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Discorsi intorno all’Intelligenza Artificiale e al mercato dell’arte. Dialogo con Jo Lawson-Tancred

Dall’autenticazione alla valutazione, fino ai modelli predittivi e ai rischi di standardizzazione del gusto: un’analisi critica su come l’intelligenza artificiale stia incidendo sul sistema dell’arte più sul piano strutturale che su quello estetico, tra promesse di democratizzazione e nuove concentrazioni di potere. Parola all’autrice del libro più autorevole sul tema in questione.

Luca Zuccala

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L’intelligenza artificiale è entrata stabilmente nel dibattito sul presente e futuro del sistema dell’arte, quindi del suo mercato. Ma se la retorica pubblica tende a concentrarsi sull’impatto estetico delle opere generate da algoritmi, le trasformazioni più profonde sembrano riguardare un altro livello: quello infrastrutturale. Autenticazione, valutazione, analisi predittiva, raccolta e interpretazione dei dati. È qui che l’IA potrebbe incidere in modo duraturo, ridefinendo equilibri, autorità e dinamiche decisionali.

Allo stesso tempo, restano forti resistenze da parte del mercato tradizionale, interrogativi etici e timori di una possibile standardizzazione del gusto. Ne emerge un quadro complesso, in cui l’intelligenza artificiale non appare né come salvezza né come minaccia assoluta, ma come uno strumento il cui impatto dipenderà dall’uso che ne verrà fatto. Abbiamo incontrato Jo Lawson-Tancred, autrice di Intelligenza artificiale e mercato dell'arte edito da Johan & Levi. Attraverso le testimonianze di professionisti del settore, la giornalista britannica (è una delle firme di punta del magazine leader del settore Artnet) ci invita a riflettere su un presente (e futuro) in continua evoluzione, in cui l’interazione tra arte e tecnologia non solo è inevitabile, ma forse perfino auspicabile.

Nel suo libro sostiene che l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato dell’arte sia più profondo sul piano infrastrutturale che su quello estetico. Da dove è partito questo cambiamento?

Al di là dell’uso di strumenti generici come ChatGPT, adottati da imprese di ogni tipo, il mercato dell’arte mainstream resta ancora riluttante a utilizzare l’IA. Nel mio libro parlo di due applicazioni specifiche per il mercato: l’autenticazione e la valutazione delle opere. Tuttavia, i progressi in entrambi i campi sono lenti, in gran parte a causa delle difficoltà nel creare dataset adeguati. I tentativi più interessanti si collocano ai margini del sistema e, finora, non ho ancora visto un prodotto davvero convincente in nessuno dei due ambiti. Nel frattempo, i brand consolidati e tradizionali diffidano dell’IA e preferiscono continuare con approcci che funzionano bene da decenni.

Credo che l’intelligenza artificiale avrà in futuro un impatto più profondo, ma per costruire fiducia servono prove concrete del suo funzionamento. Nel campo dell’autenticazione, i primi risultati significativi arriveranno probabilmente dall’ambito accademico piuttosto che da aziende for profit. Un progetto interessante di cui ho sentito parlare è il “Digital Delacroix” della Sorbona, finanziato dall’Humanities and A.I. Virtual Institute. L’obiettivo è insegnare a un’IA a riconoscere la pennellata di Delacroix e identificare quali parti di un murale siano state dipinte di sua mano. Se il progetto avrà successo, rappresenterà una svolta importante. Una collaborazione solida tra esperti di AI e storici dell’arte potrebbe produrre uno strumento di autenticazione affidabile, con evidenti ricadute sul mercato.

L’IA viene spesso raccontata come uno strumento di democratizzazione del mercato. Dai suoi studi emerge davvero una maggiore apertura o piuttosto una nuova forma di concentrazione del potere?

Bisogna sempre diffidare di visioni eccessivamente ottimistiche. L’IA è uno strumento che può essere usato in modi diversi, e non possiamo prevederne pienamente gli effetti a lungo termine. La questione della democratizzazione è interessante: ad esempio, l’uso dell’IA nella valutazione delle opere potrebbe dare maggiore fiducia ai collezionisti inesperti, scoraggiati dall’opacità del sistema.

Molte gallerie non vedono di buon occhio una maggiore trasparenza sui prezzi, perché potrebbe mettere in discussione il loro modello di business. Tuttavia, il mercato desidera ampliare la platea dei compratori e, nel tempo, i benefici potrebbero superare le resistenze. Un cambiamento culturale simile è già avvenuto quando i database online hanno reso più accessibili i dati delle aste pubbliche.

