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El Anatsui (foto di Chika Ezema)

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El Anatsui (foto di Chika Ezema)

El Anatsui, la materia diventa immagine. A Philadelphia cinquant’anni di sperimentazione

Dal 19 dicembre 2026 al 2 maggio 2027, il Philadelphia Museum of Art presenta «El Anatsui: Prints and Play», la prima ricognizione museale organica dedicata alla produzione grafica dell’artista ghanese, Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia del 2015. Oltre novanta opere, dagli anni Ottanta a oggi, ripercorrono cinque decenni di sperimentazioni tra incisione, collage, stampa digitale e scultura, ricostruendo il rapporto tra materiali di recupero, memoria coloniale e trasformazione della materia.

Martha Levy

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Tappi di bottiglie, grattugie per la manioca, vecchie matrici tipografiche, tavole di legno consumate dal tempo. Materiali ordinari, spesso destinati allo scarto, che nelle mani di El Anatsui diventano strumenti per costruire immagini e interrogare la storia. L’artista ghanese, nato nel 1944 e Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia del 2015, è conosciuto soprattutto per le monumentali sculture composte da migliaia di elementi metallici, assemblati in superfici flessibili che evocano tessuti preziosi e si trasformano a seconda degli spazi in cui vengono installate. Una ricerca che ha modificato profondamente il linguaggio della scultura contemporanea, introducendo nuove relazioni tra materia, memoria, produzione artigianale e tradizioni visive africane. Meno conosciuta è invece la sua attività nell’ambito della grafica e delle tecniche di stampa, sviluppata parallelamente alla produzione scultorea e strettamente connessa alla sua evoluzione. Dal 19 dicembre 2026 al 2 maggio 2027, il Philadelphia Museum of Art dedica a questo versante della sua opera «El Anatsui: Prints and Play», la prima ricognizione museale organica sulla produzione grafica dell’artista, con oltre novanta lavori realizzati dagli anni Ottanta a oggi.

Curata da Chika Okeke-Agulu, storico dell’arte e docente alla Princeton University, e Heather A. Hughes, curatrice del dipartimento di stampe del museo, la mostra ricostruisce un percorso di sperimentazione che attraversa tecniche tradizionali e tecnologie contemporanee, dalla xilografia al collage fino alla stampa digitale su supporti metallici. Il punto di partenza è il rapporto tra immagine e materia, centrale nell’intera produzione di Anatsui, che ha sviluppato un linguaggio fondato sulla capacità di trasformare oggetti comuni in strutture visive complesse. La stampa, in questa prospettiva, diventa un laboratorio nel quale le proprietà fisiche dei materiali, le impronte lasciate dalle superfici e l’intervento dell’artista concorrono alla formazione dell’opera. La matrice può essere una tavola di legno incisa, una lastra metallica o un utensile proveniente dalla vita quotidiana, mentre il procedimento conserva un margine di imprevedibilità che rende ogni fase parte integrante della ricerca. Un approccio che si è progressivamente ampliato grazie alla collaborazione con alcuni importanti laboratori internazionali, dal Brandywine Workshop and Archives di Philadelphia a Factum Arte di Madrid e Ribuoli Digital di New York, luoghi nei quali la sperimentazione tecnica ha accompagnato lo sviluppo di nuove possibilità espressive.

