Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

Una veduta parziale del complesso dell’Abbazia della Novalesa

Foto: Città Metropolitana di Torino

Image

Una veduta parziale del complesso dell’Abbazia della Novalesa

Foto: Città Metropolitana di Torino

I 1.300 anni di un luogo carico di storia: l’Abbazia di Novalesa

Venne fondata il 30 gennaio 726 dall’allora signore franco di Susa e Moriana Abbone, a controllo del valico del Moncenisio. I suoi domini si estendevano anche nel basso Piemonte, fino all’entroterra ligure di Ponente

Vittorio Bertello

Leggi i suoi articoli

Quest’anno si celebra un compleanno «tondo» (1.300 anni) per uno dei più antichi monumenti del Piemonte. La storia dell’Abbazia dei Santi Pietro e Andrea della Novalesa, situata nel comune di Novalesa (To), in val Cenischia, valle tributaria di sinistra della val di Susa, inizia infatti il 30 gennaio del 726, con l’atto di fondazione ad opera dell’allora signore franco di Susa e Moriana, Abbone, a controllo del valico del Moncenisio. Questo documento esiste tuttora e si trova dal 1851 all’Archivio di Stato di Torino.

Ma se si dà ascolto al monaco chiamato a stendere la storia di questo monastero a metà del XII secolo, colui che redasse il Chronicon Novalicense, le sue origini sono molto più antiche: «Fra gli altri membri della famiglia di Nerone che avevano abbracciato la fede cristiana e la legge evangelica v’era una matrona romana nobile e ricca, parente, anzi, nipote dell’Imperatore, di nome Priscilla, la quale con un onorevole pretesto si ritirò in Piemonte, nella città di Susa…». Niente di più di una favola che mitizzava le origini del cenobio, allo scopo di consolidarne il prestigio, proprio quando i monaci vi erano tornati dopo le distruzioni saracene e il momentaneo abbandono.

L’atto di Fondazione dell’Abbazia della Novalesa, conservato all’Archivio di Stato di Torino

Gli affreschi nella volta della Cappella di Sant’Eldrado

La storia dell’Abbazia

Nell’VIII secolo i monasteri avevano una precisa funzione strategica e i Franchi in particolare non solo li considerarono loro sfera di influenza, ma li utilizzarono come punti di partenza per le loro incursioni contro le popolazioni nemiche. Secondo lo storico Laurent Ripart, docente di Storia del Medioevo all’Università Savoie Mont Blanc di Chambéry, se altri importanti monasteri erano stati costruiti nelle zone alpine lungo gli itinerari di attraversamento, perlopiù in posizione accessibile presso gli sbocchi vallivi, la Novalesa fu invece una sorta di pionieristica «testa di ponte», essendo il primo sito del genere a venire fondato internamente nelle Alpi, all’estremo limite dell’area di popolamento umano e con un territorio di riferimento esclusivamente alpino (sorge a 828 metri d’altitudine s.l.m., ai piedi del Moncenisio).

D’altro canto, proprio il valico del Moncenisio, che mette in comunicazione le valli del Rodano e della Saône con la Valle di Susa e quindi con la Pianura Padana, fu l’itinerario preferito dapprima dai pellegrini e, dopo il Mille, dai «mercatores», in quanto costituiva una via preferenziale sul grande asse del traffico transalpino.

Il primo abate del monastero, san Godone, fu nominato dallo stesso fondatore, Abbone. L’abbazia, che visse da protagonista le varie fasi dello scontro tra Franchi e Longobardi, culminato nel 773 nella battaglia alle Chiuse di San Michele, presso un altro celebre monumento medievale della Val di Susa, l’Abbazia Sacra di San Michele della Chiusa, popolarmente nota come «Sacra di San Michele», ottenne dai sovrani franchi Pipino il Breve e Carlo Magno numerosi privilegi, tra cui quello della libera elezione dell’abate e del pieno possesso dei beni di fronte ad ogni autorità laica ed ecclesiastica.

Il monastero estendeva i suoi domini anche nel basso Piemonte, fino all’entroterra ligure di Ponente. Il suo prestigio raggiunse il culmine con l’abate Eldrado (originario di una nobile famiglia provenzale), che resse l’abbazia tra l’820 e l’845. Giunto alla Novalesa dopo un lungo pellegrinaggio tra Francia, Spagna e Italia, fu stimato come teologo, in dialogo con altre illustri personalità dell’epoca, come Floro di Lione. Nel 906 l’Abbazia fu saccheggiata e distrutta da una scorreria di Saraceni, provenienti dalla Provenza; avvertiti in anticipo del pericolo, l’abate e la maggior parte dei monaci si rifugiarono a Torino, portando in salvo i codici della biblioteca. Qualche anno dopo, sotto la protezione di Adalberto I, marchese di Ivrea, fondarono nella Lomellina il monastero di Breme. Tra i monaci rimasti nell’abbazia, due, catturati e uccisi dai Saraceni ad Oulx, probabilmente nel luogo in cui sarebbe sorta la Prevostura di San Lorenzo, vennero poi venerati come martiri (i santi Giusto e Flaviano).

