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Alberto Camogli
Leggi i suoi articoliSono le opere più celebri, ma non certo le uniche. Al di là del fenomeno immersivo delle Infinity Mirror Room, il percorso di Yayoi Kusama si è articolato su una produzione monumentale e multiforme che ha attraversato la pittura, la scultura, il cinema sperimentale, le azioni gestuali e le performance d'avanguardia. Se le stanze a specchi rappresentano l'architettura finale del suo ambiente lisergico, sono state proprio le sue opere su superficie e a rilievo a posizionarla come figura ponte tra l'Espressionismo Astratto, il Minimalismo e la Pop Art.
L'atto fondativo della sua sintassi visiva risiede negli Infinity Nets, la monumentale serie di dipinti iniziata alla fine degli anni Cinquanta al suo arrivo a New York. Si tratta di enormi tele monocrome – originariamente in bianco, grigio e crema – interamente ricoperte da una maglia fitta e ininterrotta di archi a pennello e minuscole macchie piane. L'esecuzione di queste tele, che richiedeva sessioni di pittura ossessive e sfibranti di oltre diciotto ore al giorno, trasferiva la bidimensionalità del quadro verso uno spazio percettivo sconfinato. La pittura cessava così di essere rappresentazione per diventare la registrazione grafica dell'allucinazione, con la maglia della rete che si espande oltre i bordi della tela, minacciando di inghiottire la parete, il pavimento e lo sguardo stesso dell'osservatore. Fu proprio una di queste tele a conquistare il favore critico di Donald Judd nel 1959, intuendo che in quel gesto ipnotico risiedeva il superamento della gestualità dell'Espressionismo Astratto verso un minimalismo seriale e concettuale.
Yayoi Kusama nel suo studio a New York, circondata da alcuni «Infinity Nets», 1961. Image courtesy Yayoi Kusama Inc. © Yayoi Kusama
Agli inizi degli anni Sessanta, l'ossessione per la ripetizione abbandona la superficie piana per colonizzare la tridimensionalità attraverso le Accumulations. Kusama inizia a cucire a mano centinaia di sculture morbide di forma fallica in tela bianca riempita di ovatta, ricoprendone in modo sistematico oggetti d'uso quotidiano. Poltrone, divani, scarpe da donna, specchiere e persino un'intera barca a remi (Accumulation No. 1 e Self-Obliteration) vengono letteralmente sommersi da questa proliferazione organica. Il gesto racchiude una doppia matrice concettuale: da un lato l'esorcismo psicologico del trauma e della paura della sessualità maschile attraverso la moltiplicazione grottesca del motivo phallico; dall'altro un'anticipazione radicale delle sculture morbide di Claes Oldenburg e del linguaggio Pop, condotto però con una tensione nevrotica e personale del tutto aliena alla freddezza americana.
Parallelamente alla materia scultorea, la fine degli anni Sessanta segna il passaggio dell'artista alla dimensione pubblica e performativa attraverso gli Happenings e il concetto di Body Painting. Nella New York infiammata dalle proteste contro la guerra in Vietnam, Kusama organizza azioni provocatorie in luoghi simbolici della città, come Central Park, Wall Street, il MoMA o Times Square. L'artista dipinge coloratissimi polka dots sui corpi nudi dei partecipanti. Un atto che essa definisce ufficialmente Self-Obliteration (annullamento del sé). Coprire la pelle umana con i pois significa privare il corpo dell'identità individuale e dell'ego sociale per re-integrarlo nell'armonia del cosmo. Nel celebre film sperimentale del 1967, Kusama’s Self-Obliteration, il gesto pittura-corpo-natura viene documentato in una sequenza lisergica dove gatti, cavalli, alberi e corpi umani vengono unificati e dissolti dalla solita griglia geometrica.
Yayoi Kusama all’evento «Bust Out» allo Sheep Meadow di Central Park, 1969. Collezione Yayoi Kusama. Courtesy Yayoi Kusama Studio Inc.; Ota Fine Arts, Tokyo; Victoria Miro Gallery, Londra
In questo solco di contestazione politica e istituzionale si colloca una delle sue opere più celebri e dirompenti, Narcissus Garden, presentata piratescamente alla XXXIII Biennale d'Arte di Venezia nel 1966. Senza alcun invito ufficiale ma con la complicità morale di Lucio Fontana, Kusama allestisce nei prato dei Giardini della Biennale un tappeto composto da 1.500 sfere a specchio in plastica argentata. Quando i visitatori si avvicinavano, vedevano la propria immagine frammentata e riflessa sulla superficie curva delle sfere. Con un gesto spiazzante, l'artista inizia a vendere le singole sfere al pubblico per 1.200 lire al pezzo (circa 2 dollari dell'epoca), accompagnandole con un cartello che recitava «Your Narcissism for Sale» (Il tuo narcisismo in vendita). L'azione, tempestivamente bloccata dalla sicurezza della Biennale, smascherava in anticipo sui tempi la commercializzazione dell'arte e il narcisismo dell'osservatore, trasformando lo specchio in un dispositivo critico prima ancora che immersivo.
Tra le azioni concettuali meno rumorose ma più sottili degli anni americani spicca Walking Piece (1966). In una serie di diapositive a colori, Kusama si fa fotografare mentre cammina solitaria per le strade deserte di New York indossando un kimono tradizionale giapponese e reggendo un ombrello decorato con fiori finti. La performance analizza in modo lucido la condizione di alienazione dell'artista straniera e donna all'interno della metropoli occidentale: il kimono, stereotipo culturale imposto dallo sguardo americano sulla figura femminile asiatica, viene portato dall'artista fino alle lacrime nell'indifferenza urbana, rivelando la sottile violenza della catalogazione culturale e dell'isolamento.
Infine, la produzione pittorica della maturità trova la sua massima sintesi nel monumentale ciclo My Eternal Soul, avviato nel 2009 e portato avanti fino agli ultimi giorni di vita nel suo studio a Tokyo. Composta da centinaia di grandi tele quadrate dai colori primari e squillanti, la serie abbandona il rigore monocromo degli esordi per un'esplosione di forme biomorfe. Occhi stilizzati, profili umani, amebe, volti primordiali e ovviamente gli inseparabili pois. Un ciclo che rappresenta la somma testamentaria della sua estetica.
Yayoi Kusama nel suo studio mentre dipinge un’altra opera della serie «My Eternal Soul», 2014