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Samir Rahmani
Leggi i suoi articoliUn pavimento di circa dodici metri quadrati, composto da geometrie, motivi vegetali e intrecci, riporta l’attenzione sulla Smirne tardoantica e sulla lunga continuità urbana della città. Nell’area dell’antica agorà, nell’odierna İzmir, gli archeologi hanno completato lo scavo della cosiddetta Sala dei Mosaici, un ambiente pavimentato tra IV e VI secolo d.C. e successivamente inglobato dalle trasformazioni della città ottomana. È soltanto il secondo pavimento musivo rinvenuto nel sito in quasi settant’anni di ricerche, circostanza che conferisce alla scoperta un rilievo particolare in una città molto meglio conosciuta attraverso le sue grandi architetture pubbliche che attraverso gli interni decorati.
Lo scavo è condotto nell’ambito del progetto «Patrimonio per il Futuro» del Ministero turco della Cultura e del Turismo, sotto la direzione di Akın Ersoy dell’Università İzmir Katip Çelebi. Una parte del mosaico era già emersa nelle precedenti campagne; gli interventi più recenti hanno consentito di mettere in luce l’intera stanza, lunga circa cinque metri e larga due metri e mezzo, insieme a uno spazio adiacente e alle tracce dei muri che ne definivano l’originaria articolazione.
La qualità del mosaico risiede piuttosto nella costruzione ordinata della superficie. Dodecagoni, triangoli, quadrati e motivi vegetali si organizzano secondo un ritmo geometrico continuo. Tra gli elementi più suggestivi emergono alcune foglie d’edera stilizzate dalla marcata forma a cuore, particolarmente leggibili nel disegno musivo, accanto a motivi riconducibili all’alloro e a intrecci che sembrano includere il cosiddetto Nodo di Salomone, diffuso nella cultura figurativa della tarda antichità. Proprio queste forme cuoriformi, costruite attraverso la disposizione minuta delle tessere, conferiscono al pavimento una qualità decorativa immediata e sorprendentemente moderna, pur appartenendo a un repertorio simbolico molto più antico.
È un linguaggio meno spettacolare rispetto ai grandi mosaici narrativi dell’Anatolia romana, ma proprio per questo particolarmente utile per ricostruire la cultura visiva degli spazi quotidiani. Il pavimento apparteneva a un ambiente nel quale la decorazione non doveva necessariamente comunicare un unico programma iconografico. Geometria, vegetazione e intreccio potevano svolgere contemporaneamente funzioni ornamentali, simboliche e forse apotropaiche, definendo attraverso la ripetizione un ordine visivo capace di qualificare lo spazio.
Il possibile Nodo di Salomone, formato dall’intreccio continuo di elementi che sembrano non avere né inizio né fine, è stato frequentemente associato in epoche diverse a idee di protezione, continuità e legame. Anche le foglie d’edera cuoriformi, tra gli elementi più eleganti del mosaico, possedevano nel mondo antico un campo semantico molto più ampio rispetto alla successiva identificazione della forma del cuore con l’amore romantico: la natura sempreverde della pianta e la sua capacità di aderire alle superfici potevano evocare persistenza, vitalità e continuità. Ogni interpretazione richiede tuttavia prudenza. Nel repertorio tardoantico un motivo decorativo poteva assumere significati differenti a seconda del contesto, senza essere necessariamente portatore di un messaggio univoco.
La datazione tra il IV e il VI secolo d.C. colloca il mosaico in una fase decisiva della storia urbana di Smirne, quando la città apparteneva all’Impero romano d’Oriente e le forme della città classica venivano progressivamente adattate a nuovi assetti religiosi, amministrativi e sociali. L’agorà continuava a rappresentare uno dei nuclei fondamentali dell’organismo urbano, ma il suo utilizzo si modificava nel tempo insieme alla città che la circondava. La posizione della Sala dei Mosaici è per questo particolarmente significativa. L’ambiente si trova lungo la Via Nord dell’Agorà, ai margini di uno dei principali complessi pubblici della città antica. Costruita sul versante settentrionale della collina di Pagos, l’agorà di Smirne fu in epoca romana centro amministrativo, giudiziario e commerciale. Le stoà, la basilica, le strade e gli spazi monumentali permettono di ricostruire l’organizzazione pubblica della città; il nuovo mosaico introduce invece una dimensione più ravvicinata, legata al modo in cui gli interni venivano percepiti e attraversati.
Gli scavi hanno restituito anche un altro dato significativo. Nel XIX secolo, durante il periodo ottomano, sopra il pavimento antico venne costruita una nuova struttura, probabilmente collegata a un complesso ospedaliero. Secondo Ersoy, la disposizione dei muri successivi sembra essere stata studiata evitando per quanto possibile di danneggiare il mosaico sottostante. È un dettaglio che modifica la consueta narrazione archeologica basata su una successione lineare di distruzioni e abbandoni. La Smirne antica non scomparve semplicemente sotto la città successiva. Fu continuamente riutilizzata. Negli strati superiori sono stati recuperati materiali riconducibili alla tarda età ottomana e ai primi decenni della Repubblica turca, tra ceramiche, recipienti e altri oggetti della vita quotidiana. Lo stesso spazio continuò quindi a essere occupato a distanza di circa 1.500 anni dalla posa del mosaico. L’agorà cambiò funzioni, ospitò in epoche differenti un cimitero e nuove costruzioni e rimase inserita nella crescita del tessuto urbano vicino allo storico quartiere di Kemeraltı. È una delle caratteristiche più significative dell’archeologia di İzmir: l’antica Smirne non si trova fuori dalla città moderna, ma sotto e dentro di essa. Gli strati ellenistici, romani, tardoantichi, ottomani e contemporanei appartengono allo stesso paesaggio urbano. Ogni scavo diventa quindi anche uno studio sulla continuità e sulla trasformazione della città, oltre che sulla singola fase archeologica.
Il mosaico della Via Nord aggiunge un nuovo elemento alla conoscenza della tarda antichità anatolica. La sua decorazione appartiene a un repertorio geometrico e vegetale ampiamente diffuso nel Mediterraneo orientale, ma la sua importanza risiede soprattutto nel contesto. A Smirne, dove i pavimenti musivi sono finora relativamente poco documentati, consente di osservare la persistenza di un alto livello di cultura decorativa tra IV e VI secolo e suggerisce una città ancora economicamente e socialmente capace di investire nella qualificazione degli spazi interni.
Samir Rahmani
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Rahmani per Il Giornale dell'Arte. Negli ultimi vent'anni il sistema dell'arte ha attraversato una trasformazione profonda che continua a essere raccontata con categorie ormai insufficienti. Non si tratta soltanto di una maggiore finanziarizzazione o dell'aumento dei prezzi. Gallerie, fiere, musei, fondazioni, collezionisti e artisti hanno progressivamente adottato le logiche economiche, simboliche ed esperienziali proprie dell'industria del lusso. L'opera resta centrale, ma il valore si costruisce sempre più attraverso reputazione, esclusività, narrazione, ospitalità ed ecosistemi culturali. È una trasformazione che potremmo definire "luxurification" del sistema dell'arte. L'analisi del critico albanese