Dopo la distruzione, la ricostruzione

L’abbazia venne nuovamente ricostruita nella prima metà dell’XI secolo su iniziativa di Gezone, abate di Breme. Un gruppo di monaci benedettini, guidati dal monaco architetto Bruningo, tornò a Novalesa per restaurare l’antico monastero che successivamente costituì, con i villaggi della Val Cenischia (Ferrera, Venaus e Novalesa), una circoscrizione ecclesiastica autonoma durata per diversi secoli. La storia della Novalesa si ricollega quindi alla ricostruzione dell’antica chiesa di Sant’Andrea a Torino (che costituisce il nucleo originario dell’odierno Santuario della Consolata), di cui sussiste l’imponente campanile, alzato per incarico dell’abate Gezone, come documenta il Chronicon Novalicense, fra il 980 ed il 1014.

Il rotolo contenente il testo del «Chronicon Novalicense». Torino, Archivio di Stato

Il manoscritto del Chronicon Novalicense

A proposito di questo documento: il manoscritto originale del Chronicon è tramandato su un «rotulus» di pergamena, composto da ventotto fogli cuciti insieme. La scelta di questo supporto scrittorio, benché comune per la stesura delle cronache monastiche, fu una delle cause del deterioramento del testo. Infatti, sono caduti dei fogli in testa al rotolo corrispondenti sul recto al I libro, sul verso alla maggior parte del IV libro e all’indice del V; mentre in coda sono caduti dei fogli che riportavano sul recto i primi capitoli del IV libro (sul verso erano bianchi). Alcune lacune possono essere ricostruite in base a testimonianze più tarde: alcuni autori, infatti, hanno trascritto parti della Cronaca quando questa presentava dei fogli poi andati perduti.

La scrittura è una minuscola carolina dell’XI secolo, non molto accurata. È ancora incerto se sia stato scritto da più mani o da un solo copista e se, in tal caso, questi possa identificarsi con l’autore. La lunghezza complessiva della parte superstite del rotolo è di 11,7 metri, mentre la larghezza varia tra gli 8,5 cm e gli 11 cm. Anche questo documento è attualmente conservato nell’Archivio di Stato di Torino.

L’arte medievale nell’Abbazia

Nella chiesa rimane visibile dall’esterno un tratto della parete della navata meridionale, con una serie di archetti piuttosto larghi, raggruppati a due a due, e alcune parti di muratura sul lato settentrionale. Negli anni Ottanta del XX secolo era venuto alla luce un affresco sulla parete sinistra del coro, che si spinge sotto la quota del presbiterio. È una rappresentazione del Martirio di santo Stefano, racchiusa in un’edicola ad arco. Cinque personaggi, realizzati su fondo bianco, sono identificati dai rispettivi «tituli». Al centro della scena tre giudei scagliano pietre, sulla destra la figura del martire in ginocchio pare serena, a sinistra Saulo osserva la scena. Questi affreschi sono datati non oltre la fine dell’XI secolo.

Uno degli affreschi nella volta della Cappella di Sant’Eldrado, nel complesso dell’Abbazia della Novalesa

L’arte medievale nella Cappella di Sant’Eldrado

Tra le quattro cappelle separate dal corpo della chiesa, quattro piccoli edifici a sé stanti, dedicate rispettivamente a santa Maria, san Pietro, san Salvatore e sant’Eldrado, la più importante è proprio quella consacrata a sant’Eldrado, che venne costruita all’inizio dell’XI secolo, sul sedime di una cappella più antica, dove vennero raccolte e sepolte le spoglie del santo subito dopo la sua morte, tradizionalmente fissata all’anno 844, e dove divennero subito oggetto di devozione. Povera di decorazioni all’esterno, all’interno custodisce un ciclo di affreschi molto importanti, che nell’Ottocento furono oggetto di un pesante restauro con ridipinture ad olio, ma che recentemente sono stati sottoposti a un attento restauro e a una serie di studi approfonditi sulle strutture murarie, per ridurre i rischi di degrado.

Sulla controfacciata una raffigurazione del Giudizio Universale è di particolare interesse per l’iconografia usata, che per l’utilizzo del simbolo della Croce accanto alla figura del Cristo ha ricordato ad alcuni storici dell’arte un ciclo di affreschi realizzati in epoca ottoniana nella Chiesa di San Giorgio ad Oberzell, sull’isola della Reichenau, nel lago di Costanza (Germania meridionale, Land del Baden-Württemberg).

