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Samir Rahmani
Leggi i suoi articoliC’è un uomo anziano che avanza piegato dal peso di Gerusalemme. La città è legata alla sua schiena come un enorme fardello, mentre al centro della composizione emerge la cupola dorata della moschea di Al-Aqsa. «Jamal Al Mahamel» («Il Cammello della Sofferenza»), dipinto da Sliman Mansour nel 1973, è diventato una delle immagini più riconoscibili dell’arte palestinese del secondo Novecento. In quella figura monumentale si concentra già gran parte del vocabolario che l’artista avrebbe sviluppato nei decenni successivi: terra, appartenenza, Gerusalemme, perdita, resistenza, memoria. Mansour, figura centrale nella costruzione della cultura visiva palestinese contemporanea, è morto a 79 anni. La notizia è stata annunciata dalla famiglia dopo il recente aggravarsi delle sue condizioni di salute.
La sua importanza supera però la fortuna di un'immagine e persino quella della sua pittura. La biografia di Mansour coincide in larga misura con il processo attraverso cui l'arte palestinese ha costruito, nella seconda metà del XX secolo, linguaggi, luoghi espositivi, associazioni e strutture formative proprie. Nato a Birzeit, vicino a Ramallah, nel 1947, pochi mesi prima della Nakba del 1948, Mansour apparteneva alla generazione cresciuta dentro una geografia radicalmente trasformata dalla nascita dello Stato di Israele, dallo sfollamento della popolazione palestinese e, successivamente, dall'occupazione dei territori palestinesi. Si diplomò alla Bezalel Academy of Arts and Design di Gerusalemme nel 1970, entrando nella vita professionale in un momento in cui mancava ancora una vera infrastruttura artistica palestinese.
Fu proprio alla costruzione di questa infrastruttura che Mansour dedicò una parte essenziale della propria attività. Nel 1972 partecipò con altri artisti all'organizzazione di una delle prime grandi mostre collettive nella Palestina occupata; l'anno seguente contribuì alla fondazione della Lega degli Artisti Palestinesi, che avrebbe presieduto dal 1986 al 1990. Fu inoltre tra i fondatori di Gallery 79, primo spazio espositivo in Cisgiordania, e nel 1994 contribuì alla nascita dell'Al-Wasiti Art Center a Gerusalemme Est. Negli anni successivi partecipò alla creazione dell'Associazione Palestinese di Arte Contemporanea e di una struttura accademica per le belle arti poi integrata nell'Università di Birzeit. La sua eredità va quindi letta anche attraverso questa dimensione istituzionale: Mansour non si limitò a produrre opere palestinesi, contribuì a costruire le condizioni perché potesse esistere un sistema dell'arte palestinese.
La pittura degli anni Settanta sviluppa un repertorio figurativo immediatamente leggibile: contadini, donne, ulivi, villaggi, Gerusalemme, figure che portano fisicamente il peso della terra. In «Perseveranza e speranza» del 1976, tre palestinesi si trovano all'interno di un campo profughi distrutto e volgono lo sguardo verso una colomba. È una pittura fortemente narrativa, nella quale la costruzione dell'identità collettiva passa attraverso immagini capaci di circolare oltre i confini fisici entro cui erano state prodotte. Il passaggio decisivo avviene però alla fine degli anni Ottanta. Nel 1989, durante la Prima Intifada, Mansour fondò con Nabil Anani, Vera Tamari e Tayseer Barakat il movimento New Visions. Il gruppo cercò di ripensare persino le condizioni materiali della produzione artistica, rinunciando ai materiali importati da Israele e dall'Occidente e lavorando con ciò che poteva essere reperito localmente. Olio d'oliva, henné, tè, spezie, caffè, fango, cuoio e colle animali entrarono così nella pratica artistica. Per Mansour la scelta più radicale fu il fango. Una materia elementare, fragile, destinata a seccarsi e creparsi, che trasformava il rapporto con la terra da tema iconografico a componente fisica dell'opera. Le crepe, inizialmente considerate dall'artista un problema tecnico, divennero parte del significato del lavoro. Qui si trova forse uno degli snodi più interessanti della sua ricerca: l'identità palestinese cessa di essere esclusivamente rappresentata e viene incorporata nella materia stessa dell'opera.
La vicenda di Mansour mostra quanto, nel contesto palestinese, persino gli strumenti elementari della pittura potessero assumere una dimensione politica. L'artista ricordò che negli anni Ottanta le autorità israeliane limitarono l'utilizzo combinato di rosso, nero, verde e bianco, i colori della bandiera palestinese. Da questa condizione sarebbe derivata anche la fortuna dell'anguria come immagine sostitutiva: il frutto contiene infatti gli stessi quattro colori ed è progressivamente diventato uno dei simboli visivi della causa palestinese. La questione consente di collocare Mansour dentro una storia dell'arte che riguarda direttamente il rapporto tra immagine e costruzione dell'identità nazionale. La sua opera ha funzionato per decenni all'interno di una comunità dispersa geograficamente, trasformando alcuni elementi del territorio in un repertorio condiviso. Da questo punto di vista la sua posizione può essere avvicinata a quella di altri artisti del secondo Novecento per i quali l'immagine diventa uno strumento di conservazione culturale quando il territorio, le istituzioni o la continuità storica vengono messi in discussione. La centralità di Mansour è riconosciuta oggi ben oltre i confini palestinesi. Alla sua morte sono arrivati messaggi dalla Sharjah Art Foundation, dal Mathaf: Arab Museum of Modern Art e dalle Mosaic Rooms di Londra. L'artista Emily Jacir lo ha ricordato come amico, collaboratore e mentore; la Zawyeh Gallery di Ramallah ha sottolineato soprattutto il ruolo avuto nella formazione delle successive generazioni di artisti. Particolarmente significativa è la definizione scelta dal Palestinian Museum di Birzeit, che lo ha indicato come uno degli artisti che hanno insegnato ai palestinesi a «vedere» il proprio Paese. Il museo ha ricordato come i suoi dipinti siano diventati strumenti attraverso cui la Palestina è stata insieme preservata e immaginata. Nel recente progetto dedicato all'eredità di New Visions, Mansour aveva realizzato il murale «Ala Janah AlMalak» («Sulle ali di un angelo»), ancora una volta dedicato alla Città Vecchia di Gerusalemme.
Samir Rahmani
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Rahmani per Il Giornale dell'Arte. Negli ultimi vent'anni il sistema dell'arte ha attraversato una trasformazione profonda che continua a essere raccontata con categorie ormai insufficienti. Non si tratta soltanto di una maggiore finanziarizzazione o dell'aumento dei prezzi. Gallerie, fiere, musei, fondazioni, collezionisti e artisti hanno progressivamente adottato le logiche economiche, simboliche ed esperienziali proprie dell'industria del lusso. L'opera resta centrale, ma il valore si costruisce sempre più attraverso reputazione, esclusività, narrazione, ospitalità ed ecosistemi culturali. È una trasformazione che potremmo definire "luxurification" del sistema dell'arte. L'analisi del critico albanese

