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I dodici misteriosi romanzi di Yayoi Kusama

Dalla prosa cruda di «Manhattan Suicide Addict» ai club BDSM di «Arching Chandelier», la produzione narrativa dell'autrice rivela un universo cupo, a lungo rimasto nell'ombra

Alberto Camogli

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La recente scomparsa di Yayoi Kusama restituisce al mondo dell'arte il ritratto di un'autrice eclettica la cui eredità scavalca ampiamente la fama virale delle sue installazioni immersive, tra le celebri Infinity Rooms e le imponenti sculture vegetali a pallini. Dietro la facciata visiva più nota e fotografata si cela infatti una produzione prolifica ed eterogenea, che nel corso dei decenni ha abbracciato le performance, il design di moda con la fondazione della Kusama Fashion Company, la regia di videoclip musicali e, soprattutto, una ricca attività letteraria.

Approdata a New York nel 1958 con l'ambizione di affermarsi nell'avanguardia americana, sostenuta da figure come Georgia O’Keeffe e legata sentimentalmente a Joseph Cornell, l'artista giapponese si distinse per una serie di Happenings provocatori, spesso a carattere politico e di stampo corporeo. Ciononostante, le difficoltà economiche e i problemi di salute la spinsero nel 1973 a far ritorno in Giappone, dove scelse di ricoverarsi per gestire i propri disturbi ossessivo-compulsivi. È precisamente in questa fase che Kusama ha ripreso in mano la scrittura, disciplina coltivata fin dalla giovinezza, dando vita tra il 1977 e il 2002 a un corpus di dodici romanzi, quattro sillogi poetiche, una raccolta di racconti e un'autobiografia.

Quella letteraria rimane la sezione più enigmatica e meno catalogata del suo percorso visivo ed espressivo, complice una circolazione limitata e la scarsità di traduzioni. Per intenderci, il romanzo d'esordio del 1978, Manhattan Suicide Addict, non è mai stato edito in lingua inglese. In quest'opera meta-autobiografica, scritta in tre settimane in preda a una forte spinta maniacale dopo la morte di Cornell, Kusama mette in scena una giovane artista giapponese a New York travolta da allucinazioni visive, impulsi suicidi e dall'ossessione per i pattern ripetitivi usati come scudo per non dissolversi nel vuoto. 

Le trame dei suoi libri esplorano costantemente le zone d'ombra e le sottoculture urbane della Manhattan vissuta negli anni Sessanta. In The Hustler’s Grotto of Christopher Street (1983), l'autrice racconta con crudo iperrealismo le vite di giovani emarginati e ragazzi di strada tra prostituzione e tossicodipendenza nel Greenwich Village, mentre in Arching Chandelier (1989) sposta il focus sulle dinamiche psicologiche di dominazione ed erotismo attorno alla figura di una giovane proprietaria di un club BDSM a New York. Nel successivo Angels in Cape Cod (1990), la narrazione segue invece un'artista visiva disposta a usare la seduzione e la manipolazione come armi pur di farsi strada in un mercato dell'arte cinico e maschilista. In tutte le sue prose, lo stile di scrittura riflette la stessa ossessione per la ripetizione, il ritmo e la rielaborazione del trauma che caratterizza la sua pittura e le sue sculture.

La ricezione dei suoi testi ha attraversato fasi alterne, oscillando tra riconoscimenti critici - tra cui l'assegnazione del decimo premio letterario della rivista Yasei Jidai per The Hustler’s Grotto of Christopher Street - e accese polemiche. Sia tale testo sia l'autobiografia Infinity Net sono stati infatti oggetto di severe critiche per alcuni passaggi ritenuti lesivi sul piano razziale, portando l'autrice a scusarsi pubblicamente nel 2023 per i termini usati in passato. 

Negli ultimi anni, la riscoperta della sua poesia ad opera della casa editrice David Zwirner Books ha offerto un ulteriore occasione per rileggere la sua figura, rivelando come il confronto con il dubbio e la vitalità del suo sguardo artistico trovino nella parola scritta una delle espressioni più intime e sincere.

Alberto Camogli, 28 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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