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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliÈ una «promessa» che tutti vediamo, ma nessuno può raggiungere. Arretra ogni volta che ci avviciniamo, sfugge ogni volta che crediamo di averla conquistata. Perché è vero: da secoli filosofi, poeti e artisti riconoscono nell'orizzonte il punto in cui il visibile si apre all'infinito. Ma quella linea è anche una soglia, un «limen», dove il paesaggio vive senza però essere abitato.
Ogni orizzonte implica infatti una precisa idea dello sguardo. Non è soltanto ciò che vediamo, ma il modo stesso in cui scegliamo di guardare. La prospettiva, prima ancora di essere un dispositivo della rappresentazione, è una forma di pensiero: stabilisce una distanza, organizza le relazioni tra il corpo e lo spazio, definisce la posizione dell'uomo nel mondo. Nelle opere di Giovanni Ozzola questa tensione prende forma attraverso fotografie, installazioni, sculture e video che trasformano la prospettiva da strumento di rappresentazione a esperienza di relazione. E nella mostra «I miei orizzonti e tu», ospitata a Villa Marigola nell'ambito del Lerici Music Festival e a cura di Carlo Orsini, questa riflessione trova un luogo in cui confrontarsi direttamente con il paesaggio: il mare, la luce e la linea dell'orizzonte diventano elementi attivi di un percorso che invita lo sguardo a superare il limite della visione per entrare in una dimensione più ampia, fisica e interiore.
La linea dell'orizzonte attraversa, infatti, l'intera ricerca dell'artista fiorentino. Le architetture diventano cornici che richiamano l'idea rinascimentale della finestra, ma invece di ordinare il paesaggio lo restituiscono alla sua irriducibile apertura. Le sue fotografie e installazioni costruiscono fughe prospettiche che non cercano di dominare ciò che hanno di fronte. Invitano piuttosto ad abitarne il ritmo, lasciando che lo sguardo si muova lungo una soglia in cui il visibile si apre all'ignoto. È qui che la prospettiva non è più «solo» un principio geometrico ma diventa un'esperienza percettiva, uno strumento di esplorazione attraverso cui interrogare non solo il paesaggio, ma anche il linguaggio stesso della visione.
Ed è proprio questo continuo confronto tra misura e apertura, tra un punto di vista preciso e la possibilità di superarlo, a definire uno degli aspetti centrali della poetica di Ozzola. Nato a Firenze nel 1982, l'artista porta con sé il rapporto con una città che ha fatto della prospettiva matematica uno dei fondamenti della propria cultura visiva. Ma il suo percorso lo conduce anche verso una dimensione opposta, quella delle Isole Canarie, dove vive e lavora da anni, in cui il paesaggio atlantico dilata lo sguardo fino a mettere in discussione ogni centralità dell'uomo.
Non si tratta, tuttavia, di una semplice opposizione tra due luoghi o tra due modi di vedere. È proprio nello spazio che si apre tra queste due esperienze che Ozzola costruisce la propria ricerca: da una parte l'eredità occidentale della prospettiva, fondata sulla definizione di un punto di osservazione; dall'altra la necessità di abbandonare quella posizione «privilegiata» per entrare in una relazione più profonda con ciò che circonda l'individuo.
Le sue opere nascono da questo equilibrio instabile. L'immagine non è mai una finestra attraverso cui guardare il mondo da una distanza sicura, ma un luogo di passaggio in cui interno ed esterno, memoria e presente, individuo e paesaggio entrano continuamente in dialogo. Per questo Ozzola sceglie spesso luoghi segnati dal tempo, architetture abbandonate, spazi di confine: non per raccontarne una storia, ma per restituire la traccia di un incontro tra ciò che è stato e ciò che ancora può accadere.
Questa idea di relazione attraversa anche il suo modo di concepire il paesaggio. L'artista guarda infatti a una dimensione in cui ogni elemento partecipa a un sistema più ampio: la luce, la materia, il tempo e la presenza umana non sono componenti separate, ma parti di un unico organismo. Una sensibilità che dialoga con alcune tradizioni orientali, dove il paesaggio non è un oggetto da osservare dall'esterno, ma uno spazio vivo nel quale l'individuo è immerso.
Installation view «Giovanni Ozzola. I miei orizzonti e Tu», Lerici Music Festival 2026. In primo piano «Scars» sullo sfondo «A mani vuote di te» Credits Fabio Gianardi.
