa semplicemente essere presenti all’estero. Significa costruire una prospettiva dalla quale l’Italia possa essere osservata dentro il mondo e il mondo raccontato senza essere costantemente filtrato attraverso un unico centro. «Il Giornale dell’Arte» nasce in Italia, ma il suo campo di osservazione non può avere confini nazionali.

Nel frattempo, abbiamo cominciato a portare il giornale anche in luoghi nei quali tradizionalmente un giornale non si ferma. A settembre è partito il roadshow dedicato alla formazione e all’educazione, destinato a toccare tutta la Penisola. Tavole rotonde, incontri, collaborazioni e partnership rappresentano sviluppo e atterraggio del nostro lavoro quotidiano. Dopo la media partnership del Padiglione Italia alla Biennale Arte di Venezia, saremo media partner di Alba Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2027, accompagnandone il programma presentato lo scorso 15 settembre. Sono progetti differenti, ma rispondono alla stessa idea. La testata non deve limitarsi a osservare una comunità dall’esterno. Può creare le condizioni perché quella comunità si incontri, purché mantenga chiara la distinzione fra partecipazione e indipendenza editoriale.

È fondamentale che il giornale stia diventando una piattaforma editoriale multicanale e una media company culturale, senza smettere per questo di essere un giornale. Anzi: più aumentano eventi, partnership, piattaforme, formati e pubblici, più deve essere forte il nucleo giornalistico che li tiene insieme. Informare, verificare e selezionare. Sapere con chi si sta parlando senza trasformare la relazione in soggezione. Essere dentro il sistema abbastanza da comprenderlo e sufficientemente indipendenti da criticarlo.

Allargare il pubblico significa anche assumersi una responsabilità ulteriore verso chi ci legge. «Il Giornale dell’Arte» nasce come testata specialistica e tale deve rimanere nella competenza, non necessariamente nella dimensione del pubblico. Rigore e accessibilità non sono contrari. La sfida è rendere comprensibile la complessità senza semplificarla. È forse questa la conseguenza più importante dei numeri dai quali siamo partiti: raggiungere più persone aumenta, anziché diminuire, la responsabilità di ciò che scegliamo di raccontare.

L’obiettivo è costruire una piattaforma di eccellenze nella quale un osservatorio sul mercato, una ricerca sulla fotografia, una pagina di antiquariato, un focus sulle fondazioni e un nuovo magazine possano alimentarsi reciprocamente. Il valore sta nelle connessioni che riusciamo a creare tra di essi. Il prossimo passaggio sarà fare in modo che questa crescita non produca semplicemente più contenuti, ma più conoscenza. Nel 2027 vogliamo mettere ancora maggiormente in relazione ciò che abbiamo costruito: gli Osservatori con i Rapporti, l’Archivio con l’attualità, il digitale con la carta, la ricerca con gli eventi, l’Italia con la rete internazionale che stiamo sviluppando. Crescere, a questo punto, significa soprattutto aumentare la capacità del giornale di leggere ciò che accade prima che diventi evidente.

Il progetto prende forma quando i numeri che abbiamo raggiunto e gli strumenti che abbiamo attivato diventano il mezzo per costruire qualcosa che prima non c’era. La crescita ha senso soltanto se aumenta la quantità di realtà che siamo capaci di osservare e la profondità con cui riusciamo a raccontarla.

Un luogo nel quale il sistema dell’arte possa riconoscersi, essere raccontato e, soprattutto, essere messo in discussione. È questo, oggi, il lavoro de «Il Giornale dell’Arte».

Luca Zuccala, 03 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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