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Alessandro Martini
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Un anno esatto separa i Musei Reali dal giorno in cui Paola D’Agostino ha preso servizio come direttrice, succedendo a Enrica Pagella (2015-23) e al direttore delegato Mario Turetta. Storica dell’arte napoletana, classe 1972, specialista di scultura italiana del Rinascimento e del Barocco, formatasi tra il Metropolitan Museum di New York e la Yale University Art Gallery, D’Agostino arriva a Torino dopo nove anni alla guida dei Musei del Bargello di Firenze. I Musei Reali sono, dal 2014, un unicum nel panorama italiano, in cui convivono Palazzo Reale, Biblioteca Reale, Galleria Sabauda, Armeria Reale, Museo di Antichità, Giardini Reali e Palazzo Chiablese. Un sistema che intreccia residenza dinastica, quadrerie, collezioni archeologiche e armi antiche in un solo, articolato organismo museale. «La bellezza e l’unicità dei Musei Reali, spiega D’Agostino, è che sono un “museo vivente” nel senso moderno del termine, cresciuto nella storia fino a diventare un museo universale, enciclopedico, che non ha nulla da invidiare al Louvre e che, aggiunge, a differenza del museo parigino non ha mai modificato la propria natura di residenza ducale e poi reale per diventare un mero contenitore espositivo».
Come racconta i «suoi» Musei Reali, dopo un anno alla loro guida?
Sono un luogo che stupisce e meraviglia ogni giorno. Nell’immaginario collettivo, nonostante l’enorme lavoro fatto negli ultimi 15 anni, la maggior parte del pubblico continua a identificarli con Palazzo Reale: c’è una sorta di osmosi, dovuta anche all’imponenza dell’edificio. In questo primo anno ho lavorato molto sulla conoscenza delle collezioni, ma anche su come far emergere la forza incredibile, e per molti ancora sconosciuta, delle tante parti che compongono l’istituto: penso alla Galleria Sabauda, splendidamente riallestita nel 2023, ma anche alle collezioni archeologiche, che raccontano una storia di committenza e di scavo che pochi associano ai Savoia. E poi la Biblioteca Reale, alla quale sono molto legata: da giugno stiamo sperimentando un orario misto, con una parte dedicata agli studiosi e una ai visitatori, e i flussi stanno crescendo. Quanto ai «must see», ne stiamo individuando una quindicina: certamente l’Armeria Reale e la Cappella della Sindone, anzitutto una cappella palatina, dinastica, che va compresa e fruita come parte integrante dei Musei Reali, non come luogo a sé. Ma aggiungerei la collezione fiammingo-olandese, parte del fondo Gualino, e la collezione Lenci, appena riallestita: sono la dimostrazione di come qui si possa leggere, come in una macchina del tempo che non si ferma mai, l’evolversi del collezionismo del passato, e fino ad oggi.
Che cos’è un museo e che cosa dev’essere, in particolare, un museo statale come i Musei Reali?
Il museo oggi deve avere la capacità di non limitarsi a tutelare la memoria: deve narrarla con linguaggi nuovi, mantenendo il messaggio accessibile. Non è un compito semplice, ma credo che i musei statali italiani abbiano fatto, negli ultimi anni, un passo avanti enorme. Basti pensare che, 15 anni fa, i Musei Reali erano visitati da un decimo del pubblico di oggi. Il nostro compito, ora, è anche capire il presente: quello che amo di questo luogo è che si parte dalla preistoria e si arriva ai giorni nostri, in un’ottica non di chiusura ma di dialogo con il territorio e con una dimensione più ampia nazionale e internazionale.
I Musei Reali sono anche un museo dinastico, residenza dei Savoia e scrigno delle loro collezioni d’arte, archeologia, testimonianza di storia militare, politica, relazioni internazionali... Oggi sono in grado di raccontare tutto questo?
