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Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliUn cane ripreso all’altezza delle zampe, un bacio nello specchietto di un’automobile, Nixon che punta il dito contro Krusciov, Marilyn Monroe circondata dai fotografi. Elliott Erwitt sembra trovarsi sempre al posto giusto nel momento giusto, ma le sue fotografie non sono il frutto di fortunate coincidenze: nascono dalla capacità di saper aspettare e riconoscere un gesto, un incontro, uno sguardo capace di aprire all’improvviso, anche nelle situazioni più comuni, una breccia per vedere oltre la superficie delle cose. Una situazione può essere buffa e insieme commovente, un gesto può far sorridere e nello stesso momento rivelare solitudine, fragilità o distanza. «Ironia e malinconia - osservava lui stesso - sono due facce della stessa realtà».
«Elliott Erwitt. L’arte di osservare», dal primo ottobre al 28 febbraio 2027 al Museo Civico Archeologico di Bologna, ricostruisce attraverso circa cento fotografie la sua visione del mondo, la sua capacità di coglierne simultaneamente il lato comico e quello umano. Curata da Biba Giacchetti, prodotta e organizzata da Civita Mostre e Musei con il Museo Civico Archeologico, la mostra riunisce gli scatti più iconici insieme a un nucleo proveniente dalla collezione privata dell’autore, portando per la prima volta agli occhi del pubblico immagini mai esposte prima.
Le cinque sezioni non seguono una cronologia serrata, attraversano piuttosto una produzione nella quale reportage, ritratti, strada e vita familiare si incrociano continuamente.
Erwitt ha lo sguardo di un uomo abituato a cambiare Paese e punto di osservazione. Nato a Parigi nel 1928 da una famiglia di emigrati russi, registrato all’anagrafe come Elio Romano Erwitz, trascorre l’infanzia a Milano, fino a quando a dieci anni è costretto lasciare la città a causa delle leggi razziali fasciste. Nel 1939 approda negli Stati Uniti: prima a New York e poi Los Angeles, dove frequenta la Hollywood High School e incomincia a lavorare in un laboratorio fotografico. Nel 1949 torna in Europa e fotografa Italia e Francia. Di ritorno a New York incontra tre figure chiave. Roy Stryker, protagonista della grande stagione documentaria americana avviata negli anni della Farm Security Administration: nel 1950 gli affida un servizio sulla trasformazione industriale e urbana di Pittsburgh, interrotto quattro mesi dopo dal richiamo nell’esercito. Nel 1953, terminato il servizio militare, Robert Capa lo invita a entrare in Magnum Photos, fondata sei anni prima (Erwitt ne diventerà presidente nel 1968).
Testimone della storia e insieme osservatore dei piccoli momenti della vita, Erwitt realizza numerosi reportage. A Mosca, nel 1959, fotografa il celebre Kitchen Debate tra Richard Nixon e Nikita Krusciov, cogliendo il vicepresidente americano mentre punta il dito contro il leader sovietico, condensando il quel gesto tutta la tensione del confronto tra le due superpotenze; nel 1963, al funerale di John Fitzgerald Kennedy, identifica nel volto velato di Jacqueline Kennedy il lutto collettivo di un intero Paese; documenta la segregazione razziale negli Stati Uniti riassumendola nell’immagine quotidiana delle fontanelle separate per bianchi e neri. La costruzione dell’immagine è rigorosa. Erwitt lavora sull’inquadratura, spesso taglia corpi e figure ai margini, gioca con la prospettiva, i rapporti di scala, le distanze e le simmetrie. Cambia frequentemente altezza e punto di vista, avvicinando visivamente elementi lontani e sfruttando il momento dello scatto per far coincidere gesti e forme. Il bianco e nero accentua linee, volumi e contrasti e rende ancora più evidente le relazioni tra le forme. L’apparente immediatezza dello scatto nasce dunque da un controllo molto preciso dello spazio e del tempo fotografico. Erwitt si forma negli anni in cui il fotogiornalismo e le grandi riviste illustrate offrono ai fotografi un campo di lavoro vastissimo. Seguono le collaborazioni con Collier’s, Look, Life e Holiday. Fotografa Marilyn Monroe durante The Seven Year Itch, lavora sui set di On the Waterfront e The Desperate Hours e, per Holiday, percorre diversi Paesi. Parallelamente porta lo stesso sguardo nella fotografia commerciale, con campagne per Air France, KLM e Chase Manhattan Bank.
Anche i cani, tra i suoi soggetti più celebri, restituiscono il suo modo di guardare. Erwitt abbassa l’obiettivo alla loro altezza, modificando così le gerarchie della scena. Il cambio di prospettiva rovescia i ruoli abituali: dell’uomo possono rimanere nell’inquadratura soltanto gambe e scarpe, mentre il cane, fotografato alla propria altezza, occupa il centro della scena. Lo stesso sguardo attraversa la sua vita privata. Biba Giacchetti, forte di oltre trent’anni di collaborazione e amicizia con Erwitt, porta in mostra anche immagini private mai esposte. Le fotografie delle mogli, dei figli, degli amici, del cane Sammy, accostate ai reportage e ai lavori più conosciuti, mostrano quanto sia difficile tracciare una cesura tra l’Erwitt pubblico e quello privato. Nel 1953, fotografa la moglie Lucienne Matthews mentre osserva la neonata Ellen, con il gatto Brutus disteso accanto a lei: uno scatto nato nell’intimità familiare che due anni dopo Steichen sceglierà per The Family of Man al MoMA. Infine l’Italia, che attraversa la mostra come un luogo biografico prima ancora che fotografico. È il Paese nel quale Erwitt trascorre l’infanzia e quello che deve abbandonare nel 1938, ma anche quello in cui continuerà a tornare. Le fotografie realizzate a Venezia nel 1949 appartengono già al primo viaggio europeo dopo l’emigrazione.
Erwitt muore a New York nel 2023, a 95 anni. Il suo lavoro attraversa oltre mezzo secolo di fotografia documentaria e, in una stagione in cui alla fotografia si chiede ancora di testimoniare il mondo, mette in crisi, con apparente leggerezza, l’idea stessa di una testimonianza oggettiva. Ciò che entra nell’immagine è accaduto, ma il significato che assume nasce dalle relazioni costruite nell’inquadratura e dall’istante scelto dal fotografo. Il documento resta, ma è già una prima interpretazione del reale.
Jenny Dogliani
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