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Samir Rahmani
Leggi i suoi articoliHa circa 4mila anni, è arrivata fino a noi intatta e porta sulla superficie una sequenza di segni geometrici. Il problema è che nessuno, almeno per ora, sa con certezza che cosa significhino. Una nuova «tavoletta enigmatica» è stata rinvenuta dagli archeologi nel sito preistorico di Lucone di Polpenazze, sulle colline a ovest del Lago di Garda, aggiungendo un nuovo tassello a uno dei piccoli grandi misteri dell’archeologia europea dell’Età del Bronzo. Il reperto è emerso durante la terza settimana della campagna di scavo 2026, all’interno di uno strato archeologico particolarmente ricco di carbone, identificato come US 1015. È la terza tavoletta proveniente dal settore denominato Lucone D, indagato sistematicamente dal 2007, e porta a 21 il numero complessivo degli esemplari conosciuti nella piana di Lucone. Secondo il gruppo di ricerca, si tratterebbe della maggiore concentrazione nota in un singolo sito. A rendere particolarmente importante la scoperta è lo stato di conservazione. Molti manufatti appartenenti a questa categoria sono infatti giunti fino a noi frammentari, mentre quello appena recuperato è integro, consentendo di studiare nel loro insieme forma, disposizione dei simboli e modalità di realizzazione.
Ma che cosa sono esattamente queste tavolette?
Il nome rischia di trarre in inganno. Non hanno nulla a che vedere con le celebri tavolette mesopotamiche ricoperte di scrittura cuneiforme. Nella letteratura archeologica tedesca vengono chiamate Brotlaibidole, letteralmente «idoli a forma di pagnotta», per la forma arrotondata di molti esemplari. Sono generalmente realizzate in argilla, più raramente in pietra, e presentano sulla superficie combinazioni di linee incise e segni impressi: cerchi, punti, triangoli, quadrati e motivi rettangolari. La loro comparsa interessa diverse aree dell'Italia settentrionale e dell'Europa centrale e sudorientale fra la fine del III e il II millennio a.C. Proprio questa dispersione geografica costituisce uno degli aspetti più interessanti del fenomeno. Motivi simili compaiono infatti in comunità separate da centinaia di chilometri, suggerendo l'esistenza di convenzioni condivise all'interno delle grandi reti di comunicazione dell'Europa dell'Età del Bronzo.
Un codice senza decifrazione
Il fascino di questi oggetti deriva soprattutto da una domanda ancora irrisolta: a che cosa servivano? Le ipotesi formulate dagli archeologi sono numerose. Potrebbero essere stati calendari, strumenti di conteggio, oggetti rituali, sistemi di identificazione oppure dispositivi collegati agli scambi commerciali. Una delle interpretazioni più discusse li mette in relazione proprio con la circolazione delle merci e, forse, dei metalli. Per ora, però, nessuna di queste spiegazioni può essere considerata definitiva. Non esiste un metodo condiviso per «leggere» le tavolette e soprattutto non è stato dimostrato che i simboli costituiscano una vera forma di scrittura. Potremmo trovarci davanti a qualcosa di più elementare e, per certi aspetti, altrettanto interessante: un sistema codificato per trasmettere informazioni senza utilizzare una lingua scritta. È qui che la concentrazione di reperti di Lucone assume particolare importanza. Ventuno esemplari provenienti dalla stessa area permettono di confrontare ricorrenze, varianti, tecniche di fabbricazione e soprattutto i rispettivi contesti di rinvenimento. La ricerca contemporanea può inoltre ricorrere alla scansione 3D e all'analisi morfologica digitale, verificando se determinate impronte rinvenute in regioni lontane siano state prodotte secondo modalità analoghe.
Se emergessero corrispondenze sistematiche, sarebbe possibile cominciare a capire se alcuni segni indicassero merci, quantità, comunità, individui oppure concetti oggi difficili da ricostruire. L'ipotesi commerciale è resa interessante anche dalla posizione culturale del sito. A Lucone sono stati ritrovati materiali, comprese tavolette enigmatiche e perle di faience, che testimoniano contatti con circuiti molto più ampi dell'area gardesana, estesi verso l'Europa centrale e il bacino dei Carpazi. Quattromila anni fa, dunque, queste comunità erano inserite in reti attraverso le quali circolavano materie prime, manufatti, tecnologie e probabilmente sistemi simbolici.
Un villaggio fermato dal fuoco
La tavoletta proviene inoltre da un sito archeologico particolarmente favorevole alla ricostruzione della vita quotidiana preistorica. Le analisi dendrocronologiche indicano che gli alberi impiegati per costruire il villaggio cominciarono a essere abbattuti intorno al 2034 a.C., mentre interventi di costruzione e riparazione continuarono negli anni successivi. È una precisione cronologica rara per un insediamento di questa epoca. A determinare l'eccezionale conservazione contribuì anche una catastrofe. Una parte dell'abitato venne distrutta da un violento incendio e gli elementi lignei carbonizzati crollarono nell'ambiente umido. La combinazione tra acqua e carbonizzazione ha permesso la sopravvivenza di materiali organici normalmente destinati a scomparire: legno, cereali, resti vegetali, tessuti ed elementi delle abitazioni. Lucone è per questo una sorta di archivio involontario della vita quotidiana dell'Età del Bronzo. Il sito fa inoltre parte del complesso transnazionale dei «Siti palafitticoli preistorici dell'arco alpino», riconosciuto dall'Unesco e composto da 111 insediamenti distribuiti in sei Paesi europei.
La nuova tavoletta acquista dunque valore soprattutto all'interno di questo contesto. Isolato, l'oggetto rimarrebbe un affascinante manufatto indecifrato. Inserito in una sequenza archeologica così ricca e affiancato da altri venti esemplari, può invece contribuire a ricostruire il sistema di relazioni nel quale questi segni venivano prodotti e compresi. Rimane una cautela fondamentale. Definirli un «codice perduto» è suggestivo, ma prematuro. Non sappiamo se le tavolette comunicassero informazioni commerciali, scandissero il tempo, identificassero persone oppure svolgessero funzioni rituali. Sappiamo però che comunità distanti utilizzavano combinazioni ricorrenti di simboli e che qualcuno, quattromila anni fa, doveva attribuire loro un significato. È precisamente questo scarto tra ciò che l'archeologia riesce a recuperare e ciò che ancora non riesce a spiegare a rendere importante il ritrovamento di Lucone. L'oggetto è arrivato fino a noi quasi perfettamente leggibile; ciò che abbiamo perduto è il sistema culturale necessario per leggerlo.
Samir Rahmani
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Rahmani per Il Giornale dell'Arte. Negli ultimi vent'anni il sistema dell'arte ha attraversato una trasformazione profonda che continua a essere raccontata con categorie ormai insufficienti. Non si tratta soltanto di una maggiore finanziarizzazione o dell'aumento dei prezzi. Gallerie, fiere, musei, fondazioni, collezionisti e artisti hanno progressivamente adottato le logiche economiche, simboliche ed esperienziali proprie dell'industria del lusso. L'opera resta centrale, ma il valore si costruisce sempre più attraverso reputazione, esclusività, narrazione, ospitalità ed ecosistemi culturali. È una trasformazione che potremmo definire "luxurification" del sistema dell'arte. L'analisi del critico albanese