Non ancora abbastanza, ed è uno dei nodi su cui sto lavorando di più. Rispetto alle altre grandi residenze reali europee (ne ho avuto la controprova nell’assemblea delle Royal Residences di aprile, dove ho letto negli occhi dei colleghi la sorpresa e persino l’incredulità di fronte alla nostra situazione) noi non dobbiamo evocare un passato che non c’è più: lo abitiamo ogni giorno, con oltre mille anni di storia e 500 di presenza dinastica diretta. È una ricchezza straordinaria, ma va raccontata meglio, soprattutto nel legame tra il «sopra» e il «sotto», tra gli appartamenti storici e le collezioni, artistiche e archeologiche, che ne condividono lo spazio fisico e simbolico.
La «Venere» di Botticelli della Collezione Gualino. Foto Davide Bozzalla per i Musei Reali di Torino
Al suo insediamento aveva sottolineato una certa disaffezione del pubblico verso la storia sabauda, sostenendo che i Savoia meriterebbero una considerazione pari a quella di altre grandi dinastie del collezionismo, come i Medici. Quali sono, secondo lei, le ragioni di questo discredito? Ha anche una componente politica?
Finora è stato un limite grande, forse addirittura una questione di identità nazionale. Credo però che oggi ci sia una distanza storica sufficiente perché questo limite diventi una forza. È la classica dinamica del «romanocentrismo» e «fiorentinocentrismo»: funziona su scala nazionale, ma non regge se si allarga lo sguardo. Pochi sanno, per esempio, quanto sia stata determinante la committenza sabauda negli scavi archeologici: il Museo Egizio non è «spuntato dal nulla», è stata una straordinaria (e geniale) operazione di politica culturale proprio dei Savoia. La storia recente resta certo una ferita non del tutto rimarginata, ma proprio per questo serve la distanza dello storico, e la responsabilità dello Stato: se siamo un museo statale, dobbiamo avere l’orgoglio e la capacità di raccontare per intero il sistema che ha costruito lo stesso Stato, da Carlo Alberto in avanti, di cui i Musei Reali sono uno dei nuclei fondativi.
Che cosa si può fare, concretamente, per colmare questa distanza?
Vorrei raccontare il prima e il dopo dei Savoia a Torino: colmare ad esempio il vuoto fra il Medioevo cittadino e l’arrivo della dinastia nel 1563, evento che cambiò il destino della città, e poi soprattutto raccontare la Torino moderna d’inizio Ottocento nel contesto del sistema museale europeo. Torino ha sempre guardato alle grandi monarchie continentali più che a quelle italiane, ed è stata una corte europea a tutti gli effetti, non solo «barocca»: il sistema di relazioni diplomatiche e artistiche, l’irradiazione culturale verso l’esterno, sono partiti da qui con trent’anni di anticipo rispetto a quanto si crede comunemente. È una storia che il grande pubblico non conosce, e che spesso ignorano persino molti torinesi.
Come si inseriscono i Musei Reali nella rete delle Residenze Sabaude e dei musei cittadini e piemontesi?
Qui c’è, prima di tutto, un problema di denominazione: nell’immaginario collettivo le Residenze Reali Sabaude coincidono con Venaria e Villa della Regina, mentre i Musei Reali (che pure ne fanno parte, insieme ad altri luoghi sabaudi) restano percepiti come un sistema a sé. È in parte l’eredità di scelte comunicative del passato: la visibilità riservata a Venaria è stata un’operazione di marketing riuscitissima, ma ha lasciato un po’ in ombra il resto. Stiamo lavorando molto, in parallelo, sul rapporto con Palazzo Madama: Torino è una delle pochissime città che nel proprio centro storico ha un castello e un palazzo reale fianco a fianco, e va raccontata la complementarità dei luoghi e delle collezioni. Lo stesso vale per i rapporti con la Gam, con il Mao, con l’Archivio di Stato: il pubblico spesso non coglie la distinzione fra proprietà statale e civica, e sta anche a noi costruire un sistema che renda quella storia più leggibile e fruibile, nel rispetto delle rispettive identità.
Pensa anche a collaborazioni di respiro nazionale e internazionale?
