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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliMercoledì 17 settembre è tornata sotto i riflettori una disputa che si protrae dal 2022: gli eredi del banchiere e collezionista d’arte ebreo Paul von Mendelssohn-Bartholdy si sono rivolti a un collegio di giudici dell’United States Court of Appeals for the Seventh Circuit per riavere i «Girasoli» di Vincent van Gogh (stimato 250 milioni di dollari), di proprietà della compagnia assicurativa giapponese Sompo Holdings.
Quest’ultima, tre anni fa, era stata citata in giudizio per la restituzione del dipinto che, secondo i discendenti di von Mendelssohn-Bartholdy, il finanziere nel 1934 era stato obbligato a cedere ai nazisti per sfuggire alla persecuzione durante la Seconda guerra mondiale. Pertanto, appellandosi all’Hear-Holocaust Expropriated Art Recovery Act (emanato nel 2016 per dare ai sopravvissuti all’Olocausto e ai loro eredi la possibilità di rivendicare le opere d’arte confiscate o altrimenti sottratte dai nazisti, Ndr), le parti sono finite in tribunale. Respinto il caso in primo grado nel 2024, gli eredi hanno presentato ricorso alla Corte d’Appello nel mese di maggio di quest’anno, per giungere di fronte al collegio mercoledì.
«Questo caso riguarda essenzialmente un tema antico quanto la tentazione umana stessa, un classico patto con il diavolo, ha dichiarato Thomas Hamilton, avvocato dello studio Byrne Goldberg in difesa degli eredi. Accade quando una parte, in cambio di un vantaggio o di un potere illecito che promette grande ricchezza e fama, rinuncia alla propria identità autentica e ipoteca il proprio futuro».
La compagnia assicurativa, precedentemente denominata Yasuda, acquistò il dipinto in asta da Christie’s a Londra, nel 1987, per 25 milioni di dollari e, secondo gli eredi, a suo tempo ignorò l’identità del legittimo proprietario, vittima del regime nazista. L’opera, uno dei tre esemplari di «Girasoli» realizzati da Van Gogh tra il 1888 e il 1889 (gli altri due sono esposti alla National Gallery di Londra e al Van Gogh Museum di Amsterdam), è attualmente conservata al Sompo Museum of Art di Tokyo.
L’avvocato di Sompo, Daniel Graham, ha ribattuto sottolineando che in questo caso specifico non si può parlare di opere d’arte «confiscate dai nazisti», perché fu von Mendelssohn-Bartholdy stesso a vendere il dipinto all’asta; la rivendicazione partirebbe quindi da un’errata interpretazione dell’Hear Act. «Si concentra specificamente sull’eliminazione della prescrizione per un determinato periodo di tempo per le cause di azione, sia federali sia statali. Tutto qui, ha detto Graham a proposito della legge. Non ha aperto il vaso di Pandora. Non ha aperto la strada alla creazione di rivendicazioni di common law e cause di azione».
I rappresentanti degli eredi sostengono inoltre che, nonostante il rigetto della loro richiesta per mancanza di «contatti relativi alla causa» con lo stato dell’Illinois, la presenza di un ufficio fisico della Sompo Holdings a Chicago poteva essere sufficiente, oltre a una mostra tenutasi all’Art Institute di Chicago nel 2001 («Van Gogh and Gauguin: The Studio of the South»), in cui fu esposta l’opera. Attraverso la loro battaglia legale, infatti, gli eredi cercano anche di recuperare l’ingiusto arricchimento di Sompo ottenuto dalla mostra.
Ascoltate entrambe le parti, la giuria non si è pronunciata sul ricorso né ha indicato quando lo farà.
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