La ricerca di Ozzola si muove così tra due poli che non vengono mai risolti definitivamente: la necessità di avere un punto di vista e il desiderio di superarlo, la misura dello sguardo e la sua apertura verso l'infinito. È proprio in questa tensione che l'immagine smette di essere «soltanto» rappresentazione e diventa esperienza.
Tra le opere in mostra, «Scars» raccoglie e restituisce questa tensione. Non si tratta «solo» di una mappatura geografica o di un esercizio di ricostruzione storica, ma di una riflessione sul limite della conoscenza e sul desiderio umano di confrontarsi con ciò che ancora non è stato visto. Per realizzare l'opera, Ozzola ha condotto un lungo lavoro di ricerca durato due anni, raccogliendo le traiettorie di uomini e donne appartenenti a epoche, culture ed etnie differenti che hanno scelto di affrontare l'ignoto. La precisione delle rotte non è un elemento puramente documentario, ma diventa il modo attraverso cui l'artista restituisce una mappatura dell'umanità: il racconto , inciso sulla lastra, ei movimenti attraverso cui l'uomo ha cercato di superare i propri confini, spinto dalla necessità di conoscere il mondo e, attraverso il mondo, conoscere sé stesso.
L'opera nasce dal confronto con «Il cammino dell'uomo» di Martin Buber, testo del 1947 incentrato sulla ricerca del proprio luogo nel mondo e sulla necessità di un percorso interiore che non trasformi il sé in un fine assoluto. Le rotte degli esploratori diventano così il segno visibile di un viaggio più profondo: ogni attraversamento geografico contiene una domanda sull'identità, ogni incontro con l'ignoto modifica non soltanto la conoscenza del territorio, ma anche la percezione dell'essere umano. Chi ha scelto di partire verso ciò che non conosce ha inciso una traccia nell'inconscio collettivo. E se oggi possiamo abitare il pianeta con una maggiore consapevolezza dei suoi confini è perché altri, prima di noi, hanno accettato di confrontarsi con la paura dell'infinito e con il rischio dello sconosciuto. In questo senso quelle rotte non appartengono più soltanto ai singoli individui che le hanno percorse, ma diventano parte di una memoria comune, una testimonianza del movimento continuo dell'umanità verso ciò che ancora deve essere scoperto.
Un principio analogo attraversa le campane navali, trasformate da Ozzola in veri e propri fari sonori. Nel paesaggio aperto del mare, dove l'orizzonte si dilata fino a perdere ogni riferimento stabile, il suono introduce una diversa forma di orientamento: non indica una rotta, ma rende percepibile una presenza.
La campana diventa così una voce affidata allo spazio. Il suo richiamo attraversa la distanza e afferma una condizione essenziale: «io sono qui». Non è il tentativo di misurare o conquistare l'immensità del paesaggio, ma il riconoscimento della propria posizione dentro di essa. Il suono restituisce infatti la fragilità dell'individuo davanti al vuoto dell'orizzonte, ma anche la sua necessità di entrare in relazione con ciò che lo circonda.
Questa stessa tensione tra distanza e incontro trova un'ulteriore declinazione in «Sin tiempo», opera video in cui Ozzola si confronta con il «silbo gomero», l'antico linguaggio fischiato dell'isola di La Gomera, nelle Canarie, nato per permettere agli abitanti di comunicare attraverso le profonde vallate vulcaniche dell'arcipelago. Un linguaggio in cui la voce si libera dalla dimensione quotidiana della parola e diventa puro segno sonoro, capace di attraversare lo spazio e raggiungere l'altro.
Nel video, un uomo sulla scogliera affida il proprio fischio all'orizzonte. Ma quel suono non è semplicemente rivolto verso l'esterno: nasce dall'incontro fisico tra il corpo e l'ambiente. Per produrlo, l'uomo deve prima accogliere dentro di sé l'aria che appartiene al luogo, inspirarla, trasformarla attraverso il proprio corpo e poi restituirla nuovamente allo spazio sotto forma di suono. Il respiro diventa così un movimento circolare tra individuo e paesaggio: ciò che apparteneva all'ambiente attraversa il corpo umano e ritorna all'ambiente modificato, ma ancora profondamente legato alla sua origine.
