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Tony Cokes, Black Celebration, 1988 (Film Still) Video, b&w, sound 17:11 mins. Ed. 5 + 2 AP Courtesy the artist, FELIX GAUDLITZ, Vienna, Greene Naftali, New York, Hoffman Donahue, New York/Los Angeles, and Electronic Arts Intermix, New York

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Tony Cokes, Black Celebration, 1988 (Film Still) Video, b&w, sound 17:11 mins. Ed. 5 + 2 AP Courtesy the artist, FELIX GAUDLITZ, Vienna, Greene Naftali, New York, Hoffman Donahue, New York/Los Angeles, and Electronic Arts Intermix, New York

Genealogie della rivolta, tra storia, media e immaginazione politica. Una mostra preziosa a Milano

Alla galleria MATTA di Milano, Social Unrest, curata da Niccolò Gravina con la ricerca storica di Zoé Samudzi, riunisce nove artisti internazionali per indagare la ricorsività delle rivolte contemporanee. Tra nuove produzioni e installazioni site-specific, la mostra costruisce una costellazione temporale che collega Hong Kong 2019 alle insurrezioni medievali europee, interrogando media, memoria e strutture socio-economiche. Un allestimento concepito come barricata frammenta la visione e trasforma lo spazio in un dispositivo critico.

Ginevra Borromeo

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Le rivolte contemporanee analizzate non come eventi isolati o esplosioni irrazionali di violenza, ma come fenomeni ricorrenti, radicati in condizioni strutturali profonde. Questa primavera MATTA a Milano presenta Social Unrest, una mostra che affronta e racconta la rivolta "studiata". Curata da Niccolò Gravina, con la ricerca storica di Zoé Samudzi, l’esposizione (dal 13 aprile al 12 settembre) riunisce Hannah Black, Ivan Cheng, Tony Cokes, Alessandro Di Pietro, Satoshi Fujiwara, Hannah Quinlan & Rosie Hastings, Tiffany Sia e Sung Tieu, in un dialogo sviluppato nell’arco di oltre due anni.

Il progetto nasce dall’esigenza di sottrarre le insurrezioni alla narrazione mediatica che le riduce a frammenti caotici, privi di programma o razionalità politica. Attraverso un montaggio non lineare di opere e riferimenti storici, Social Unrest costruisce una costellazione che collega le proteste di Hong Kong (2019–2020), i Cronulla Riots di Sydney (2005), il G8 di Genova (2001), le rivolte di Los Angeles (1992), gli attacchi xenofobi a Hoyerswerda e Rostock (1991–92), fino alla rivolta della Compton’s Cafeteria (1966), alle sommosse di Watts (1965), alla Peasants’ Revolt inglese del 1381, alla Jacquerie francese e alla Ribellione dei Turbanti Rossi (1351–1368). La cronologia si spezza e si ricompone, generando un sistema euristico che illumina le ragioni strutturali delle insurrezioni.

L’allestimento, progettato dallo studio Sabotage Practice, è parte integrante della riflessione: una struttura autonoma costruita con materiali di recupero si erge come una barricata all’interno della galleria, ostacolando ogni visione d’insieme. Lo spazio diventa dispositivo politico: la linearità cronologica è negata, la fruizione è frammentata, lo spettatore è costretto a muoversi tra interruzioni e deviazioni, come in un paesaggio urbano attraversato dal conflitto.

Le opere si confrontano con le tensioni tra memoria, media e potere. Hannah Black frammenta le rovine di The Directions (2022) per creare un’installazione che culmina in una carta astrologica di una rivolta, suggerendo un parallelismo tra l’osservazione dei moti celesti e la ricerca di pattern nei moti sociali. Tony Cokes, con l’installazione multicanale The World Won’t Listen II, intreccia le immagini televisive dei disordini di Los Angeles del 1992 con musica rap e soul, generando un continuum non cronologico che smonta la presunta irrazionalità delle rivolte.

Ivan Cheng, con Revolt Pleaser, fonde testimonianze dirette e figurazione animata, riflettendo sulle tecnologie di rete che amplificano divisioni e conflitti. Alessandro Di Pietro, in TO WONG – Attributed to Paul Thek (2017), costruisce una capsula del tempo che oscilla tra archeologia e storia dell’arte, suggerendo connessioni ambigue con la figura di Joshua Wong e le proteste di Hong Kong. Satoshi Fujiwara, con l’installazione GDPCN, sovrappone fotografie scattate a Wuhan a iconografie della Ribellione dei Turbanti Rossi, creando una stratificazione visiva tra presente e passato.

Hannah Quinlan & Rosie Hastings realizzano un affresco dedicato alla rivolta della Compton’s Cafeteria, interrogando il rapporto tra rappresentazione e instabilità sociale. Tiffany Sia analizza il ruolo della televisione come strumento di contro-insurrezione attraverso le sue Scroll Figures, che rielaborano materiali Mediaset al culmine dell’era berlusconiana. Sung Tieu, con un nuovo lavoro della serie Read Me, Wear Me, Fear Me, trasforma articoli di giornale sugli attacchi xenofobi in abiti di cotone, collegando l’industria tessile alla produzione e oggettivazione dei corpi migranti.

Social Unrest non offre una narrazione conciliatoria. Al contrario, mette in scena le collisioni etiche ed epistemologiche che attraversano ogni rivolta: tra spontaneità e organizzazione, tra memoria e rimozione, tra rappresentazione e propaganda. La mostra suggerisce che, come le rivoluzioni, anche le rivolte possiedono radici culturali e politiche profonde, sebbene spesso prive di una sistematizzazione teorica. La barricata che attraversa lo spazio espositivo diventa così metafora di una storia che non procede in linea retta, ma per accumuli, fratture e ritorni. Un montaggio incompleto che, proprio nella sua frammentarietà, restituisce la complessità del presente.

Satoshi-Fujiwara_Sketches-for-Social-Unrest_2025_2 Satoshi Fujiwara, Sketches for Social Unrest, 2025 Courtesy of the artist

Hannah Quinlan & Rosie Hastings A Days Work, 2025 Fresco on wooden panel, framed 153.4 x 113.5 x 8.1 cm / 60 3/8 x 44 3/4 x 3 1/4 inches Photography: Tom Carter; Courtesy the Artists and Arcadia Missa, London.

Tiffany-Sia_Scroll Figure Berlusconi Still 7_2026 Tiffany Sia Still from Scroll Figure #5, 2026 Two 22-inch monitor

Ginevra Borromeo, 13 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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