La prima campata è dedicata alle storie della vita di Sant’Eldrado, con l’abbandono del Santo al suo luogo natale e quindi alla vita precedente e il cammino verso la vocazione al monachesimo, vestendo l’abito monastico proprio alla Novalesa. Altre sue raffigurazioni rappresentano uno dei suoi miracoli, la liberazione della città di Briançon da un’invasione di serpenti e la sua morte. La seconda campata contiene invece dedicata alle storie della vita di San Nicola, con il santo bambino che rifiuta il latte materno, l’aiuto prestato a una fanciulla povera, la sua elezione a vescovo di Mira e la sua consacrazione sul seggio vescovile. Rappresentati anche due miracoli operati dal santo e, nel catino absidale, una raffigurazione del Cristo in maestà entro una mandorla, tra gli arcangeli Michele e Gabriele e i santi Michele ed Eldrado.

Il reliquiario di Sant’Eldrado

Il reliquiario di Sant’Eldrado

Legato alla figura di Sant’Eldrado è anche il reliquiario in argento della seconda metà del XII secolo, conservato nella vicina Chiesa di Santo Stefano. Si tratta di un oggetto con struttura a cassa a doppio spiovente, rivestito in lamine d’argento sbalzato applicate su un’anima lignea. Ogni fronte è suddiviso in quattro partizioni da fasce punzonate con motivi a palmetta, su cui sono inseriti castoni d'argento di forma ovale. Analoghe fasce decorate a rosetta compaiono lungo i profili delle testate. Ogni partizione dei due fronti ospita arcate a tutto sesto entro cui sono raffigurati il Cristo in Maestà, la Madonna Orante, San Pietro, gli Apostoli, i tre Arcangeli ed altri angeli. Le due testate ospitano, entro arcate trilobate, la figura di San Pietro e quella di Sant’Eldrado. Il coronamento superiore è costituito da una fascia ad arcatelle avente una torretta mediana. Le due estremità della fascia di coronamento sono ornate con un pomolo.

Le vicende dell’Abbazia in tempi più vicini a noi

Continuando nel racconto della storia dell’Abbazia della Novalesa, nel 1646 ai benedettini si sostituirono i cistercensi, che vi rimasero fino al 1798, quando furono espulsi dal Governo provvisorio piemontese. Nel 1802 Napoleone affidò all’abate Antonio Gabet e ad altri monaci trappisti di Tamié (Savoia) la gestione dell’ospizio sul valico del Moncenisio, per assistere le truppe francesi in transito. In seguito alla legge di soppressione del 29 maggio 1855 da parte del governo piemontese, i monaci furono nuovamente costretti ad abbandonare l'abbazia. Gli edifici, messi all'asta, vennero trasformati in albergo per cure termali, la biblioteca concessa al seminario, i manoscritti trasferiti nell'archivio di Stato di Torino.

In tempi moderni, dal 1972 il complesso abbaziale è di proprietà pubblica, essendo stato acquistato ormai fatiscente dalla Provincia di Torino, oggi Città metropolitana di Torino che lo ha riaffidato ai monaci benedettini. La convenzione con la Congregazione Benedettina Sublacense ha consentito di valorizzare l’importanza storica ed artistica del monumento e di diffondere la conoscenza dell’antichissima tradizione spirituale, culturale e sociale dell’abbazia benedettina. Dal 1973 l’abbazia è affidata ai benedettini sublacensi; la comunità è attualmente guidata da fratel Michael Davide, il priore che guida sei monaci attivi sul fronte religioso e culturale. Da luglio 2024, infine, l’abbazia ospita un’installazione del «Terzo Paradiso» di Michelangelo Pistoletto, realizzata con frammenti lapidei antichi del complesso abbaziale: un’opera di land art nata dal dialogo tra l’artista e la comunità religiosa, concepita come simbolo di equilibrio, armonia e pace.

Vittorio Bertello, 29 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

Altri articoli dell'autore

Si tratta di disegni preparatori di due affreschi realizzati dall’artista fiorentino per la Cappella dell’Assunta nel Duomo della città. Sono conservati nel Museo della Pittura Murale (all’interno del Complesso di San Domenico), attualmente chiuso perché in attesa di un futuro allestimento

Il museo di Francoforte l’ha comprata grazie al sostegno della Ernst von Siemens Kunststiftung, dello Städelschen Museums-Verein e della Kulturstiftung der Länder. Per gli esperti si tratta di una delle acquisizioni più significative della storia dell’istituzione

Acquistato con ogni probabilità direttamente dall’artista dal primo duca di Buckingham, il capolavoro del maestro fiammingo ha una storia travagliata

Per riflettere sulle conseguenze delle leggi razziali, sulle vite spezzate e sul ruolo delle istituzioni nella costruzione o nella negazione dei diritti, è previsto un ampio programma di iniziative dedicate alla Shoah e alle persecuzioni naziste

I 1.300 anni di un luogo carico di storia: l’Abbazia di Novalesa | Vittorio Bertello

I 1.300 anni di un luogo carico di storia: l’Abbazia di Novalesa | Vittorio Bertello