In che modo l’uso di modelli predittivi e analisi dei dati sta modificando i criteri di valutazione delle opere e degli artisti?

Il mercato dell’arte cerca da decenni di fare di più con i pochi dati a disposizione, nel tentativo di compensare l’opacità delle vendite private. Oggi alcuni analisti stanno integrando ai dati quantitativi sui prezzi anche dati qualitativi: storia espositiva, medium, collocazione geografica, riconoscimento critico.

Combinati con i dati di mercato, questi elementi possono aiutare a prevedere quali artisti diventeranno affermati e quali resteranno marginali. È un approccio interessante per gli investitori speculativi, ma rischia di diventare una profezia che si autoavvera. Se alcuni artisti ricevono più opportunità perché ritenuti promettenti dai modelli predittivi, le loro probabilità di successo aumenteranno ulteriormente, penalizzando altri. Esiste il rischio di una standardizzazione del gusto, proprio in un momento in cui dovremmo ampliare l’attenzione verso linguaggi e geografie diverse. Va però ricordato che una divisione tra arte “market friendly” e arte più sperimentale esiste da tempo.

Esiste un rischio reale di standardizzazione del gusto? Gli algoritmi tendono a rafforzare ciò che è già riconosciuto?

Il rischio è reale. Gli algoritmi operano su dati storici e tendono a rafforzare schemi già consolidati. Questo può favorire artisti e linguaggi già legittimati dal mercato, riducendo lo spazio per pratiche meno riconosciute.

Nel sistema tradizionale dell’arte il valore nasceva da un equilibrio tra critica, istituzioni e mercato. L’intelligenza artificiale introduce un nuovo soggetto di autorità?

L’IA potrebbe influenzare alcune decisioni dei collezionisti, ma difficilmente ai livelli più alti del mercato. È paragonabile all’analisi dei database d’asta già in uso da anni. Non vedo, per ora, un’autorità superiore a quella. Paradossalmente, la diffusione dell’IA ha anche rafforzato l’interesse per pratiche tradizionali come ceramica, tessile e artigianato indigeno.

Sul fronte della produzione artistica, si distingue tra opere “generate” e opere “assistite” dall’IA. Questa distinzione ha ancora senso per il mercato?

La distinzione nasce dall’esigenza di valorizzare il contributo umano. La maggior parte degli artisti seri usa l’IA come parte di una pratica più ampia, non come scorciatoia. Tuttavia, nel mercato il valore non dipende dallo sforzo o dalla qualità. Se Damien Hirst producesse immagini con ChatGPT, il loro valore sarebbe determinato dalla sua firma, non dal processo. In questo senso, la distinzione è meno rilevante per il mercato.

Quale ruolo dovrebbero avere le istituzioni pubbliche e museali nel definire un quadro etico per l’uso dell’IA nell’arte?

Un ruolo centrale. Devono sostenere e dare visibilità agli artisti che riflettono criticamente su questi temi. Un esempio è la Serpentine Galleries di Londra, che nel 2024 ha ospitato una mostra sull’uso etico dei dati con Holly Herndon e Mat Dryhurst. Il settore non profit può guidare la riflessione su pratiche sicure e responsabili.

I media e il giornalismo d’arte sono pronti a interpretare criticamente questi cambiamenti o rischiano di subirli?

Direi entrambe le cose. L’interpretazione critica è uno dei valori più importanti dei media tradizionali in un’epoca in cui contenuti generati automaticamente sono disponibili ovunque. È il momento di ribadire il valore dell’expertise umana.

Guardando al futuro prossimo, quali aree del mercato dell’arte saranno più profondamente trasformate dall’intelligenza artificiale?

È difficile dirlo. Le previsioni diventano sempre più caute. L’adozione mainstream è ancora lontana. Anche l’interesse per l’arte prodotta con AI è limitato, sebbene si stia assistendo a una rivalutazione di pionieri dell’arte computerizzata come Harold Cohen.

Esiste, a suo avviso, un limite oltre il quale l’automazione rischia di compromettere la credibilità culturale del sistema?

Sì. L’arte appartiene alle humanities e il suo valore deriva dalla relazione umana. Un sistema senza artisti e senza esperti umani perderebbe senso. L’AI può essere uno strumento complementare, ad esempio nella capacità di riconoscere pattern, ma non sostitutivo.

In conclusione, l’IA rappresenta una minaccia o un’opportunità per l’arte come spazio critico e non solo come mercato?

Entrambe. Sta a noi cogliere le opportunità e mitigare i rischi.

Luca Zuccala, 14 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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