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Roberta Bosco
Leggi i suoi articoliPoche collezioni private racchiudono tanta storia, prestigio e controversie come quella riunita da Jacques e Natasha Gelman a partire dagli anni ’40, considerata una delle più importanti collezioni private di arte moderna messicana. La raccolta, che comprende circa 160 opere fondamentali di artisti come Frida Kahlo (con 18 opere), Diego Rivera con oli e acquerelli sorprendenti, José Clemente Orozco, María Izquierdo, Rufino Tamayo, il fotografo Manuel Álvarez Bravo, Leonora Carrington e molti altri, è esposta fino al 10 gennaio 2027 nel Faro Santander, il nuovo centro culturale voluto dalla presidentessa della banca Santander Ana Botín e progettato da David Chipperfield, che ha aperto le sue porte lo scorso 7 settembre. Poi la collezione andrà alla Fondazione Beyeler di Basilea (31 gennaio 2027-17 maggio 2027) e al Museo di Oslo (17 giugno 2027-7 novembre 2027), prima di tornare in Messico nel 2028 per una mostra al Museo d’Arte Contemporanea di Monterrey.
La Fondazione Santander ha ribadito che non ha acquistato la collezione e che l’accordo prevede solo la conservazione, lo studio e la diffusione delle opere in musei internazionali. «In questa mostra si espongono solo 93 delle 161 opere che formano parte dell’accordo. Mostreremo anche le altre», ha segnalato a «Il Giornale dell’Arte», Daniel Vega, direttore della nuova istituzione di Santander, che non ha però parlato del ritorno in patria delle opere dichiarate «patrimonio nazionale», soprattutto di quelle di Frida Kahlo di cui l’anno prossimo si celebrano i 120 anni dalla nascita con commemorazioni in diversi paesi. Nonostante le dichiarazioni della presidentessa del Messico, Claudia Sheinbaum, che assicura che i dipinti «torneranno in patria dopo due anni come previsto dalla legge», la battaglia tra chi ne chiede la permanenza in patria e chi ne auspica la circolazione internazionale continua.
La controversia attuale nasce dalla decisione della famiglia Zambrano, proprietaria della collezione dal 2023, di affidarne la gestione alla Fondazione Banco Santander. L’accordo ha scatenato l’indignazione di circa 500 intellettuali e artisti messicani, riuniti nel collettivo «Defendamos la colección Gelman», che in una lettera aperta hanno espresso la loro preoccupazione per quello che considerano uno stratagemma legale e finanziario per privare un popolo del suo patrimonio, giacché la raccolta ora funge da garanzia per saldare un debito privato con una banca spagnola.
Diego Rivera, «Paisaje con cactus», 1931. © 2026 Banco de México Diego & Rivera Frida Kahlo Museums Trust. Av. 5 de Mayo No. 2, col. Centro, alc. Cuauhtémoc, c.p. 06000, Mexico City
Per capire come si è arrivati a questo punto è importante ripercorrere la rocambolesca storia della raccolta. Jacques Gelman (San Pietroburgo, 1909-Houston, 1986), produttore cinematografico dei film di Mario Moreno Cantinflas, una delle grandi star del cinema messicano, conobbe Natasha in Messico e diventarono i mecenati dei principali artisti locali del XX secolo. Insieme riunirono una straordinaria collezione che nel 1990 contava più di 300 opere e secondo le stime del momento valeva oltre 600 milioni di dollari (520 milioni di euro). Poco prima di morire di infarto nel 1998, Natasha donò la «parte europea» della collezione (81 opere di Picasso, Matisse, Kandinsky ed altri) al Metropolitan Museum of Art di New York, in cui sono attualmente esposte. Per la «parte messicana», scelse come esecutore testamentario il curatore Robert Littman e stabilì che le opere dovessero rimanere unite, mantenere la denominazione (adesso si chiama Gelman Santander) ed essere esposte in un’istituzione privata in Messico. La collezionista dispose importanti donazioni anche a favore del Weizmann Institute e della famiglia Jung, chiamati a dare continuità al suo operato; fondi che, tuttavia, non vennero mai erogati. Entrambi denunciarono Littman per frode, appropriazione indebita e associazione a delinquere, ma non si arrivò mai al processo e la questione si risolse con un accordo confidenziale tra le parti che non è trapelato.