Il fischio non è dunque soltanto un messaggio lanciato verso una distanza, ma una forma di relazione concreta tra interno ed esterno, tra ciò che appartiene all'uomo e ciò che appartiene al mondo. E il suono si confonde con il vento e con il respiro del mare, riportando alla luce una comunicazione ancestrale, precedente alla scrittura, in cui l'essere umano non si pone davanti al paesaggio, ma dentro il suo stesso movimento. Il titolo stesso, «Sin tiempo», evoca una dimensione sospesa, sottratta alla successione ordinaria degli eventi. Perché quel gesto sulla costa non appartiene soltanto a un luogo preciso o a una tradizione locale, ma diventa il simbolo di una condizione universale: il bisogno umano di superare la distanza, di cercare un contatto con ciò che rimane lontano, riconoscendo però che quel lontano è già parte di noi.
Ma dietro opere anche molto diverse per linguaggio e materia si riconosce un medesimo principio. Tutto nasce da un momento di intuizione: un istante in cui un dettaglio del reale, una luce, un luogo o un incontro acquistano improvvisamente un significato inatteso. È in questa fase, ancora precedente all'opera, che prende forma la ricerca di Giovanni Ozzola, quando un'esperienza vissuta entra in risonanza con una dimensione più profonda e chiede di essere tradotta in immagine o in materia. «Ogni opera nasce da una visione e la visione nasce da un'intuizione», afferma l'artista. In questa frase si condensa il nucleo della sua ricerca. L'intuizione è un momento fugace, difficile da trattenere, che precede ogni elaborazione razionale. Il lavoro consiste allora nel conservarne l'intensità, trasformando un'esperienza immateriale in una presenza concreta senza tradirne l'origine. Da questa esigenza deriva anche la scelta dei linguaggi. Fotografia, scultura, installazione, video e incisione non rappresentano ambiti distinti, ma strumenti diversi attraverso cui affrontare la stessa domanda: come rendere visibile ciò che normalmente sfugge allo sguardo? Ogni tecnica offre una possibilità differente di dare forma alla tensione tra ciò che appare e ciò che resta invisibile. Per questo la materia non è mai un semplice supporto. Acciaio, ardesia, cemento e pellicola fotografica possiedono una memoria propria e una particolare capacità di registrare il passaggio del tempo. Ozzola sceglie superfici che trattengono la luce, gli eventi e le tracce dell'esperienza umana, come se ogni materiale conservasse la memoria delle relazioni che lo hanno attraversato.
La pellicola fotografica, in particolare, diventa una metafora della sua stessa visione: una superficie predisposta a ricevere un'impressione, a trattenere ciò che normalmente scompare. La stessa attenzione appartiene alle pareti degli edifici abbandonati che Ozzola incontra nel suo percorso, muri segnati da anni di presenze anonime, da gesti, ferite e trasformazioni. «In fondo le pareti sono la pelle di un luogo», afferma l'artista. Una frase che apre uno dei passaggi più profondi della sua poetica: i luoghi non sono spazi vuoti, ma organismi attraversati dal tempo, capaci di conservare la memoria di chi li ha abitati. Ogni superficie diventa così una soglia, un punto di contatto tra ciò che è stato e ciò che ancora può accadere.
Ed è proprio nella relazione tra interno ed esterno che emerge uno dei nuclei più profondi della ricerca di Ozzola: quello dei bunker abbandonati, luoghi che nelle sue opere non sono «solo» architetture della memoria ma dispositivi dello sguardo.
Installation view «Giovanni Ozzola. I miei orizzonti e Tu», Lerici Music Festival 2026. «Dust on Memories», 2016. Credits Fabio Gianardi.
Il bunker, nella sua apparente contraddizione, è allo stesso tempo chiusura e apertura. Nato come struttura difensiva, come spazio destinato a proteggere e separare, nelle immagini di Ozzola diventa invece una soglia attraverso cui lo sguardo può rivolgersi verso l'infinito. La feritoia, la finestra, il varco nella massa del cemento non sono infatti elementi architettonici secondari, ma punti di passaggio tra due dimensioni: quella interiore dell'uomo e quella sconfinata del paesaggio. In questo senso il bunker diventa quasi una metafora del corpo umano, una sorta di cranio che custodisce memorie, esperienze e cicatrici. Al suo interno si accumulano il peso del passato, le tracce del vissuto, tutto ciò che definisce la nostra identità. Ma proprio da questa condizione nasce il desiderio di volgere lo sguardo verso l'esterno. Verso quell'orizzonte in cui l'individuo può temporaneamente superare il proprio confine e sentirsi parte di qualcosa di più vasto.
