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Human After All[1] © Jean-Christian Bourcart 

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Human After All[1] © Jean-Christian Bourcart 

Fotografie degeneri per tempi inquieti: ad Arles un manifesto contro l’uniformità delle immagini

Dal 8 al 26 luglio all’Étoile de la Roquette, nell’ambito del Festival Off di Arles, la mostra (DE)GENERATE(D) mette in dialogo fotografia, archivi, intelligenza artificiale, installazione e pratiche documentarie per interrogare una questione centrale del presente: chi stabilisce quali immagini meritano di essere viste? Partendo dall’ombra lunga dell’“Arte degenerata” nazista, il progetto curatoriale di Nicolas Havette riflette sulle nuove forme di normalizzazione visiva prodotte da algoritmi, identità rigide e sistemi di classificazione contemporanei.

Sophie Seydoux

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Nel 1937 il regime nazista inaugurava a Monaco la mostra Entartete Kunst (“Arte degenerata”), una delle più celebri operazioni di stigmatizzazione culturale del Novecento. Con quell'espressione venivano designate opere, artisti e linguaggi ritenuti incompatibili con l'ordine estetico e ideologico del Terzo Reich. L'obiettivo non era soltanto censurare alcune forme artistiche, ma stabilire quali immagini potessero essere considerate legittime e quali dovessero essere escluse dalla sfera pubblica.

Quasi novant'anni dopo, la mostra (DE)GENERATE(D): Generated and Degenerated Photography, in programma dall'8 al 26 luglio 2026 all'Étoile de la Roquette nell'ambito del Festival Off delle Rencontres d'Arles, riprende deliberatamente quel termine per sottoporlo a una rilettura critica. Non per evocare un parallelo storico diretto, ma per interrogare una questione che continua ad attraversare il presente: chi definisce oggi la norma delle immagini?

Il progetto nasce da un'open call ideata dal curatore Nicolas Havette e riunisce quasi venti artisti internazionali selezionati per la capacità di affrontare le trasformazioni contemporanee attraverso linguaggi differenti. Fotografia documentaria, archivi, collage, installazione, immagini vernacolari, fiction e intelligenza artificiale convivono in un percorso che rifiuta ogni lettura univoca.

La mostra prende infatti le mosse da una constatazione: ogni epoca costruisce i propri sistemi di inclusione ed esclusione. Cambiano i contesti storici e politici, ma permane la tendenza a classificare, ordinare e normalizzare. Se nel Novecento il controllo passava attraverso istituzioni e apparati ideologici, oggi una parte crescente della selezione delle immagini avviene attraverso piattaforme digitali e sistemi algoritmici che privilegiano ciò che è già riconoscibile, prevedibile e facilmente identificabile. Secondo il progetto curatoriale, il rischio contemporaneo non consiste tanto nella censura esplicita quanto nella progressiva riduzione della complessità. Le identità si irrigidiscono, le narrazioni si polarizzano e l'ambiguità diventa sospetta. In questo contesto la fotografia "degenerata" evocata dalla mostra non è un genere o una categoria stilistica, ma una postura critica: un'immagine che eccede il proprio significato immediato, che attraversa più territori contemporaneamente e che sfugge alle classificazioni troppo semplici.

Per questa ragione (DE)GENERATE(D) non propone una tesi unica. Gli artisti coinvolti appartengono a generazioni, geografie e sensibilità differenti. Alcuni lavorano sul documento, altri sulla finzione, altri ancora sulle possibilità offerte dall'intelligenza artificiale o dalla manipolazione digitale. Ciò che li accomuna è la diffidenza verso le narrazioni lineari e la volontà di mettere in discussione le categorie attraverso cui osserviamo il mondo. La mostra assume così la forma di un grande cabinet de curiosités contemporaneo. Le opere non sono organizzate per confermare un tema, ma per produrre attriti. Le immagini dialogano, si contraddicono, si sovrappongono. La curatela rinuncia alla costruzione di un discorso compatto e sceglie invece di lasciare emergere tensioni e discontinuità.

Sophie Seydoux, 20 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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