Tra le opere più antiche esposte figura «When I Last Wrote to You…II» (1986), realizzata durante gli anni di insegnamento all’Università della Nigeria a Nsukka. La composizione presenta una struttura a griglia nella quale compaiono riferimenti ai simboli Adinkra, appartenenti alle tradizioni visive dell’Africa occidentale e portatori di significati storici, filosofici e culturali. Il loro impiego richiama la memoria di sistemi di conoscenza e rappresentazione marginalizzati o cancellati dall’esperienza coloniale, uno dei temi ricorrenti nell’opera di Anatsui. La relazione tra cultura materiale e storia torna in «Sage and Charcoal Eclipse» (2016), collage realizzato presso Factum Arte utilizzando come matrici vecchi vassoi di legno provenienti dai mercati del Ghana. Le superfici consumate, segnate dall’uso e dal tempo, generano forme circolari caratterizzate da variazioni cromatiche e materiche. Nello stesso anno nasce «Untitled (Cassava Graters Imprints and Collage)», per il quale l’artista impiega grattugie tradizionalmente utilizzate per lavorare la manioca, costituite da lamine di metallo galvanizzato perforate con chiodi. Le impronte vengono trasferite su ventiquattro fogli di carta che, assemblati, raggiungono un’altezza di quasi tre metri. Recentemente acquisita dal Philadelphia Museum of Art, l’opera restituisce alla stampa una dimensione monumentale, avvicinandola per scala e presenza fisica alle grandi installazioni scultoree dell’artista.

Il confronto tra grafica e scultura emerge con particolare evidenza nei lavori più recenti. «In the Water» (2022), xilografia realizzata in collaborazione con il Brandywine Workshop and Archives, riprende le trame cromatiche e le articolazioni superficiali delle grandi composizioni metalliche, traducendole attraverso il linguaggio dell’incisione. Ancora più significativa è «Terrain» (2025), stampa digitale su lastre di alluminio sagomate, sviluppata con Ribuoli Digital, nella quale le tecnologie di riproduzione permettono di ottenere opere in edizione dotate di caratteristiche scultoree. Il procedimento mette in discussione la tradizionale distinzione tra originale, matrice e multiplo, trasferendo nella dimensione della stampa alcune qualità normalmente associate all’oggetto tridimensionale. Per Anatsui, del resto, la trasformazione dei materiali è sempre stata accompagnata da una riflessione sui processi di produzione e sulla possibilità di attribuire nuovi significati a oggetti già segnati da una precedente esistenza. Il recupero non coincide semplicemente con il riutilizzo di un materiale, ma implica una trasformazione del suo statuto, della sua funzione e della memoria che conserva.

«Prints and Play» rappresenta il secondo capitolo della collaborazione tra Anatsui e il museo di Philadelphia, dove nell’ottobre 2024 l’artista ha presentato una grande commissione scultorea destinata al Williams Forum, esposta fino all’aprile 2027. Il legame con la città si è consolidato soprattutto attraverso il Brandywine Workshop and Archives, con il quale lavora dal 2017 e che ospiterà, in concomitanza con la mostra del museo, un’esposizione dedicata ai procedimenti tecnici e ai materiali utilizzati nella produzione delle stampe. Il progetto si inserisce nel lungo percorso di riconoscimento internazionale di Anatsui, sviluppatosi attraverso importanti retrospettive, tra cui «Gravity and Grace», presentata dal 2012 in diversi musei statunitensi, e «El Anatsui: Triumphant Scale», organizzata nel 2019 alla Haus der Kunst di Monaco da Okwui Enwezor e Chika Okeke-Agulu e successivamente approdata, tra le altre sedi, a Doha, Berna e Bilbao. Ad accompagnare la mostra di Philadelphia sarà un catalogo illustrato, il primo interamente dedicato a questo ambito della sua produzione, con testi di Okeke-Agulu e Hughes e un’intervista all’artista.

La ricognizione americana permette così di rileggere una carriera generalmente identificata con la monumentalità delle installazioni metalliche, restituendo alla grafica il ruolo che ha avuto nella definizione del suo linguaggio. Le opere su carta rivelano infatti una continuità di interessi e procedimenti: l’attenzione alle tracce lasciate dagli oggetti, il rapporto tra ripetizione e variazione, la memoria incorporata nelle superfici e la possibilità di trasformare la materia attraverso processi apparentemente semplici. In questo rapporto tra stampa e scultura si riconosce uno degli aspetti più significativi della ricerca di Anatsui, per il quale l’identità dell’opera rimane aperta alle trasformazioni dei materiali, alle tecniche utilizzate e alle collaborazioni che ne rendono possibile la realizzazione.

 

Martha Levy, 08 novembre 2026 | © Riproduzione riservata

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