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Tra i musei più attesi del 2026 è il Guggenheim Abu Dhabi (qui in una versione con IA), progettato dall’archistar Frank Gehry, scomparso lo scorso 5 dicembre a 96 anni. Sorgerà nello stesso Saadiyat Cultural District in cui si è da poco inaugurato lo Zayed National Museum di Foster+Partners

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Tra i musei più attesi del 2026 è il Guggenheim Abu Dhabi (qui in una versione con IA), progettato dall’archistar Frank Gehry, scomparso lo scorso 5 dicembre a 96 anni. Sorgerà nello stesso Saadiyat Cultural District in cui si è da poco inaugurato lo Zayed National Museum di Foster+Partners

Essere atlante, essere agenda

Sul numero di gennaio, il 468, il direttore Luca Zuccala tira le somme dei primi 10 numeri del nuovo corso

Luca Zuccala

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Il 2025 ha mostrato come il sistema dell’arte stia attraversando l’ennesima fase di transizione strutturale. Nell’eterno presente in cui si brancola mirando il futuro della sua visione, non perdiamo righe a pontificare su cosa sia stata l’«arte» nel 2025 e dove andremo ora, 2026, e nei prossimi anni. La «lettura» non potrebbe in alcun modo circoscriversi in poche «battute»: va invece sviluppata, scandita e verificata costantemente, nelle settimane e nei giorni, come stiamo facendo quotidianamente su carta, digitale e canali social, attraverso focus e piani editoriali su più livelli. 7.000 articoli sul sito e 2.000 pagine di carta, accompagnati alle 55.000 pagine dell’archivio storico integralmente digitalizzato ne sono traccia luminosa. L’unica constatazione davvero manifesta può allora condensarsi in un’asserzione che si proclama missione. Nel fragile e frammentato quadro globale, segnato da un’allerta patologica, da distorsioni percettive e da informazioni algoritmiche e artificiali, incasellate in griglie «scrollate» a un ritmo letale che impedisce la comprensione, l’urgenza che ci accompagna appare «cristallina», come una ceramica smaltata. Un’urgenza che ci guida, incessantemente, attraverso i tempi «umani» della carta: delineare e delimitare un porto sicuro, un luogo critico affidabile e coerente capace di restituire contesto e non solo fatti. Strutturare, analizzare, mappare, ordinare, nel nome di due elementi imprescindibili: consapevolezza e visione. Sotto l’egida dei titoli degli ultimi due numeri: essere un atlante che orienta, essere un’agenda che allinei le polveri nel buio.

In un Paese dove il patrimonio culturale è identità e responsabilità collettiva, dove la cultura sostiene economia, turismo, formazione, diplomazia e reputazione internazionale, essere una voce capace di mantenere lucidità e profondità non è un’opzione, ma una estrema necessità. «Il Giornale dell’Arte» è oggi una delle pochissime realtà editoriali italiane che continua a crescere, consolidarsi e guardare avanti. Ampliando ulteriormente il suo presidio informativo -come vedremo fra meno di un mese, a un anno esatto dal primo numero cartaceo del nuovo corso- e moltiplicando la sua potenza di atterraggio, diffusione, pubblico. La carta prosegue sul solco delle 25.000 copie mensili con migliaia di extra tirature realizzate ad hoc per ogni evento nazionale e internazionale, implementando la capillarità sul territorio. Crescono significativamente gli abbonamenti e le copie vendute in edicola; i social media centrano la cifra tonda di 1 milione di interazioni con le pagine e i contenuti; e sul digitale, in soli tre mesi del 2025, abbiamo raggiunto il totale delle visualizzazioni del 2024, arrivando a 17,2 milioni di visite complessive. Numeri e dati, certificati, consultabili sul sito del Giornale.

Tutto questo senza inseguire la velocità né il clickbait, ma per una scelta deliberata e rigorosa di competenza. Stando costantemente sul campo, sul pezzo, al passo coi tempi. Stando nei posti che contano: da Torino a New York, da Hong Kong a Milano, da Doha a Parigi e Londra, in ogni presente e futura regione e capitale dell’arte mondiale. Mentre altri modelli editoriali si ridimensionano o rinunciano all’approfondimento, il Giornale resta saldo: punto fermo, riferimento e presidio critico. Infrastruttura culturale, non solo editoriale. Oggi il Giornale è una realtà non solo nazionale, ma stabilmente inserita nel dibattito internazionale. Le nostre analisi vengono lette, citate, diffuse nelle principali piazze culturali e del mercato globale. Le collaborazioni si moltiplicano, e il 2026 sarà l’anno in cui questa dimensione trasversale assumerà una forma ancora più strutturata. Sempre mantenendo salda e necessaria la matrice «storica» che contraddistingue da decenni l’impresa editoriale. In questa direzione, la nostra piattaforma sta ampliando il suo ecosistema: nuovi format multimediali, rubriche tematiche, serie verticali dedicate a musei, patrimonio, fondazioni, professioni e mercato; nuovi prodotti editoriali e iniziative speciali, che presenteremo -come anticipato- alla ricorrenza dell’anno del nuovo corso. Non per seguire alcuna tendenza, ma per continuare a dettare l’agenda culturale italiana, come facciamo da oltre quarant’anni. In un Paese in cui la cultura è un bene fragile, prezioso e strategico, esposto al palcoscenico schizofrenico del mondo globale, «Il Giornale dell’Arte» resta ciò che è sempre stato: una guida, una bussola, una voce insostituibile. La cui eco, oggi più che mai, è destinata a farsi sentire ben oltre il Monviso.

Luca Zuccala, 01 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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