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Maschera per danze rituali, Monastero di Hemis, Ladakh

Courtesy del Museo Nazionale della Montagna di Torino. Foto Matteo Duvia

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Maschera per danze rituali, Monastero di Hemis, Ladakh

Courtesy del Museo Nazionale della Montagna di Torino. Foto Matteo Duvia

Tutta l’arte buddhista dei musei italiani in un ciclo di video-racconti

Parte il secondo appuntamento del progetto dell’Unione Buddhista Italiana. Sei i musei coinvolti: Museo Nazionale della Montagna di Torino, Museo Civico Medievale di Bologna, Castello d’Albertis di Genova, Mudec di Milano, Museo Diocesano di Vicenza e Museo della Ceramica di Faenza

Alessandro Martini

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L’Unione Buddhista Italiana presenta il secondo ciclo di «Arte buddhista nei musei italiani», progetto di video-racconti dedicato alle opere conservate nelle collezioni pubbliche del Paese. Ideato da Cultura Ubi, con la regia di Simone Cannata, è sostenuto dai fondi 8xmille. Le opere sono selezionate con direttori e conservatori dei musei, che ne illustrano contesto storico, iconografia e vicenda collezionistica; a loro si affiancano scrittori, studiosi, artisti e insegnanti di Dharma di diverse tradizioni, per «una lettura scientifica e insieme spirituale».

Tra i sei musei coinvolti, il Museo Nazionale della Montagna di Torino presenta una maschera in cartapesta dipinta, acquisita dall’esploratore e alpinista Mario Piacenza nel monastero di Hemis, in Ladakh: un oggetto che intreccia storia dell’esplorazione himalayana e cultura rituale, dal momento che in quell’area le maschere sono impiegate nelle danze monastiche.

Il Museo Civico Medievale di Bologna propone «Dōjōji», xilografia policroma di Utagawa Kuniyoshi della metà dell’Ottocento, proveniente dal Fondo Norman Jones. Il soggetto rimanda alla leggenda giapponese del tempio Dōjōji, in cui una donna, trasformata dalla passione in serpente, insegue un monaco fino alla campana sotto la quale si è nascosto.

Al Castello d’Albertis di Genova è conservata una statua in bronzo di Avalokiteśvara dalle undici teste (Ekādaśamukha), di ambito cinese e databile alla fine dell’Ottocento. Il bodhisattva della compassione è rappresentato con più volti, secondo un’iconografia che ne esprime la capacità di volgere lo sguardo verso ogni direzione per soccorrere gli esseri.

Il Mudec di Milano custodisce invece una statua di Yamantaka di ambito tibetano. Nella tradizione tibetana è una forma irata di Mañjuśrī, bodhisattva della saggezza: l’aspetto terrificante non esprime aggressività, ma la determinazione a vincere l’ignoranza e la paura.

Completano il ciclo la testa in bronzo di Buddha del XII secolo dalla Thailandia, esposto nel Museo Diocesano di Vicenza, e, nel Mic-Museo della Ceramica di Faenza, la Guanyin in porcellana delle fornaci cinesi di Dehua, datata tra fine Settecento e inizio Ottocento, figura che in Cina corrisponde alla declinazione di Avalokiteśvara e mostra come la stessa iconografia attraversi materiali, epoche e geografie diverse.

I video-racconti sono pubblicati su Gate, il portale dell’Ubi: gategate.it. Le prime due puntate, «Il volto irato della compassione» e «Anchin l’imperturbabile», sono già online.

«Dōjōji», xilografia policroma di Utagawa Kuniyoshi della metà dell’Ottocento. Courtesy Museo Civico Medievale di Bologna

Alessandro Martini, 01 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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