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Redazione GdA
Leggi i suoi articoliLa mostra che la Tate Modern dedica a Edvard Munch nel 2027 vuole attivare una rinnovata indagine sul rapporto tra pittura e narrazione visiva. Il progetto si concentra su quelli che la Tate definisce “dipinti dell’anima”. Una formula che, sottratta alla retorica, individua un nodo preciso: la costruzione dell’identità attraverso l’immagine. Munch non è presentato come artista dell’interiorità, ma come autore che ha trasformato emozione e desiderio in strutture visive replicabili, quasi sequenziali.
La lente del cinema diventa quindi decisiva. Non per attualizzare Munch, ma per riconoscere nella sua opera una logica già cinematografica: reiterazione dei soggetti, variazioni sul tema, costruzione di una grammatica dell’immagine. L’angoscia, il desiderio, la solitudine non sono contenuti. Sono dispositivi.
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