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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliIl secondo dopoguerra è segnato da un susseguirsi di movimenti artistici riflesso dei cambiamenti sociali che, da una condizione di ripresa e ripartenza per rinascere dalle ceneri lasciate dal conflitto, hanno portato a un boom economico e benessere generalizzato. Si è passati quindi da un primo momento in cui non era più possibile parlare per immagini a un mercato saturo di figure figlie della riproduzione in serie.
In questi anni molto densi si inserisce il lavoro di Gianni Bertini (Pisa, 1922-Caen, 2010) che seppe anticipare le tendenze neodadaiste, per poi attraversare l’universo Informale prima di approdare alla Mec-Art, un’alternativa tutta europea alla Pop Art americana.
È proprio nel segmento della sua produzione tra 1946 e anni Settanta che si costruisce la mostra «Gianni Bertini. Storia di un uomo senza storia», fruibile fino al 13 settembre negli spazi della Fondazione Biscozzi Rimbaud, a Lecce, in collaborazione con l’Associazione Gianni Bertini e l’Archivio Frittelli per l’Opera di Gianni Bertini.
A cura del figlio dell’artista, Thierry Bertini, e di Roberto Lacarbonara, l’esposizione presenta oltre 40 opere e una selezione di libri d’artista, tra cui il romanzo da cui è stato tratto il titolo della stessa. In dialogo con la collezione novecentesca della Fondazione, le opere di Bertini ricostruiscono l’evoluzione della sua produzione a partire dai «Gridi». Il ciclo, databile attorno al 1949, è costituito da tavole pittoriche sulle quali svettano lettere e cifre, come quelle che Jasper Johns iniziò a produrre solo a metà degli anni Cinquanta.
Dal 1951, invece, inizia la svolta verso una maggiore libertà espressiva incentrata perlopiù sul rapporto segno-gesto, grazie ai contatti con il critico Gillo Dorfles e gli artisti del Movimento Arte Concreta, fino all’incontro, nell’autunno dello stesso anno, con il critico Pierre Restany a Parigi e all’adesione nel 1965 al manifesto della Mechanical Art.
«L’adozione del termine “Mec”, scrive Lacarbonara, maturata attorno alle intuizioni di Restany e alla mostra “Omaggio a Nicéphore Niépce” da lui curata nella primavera del 1965 alla Galerie J di Parigi, si collega per Bertini tanto alla proposta di una “pittura meccanica” in grado di privilegiare il processo analogico di riproduzione, acquisizione, trasposizione e ricomposizione dell’immagine, quanto ad altri due aspetti decisivi di un immaginario già da tempo maturo: innanzitutto quel repertorio segnico-gestuale legato al dinamismo della meccanica e delle sue articolazioni spaziali; secondariamente un impianto visivo che incorpora segni della pubblicità, della comunicazione e della società di massa».
Negli anni Sessanta, infatti, Bertini si avvale del medium fotografico per ottenere una base di tela emulsionata o metallo sulla quale operare poi in termini pittorici: la meccanicità del processo non prende quindi il sopravvento, bensì si rende utile per permettere all’artista di impossessarsi della realtà. «Un modo per tornare alla figurazione conservando l’espressività e l’autenticità dei lavori d’esordio», come si legge nel testo della mostra.
Un catalogo trilingue (italiano, francese e inglese) edito da Dario Cimorelli accompagna l’allestimento con saggi dei curatori e la riproduzione a colori delle opere.
Gianni Bertini, «Numero 1», 1948. Courtesy Associazione Gianni Bertini, Milano
Gianni Bertini, «Una donna», 1966. Courtesy Associazione Gianni Bertini , Milano