Littman riuscì così a diventare il proprietario di una raccolta che ormai valeva centinaia di milioni di dollari con l’aiuto di un notaio messicano, che venne poi assassinato nella sua auto. Il curatore preferì tenere un profilo basso e non si parlo più della collezione fino a quando nel 2023 decise di venderla. La offrì senza successo al Governo messicano per 300 milioni di dollari (circa 260 milioni di euro), secondo le dichiarazioni di Gerardo Estrada, ex direttore del Istituto Nazionale di Belle Arti e Letteratura (Inbal). Alla fine la acquistò Marcelo Zambrano, impresario del cemento, proprietario di Cemex, pagando meno di 200 milioni (poco più di 170 milioni di euro), grazie a un prestito di Sotheby’s Financial Service (una somma ridicola considerando che un’opera di Kahlo è stata venduta recentemente per 55 milioni). Allo scadere dei primi interessi del finanziamento nel 2024, Sotheby’s mise in vendita 30 opere. L’Inbal cercò però di bloccare l’asta, ma riuscì solo a fare ritirare due opere.
María Izquierdo, «Escena de circo», 1940
Da gennaio 2026, Banco Santander ha rilevato il credito di Sotheby’s. Secondo un’inchiesta di Mario Maldonado, giornalista del quotidiano messicano «El Universal», esperto in materia, se Zambrano fosse stato inadempiente, Sotheby’s avrebbe potuto sequestrare i dipinti, mentre la banca ha acquisito un privilegio sulla quota di Zambrano nella società a responsabilità limitata proprietaria della collezione e in caso di inadempienza, assume il controllo della società e delle opere. «Banco Santander non ha bisogno di acquistare la collezione. Può prenderne possesso se il proprietario smette di pagare», riassume Maldonado.
La partenza dal Messico di una delle più importanti collezioni private di arte messicana del XX secolo ha scatenato un acceso dibattito sulla tutela del patrimonio culturale, la trasparenza istituzionale e i limiti della circolazione internazionale di opere considerate di particolare rilevanza storica. Per questo, il collettivo «Defendamos la colección Gelman» ha intentato tre cause contro l’Inbal, l’ente responsabile del rilascio dei permessi di esportazione per le opere tutelate dalla legge messicana, sostenendo che sussistono dubbi sulla legittimità del trasferimento temporaneo all’estero di alcune, tra cui i 18 lavori di Frida, (capolavori come «Diego nella mia mente», «Autoritratto con scimmie», «L’abbraccio d’amore dell’universo, la Terra (Messico), Io, Diego e il signor Xólotl» e «La sposa che ha paura di vedere la vita aprirsi»), «Ritratto di Natasha Gelman», «Paesaggio con cactus» e «Venditrice di calle» di Diego Rivera e il «Ritratto di Cantinflas» di Rufino Tamayo.
«Non rilasciamo dichiarazioni su un accordo privato tra Banco Santander e un cliente, che è sottomesso alle leggi sulla privacy», ha affermato il direttore di Faro Santander. Secondo Maria Minera, portavoce del collettivo è proprio quest’ultimo dettaglio a mettere a rischio la collezione, poiché funge da garanzia per il debito che Zambrano ha contratto con Banco Santander. «Il comunicato ufficiale descrive solo lo scenario più favorevole, il ritorno in patria delle 30 opere dichiarate “Monumentos Artísticos”, senza rispondere a una domanda fondamentale: che cosa succederebbe se Zambrano smettesse di pagare il prestito? In tal caso, come farebbe Banco Santander a recuperare il suo credito se la collezione non potesse essere venduta o trasferita definitivamente fuori dal Messico? Come garantisce il Governo messicano la tutela delle opere, considerando il rischio che siano coinvolte in una controversia legale?» si chiede Maria Minera. «È molto improbabile che Banca Santander possa diventare proprietaria della collezione. In generale, quando un’opera viene utilizzata come garanzia per un prestito, in caso di inadempienza, le banche cercano di risolvere la situazione in modo da preservarne il valore e l’integrità. Quando le opere sono tutelate dalla legislazione sui beni culturali, qualsiasi soluzione è soggetta a tali vincoli legali, comprese le limitazioni all’esportazione o al trasferimento», ribatte Vega, ma quel che è certo è che l’eredità che Natasha Gelman voleva preservare in Messico, unita e accessibile nella sua totalità, si è trasformata in un bene finanziario.
David Alfaro Siqueiros, «Retrato de Natasha Gelman», 1950. © David Alfaro Siqueiros, VEGAP, Madrid, 2026
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