Certamente. Con i Musei Vaticani condivido una specificità che pochi altri luoghi hanno: sono l’unico sistema comparabile a quello torinese, perché è l’unico dove il sovrano ha vissuto fino alla fine, accumulando collezioni per sé e per i sudditi in un continuum ancora oggi percepibile. E poi c’è tutto il capitolo, ancora poco esplorato, del rapporto fra i due versanti della Alpi occidentali, che per secoli sono state una via di transito culturale, non una barriera. È un terreno di collaborazione internazionale su cui vorrei investire nel prossimo futuro.
«Gli amanti sul fiore» (1920) di Mario Sturani, nella Collezione Lenci
All’avvio del mandato aveva annunciato di voler lavorare su un doppio binario: la programmazione annuale e quella dei prossimi quattro anni, tempi resi ancora più stretti dalle scadenze del Pnrr.
Il doppio binario, ordinario e straordinario, resta la nostra bussola. Sul fronte del Pnrr, Torino ha concluso i lavori strutturali: l’accessibilità della Biblioteca Reale è stata completata, e non è un traguardo semplice come può sembrare. È stato completato anche un grande lavoro di risistemazione dei Giardini Reali, con un investimento sul verde inteso come «monumento vivente»: un tema che, alla luce del cambiamento climatico, meriterebbe ancora più attenzione a livello nazionale. E poi la Digital library: un’importante campagna di digitalizzazione di disegni, incisioni e fondi, non solo della Biblioteca Reale ma anche delle sezioni di grafica, a cui si affianca un progetto di realtà virtuale, che entro l’anno permetterà di vivere insieme presente e passato in alcuni spazi, tra cui l’Armeria e la Galleria del Daniel.
E le Serre Reali?
Sono in fase di conclusione: i lavori sono terminati, ma si sta completando una fase di collaudo molto complessa, trattandosi di un organismo architettonico articolato. La destinazione d’uso non è ancora definibile pubblicamente, rientra fra le sorprese che riserveremo nel 2027. Parallelamente sono partiti, con fondi della legge 190, i lavori del Bastione Verde, ultimo tassello della risistemazione dei Giardini. In autunno tornerà il ponteggio in corte per un ulteriore lotto di restauro, anche questo un intervento poco visibile ma fondamentale, fra messa in sicurezza, ripristino degli intonaci e indagini conoscitive. E stiamo avviando lavori sugli impianti della Biblioteca.
Che cosa è stato fatto sul fronte dei riallestimenti, e che cosa manca?
Dopo i riallestimenti di collezione fiamminga, sezione archeologica e collezione Lenci, molto è stato fatto e brillantemente. Un nodo che mi sta a cuore rimane il primo piano della Galleria Sabauda, che oggi si visita «al contrario», ma ho scelto di attendere: prima devono concludersi i cantieri più impegnativi del Pnrr, Serre e Bastioni, poi potremo avviare le altre opere. Per l’area archeologica, la sfida più grande riguarda le volte del teatro romano nel sottosuolo, su cui lavoreremo fra l’autunno 2026 e la primavera 2027 grazie a un cofinanziamento ArtBonus: l’obiettivo è che chi visita quegli spazi abbia la percezione di attraversare un vero complesso archeologico, non solo una collezione, restituendo il legame fra la forza del collezionismo sabaudo e l’impulso che esso diede agli scavi sul territorio.
Come si immagina i Musei Reali alla conclusione del suo mandato?
Mi piace pensare al lavoro di un direttore come a una staffetta: si eredita un tempo limitato, e la vera forza sta nel programmare non solo per sé ma per chi verrà dopo. Vorrei che alla fine di questo quadriennio (e spero ce ne sarà un altro) fosse chiara a tutti l’importanza di Torino come corte europea, capace di esportare cultura e non solo di riceverla, ben oltre l’immagine del «Piemonte barocco». E vorrei che i Musei Reali fossero riconosciuti per quello che sono davvero: un luogo dove si torna, perché racconta, in un unico percorso ininterrotto, la stratificazione di più di mille anni di storia. Dalla Torino romana ai giorni nostri, con un linguaggio e con strumenti capaci di far innamorare anche chi, come me, è arrivato da fuori.
La galleria che ospita l’Armeria Reale. Foto Giuliano Berti per i Musei Reali di Torino
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