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Redazione
Leggi i suoi articoliIl percorso di ricognizione sulla scultura italiana del secondo dopoguerra, avviato da Capitolium Art Gallery con i focus dedicati a Leoncillo ed Ettore Colla, giunge a una stazione cruciale: la monografica focalizzata su Giuseppe Uncini. Curata da Enrico Mascelloni in stretta collaborazione con l'Archivio Uncini, la mostra «Giuseppe Uncini. Umanesimo e potenza» rimarrà aperta al pubblico fino al 16 ottobre 2026. Attraverso una selezione di otto opere emblematiche, realizzate tra l'inizio degli anni Sessanta e il Duemila, l'esposizione restituisce la sintesi compiuta di una delle ricerche più rigorose e originali della scultura contemporanea.
Nato a Fabriano nel 1929, Uncini incarna la spinta fondamentale che animò i giovani artisti attivi a Roma nella metà degli anni Sessanta, uniti dall'urgenza di azzerare la stagione dell'Informale. Insieme a compagni di strada come Franco Angeli, Tano Festa, Francesco Lo Savio e l'amico fraterno Mario Schifano, Uncini visse un sodalizio umano e intellettuale intenso, destinato a dividersi proprio sulla natura delle soluzioni formali da adottare. Se gran parte di quel gruppo scelse la via della nascente Pop Art, Uncini guardo all'isolamento metodologico, imboccando una strada solitaria che lo portò ad esiti personalissimi.
La sua intuizione, in particolare, risiede nell'adozione dei materiali dell'industria edilizia - il ferro, i mattoni e, soprattutto, il cemento armato - sottratti allo spazio del cantiere per diventare strumenti di un'indagine formale pura. Nonostante la critica abbia spesso letto nelle sue opere un'anticipazione delle istanze del Minimalismo americano o dell'Arte Povera, Uncini ha sempre rifiutato ogni sorta di definizione avanguardista. Al contrario, l'autore ha costantemente rivendicato un legame genetico con la grande tradizione pittorica italiana, rintracciando la radice della propria sobria armonia spaziale nell'opera di Giotto.
Giuseppe Uncini, Spazidiferro, 1992
Giuseppe Uncini, Ombra Piramide, 1977
Il percorso espositivo si apre con un pezzo storico, un «Cementarmato» del 1961. Parte di una serie di lavori iniziata alla fine degli anni Cinquanta, l'opera segna il superamento definitivo della sua fase formativa romana, avvenuta a contatto con la cerchia di Edgardo Mannucci, Alberto Burri e Giuseppe Capogrossi. Proprio dal confronto con Burri nacque l'esigenza di una svolta. Se Burri utilizzava i materiali per trasformarli in pittura, Uncini decise di indagare la materia, la pietra, nella sua letteralità. I suoi non sono simulacri, ma oggetti che non rappresentano altro che sé stessi e l'azione umana del costruire.
Le opere successive documentano l'evoluzione di questa logica costruttiva, capace di accogliere col tempo elementi immateriali come lo spazio, la luce e il vuoto. L'apice di questa speculazione è rappresentato da «Ombra di Piramide T28» (1977), un cemento e legno laminato che appartiene alla celebre serie delle «Ombre». In queste strutture, l'artista compie l'operazione geometrica di dare corpo e volume all'impalpabile, materializzando l'ombra dell'oggetto alla stessa stregua della sua massa solida.
La mostra si chiude idealmente con «Rilievo n. 99», un cemento e ferro datato 2000, che testimonia la persistenza di una progettualità geometrica rimasta nitida e vitale fino alla scomparsa dell'artista, avvenuta nel 2008. Coerenza ideologica e programmata che vale oggi a Uncini lo scettro di artefice di un'antiscultura capace di coniugare la potenza della materia industriale con la compostezza dell'umanesimo classico.
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