Ed è qui che l'opera di Ozzola incontra una delle grandi intuizioni della letteratura e della filosofia: il limite non è necessariamente un ostacolo, ma può diventare il luogo da cui nasce la possibilità dell'immaginazione. Perchè come la siepe leopardiana ne «L'infinito», ciò che impedisce una visione completa del mondo è proprio ciò che permette alla mente di aprirsi verso ciò che non può essere raggiunto. Il bunker allora cambia significato. Ciò che inizialmente appare come una prigione diventa un rifugio; ciò che sembrava separa l'uomo dal paesaggio diventa il luogo da cui il paesaggio può essere finalmente percepito. L'architettura non chiude più lo sguardo, lo concentra, lo rende consapevole e gli offre una posizione da cui misurare il rapporto tra sé e il mondo.
In queste immagini la fotografia di Ozzola raggiunge una delle sue caratteristiche più profonde: non raccontare un luogo, ne costruire un'esperienza. Lo spettatore, infatti, non è davanti ad una mera immagine del paesaggio, ma ne occupa il punto stesso da cui quella visione è nata. La fotografia diventa così uno spazio abitabile, una soglia attraverso cui fruire un'esperienza prima ancora che osservarla. E il bunker, come ogni luogo incontrato dall'artista, porta con sé una memoria invisibile. Le pareti segnate, le incisioni graffiate e le tracce lasciate dal tempo e dalle persone sono una scrittura lenta della presenza umana. Ed è proprio perché questo spazio conserva fedelmente il passato che può aprirsi al futuro. La memoria non è qui un peso immobile, ma la condizione da cui nasce ogni nuovo «sguardo».
All'interno di questa ricerca, il rapporto tra spazio, memoria e percezione trova forse la sua formulazione più compiuta nella relazione tra ciò che Ozzola definisce, attraverso un riferimento alla riflessione di Roland Barthes, lo «studium» e il «punctum». Lo «studium» è il luogo dell'esperienza costruita: il bunker abbandonato, la finestra, il punto preciso da cui nasce l'immagine, la struttura prospettica che organizza lo sguardo. È la dimensione della conoscenza, della memoria, della storia depositata nelle architetture e nei paesaggi. Ma in Ozzola questo elemento non rimane mai soltanto descrittivo. Diventa il punto di partenza per un'esperienza più profonda.
Il «punctum» è invece quel momento inatteso in cui l'immagine entra in contatto con chi la osserva, il punto sensibile in cui interno ed esterno sembrano incontrarsi. È una soglia sottile, quasi invisibile, dove gli opposti non si annullano ma iniziano a dialogare: luce e ombra, corpo e spazio, memoria e possibilità, individuo e mondo.
È in questa zona intermedia che Ozzola colloca la propria ricerca. L'opera non è mai soltanto ciò che appare davanti agli occhi, ma ciò che accade nell'incontro tra l'immagine e chi la attraversa. Per questo le sue fotografie non sono narrazioni di luoghi, ma dispositivi di esperienza. Perchè non raccontano mai solo un paesaggio, invitano a prenderne parte. «È la soglia labile, spesso invisibile, di intersezione dove il limite si dissolve», afferma Ozzola, «perché è lì che si anima il dialogo tra i poli». Una dimensione che l'artista paragona con semplicità all'esperienza di un bacio: il momento in cui due individualità rimangono sé stesse ma, nello stesso tempo, entrano in relazione profonda.
E forse è proprio questo il senso ultimo dell'orizzonte nella sua opera. Non una linea da raggiungere, né un confine da superare definitivamente, ma una soglia che continua a generare domande. L'orizzonte esiste perché mantiene aperta la distanza, ricordando all'uomo che il mondo non può essere posseduto completamente, ma soltanto attraversato, ascoltato e vissuto. E nella mostra «I miei orizzonti e tu» a Lerici, il paesaggio diventa il luogo di un incontro possibile: tra ciò che conosciamo e ciò che ancora ignoriamo, tra la nostra memoria e ciò che ci attende oltre il visibile. Perché Ozzola non offre una risposta sull'infinito. Costruisce lo spazio necessario perché ciascuno possa riconoscere il proprio punto di osservazione, la propria posizione nel mondo e la possibilità di guardare, ancora, «oltre».
Giovanni Ozzola, «Untitled - with you», 2026. Courtesy l'artista e GALLERIA CONTINUA