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Alessandro Martini
Leggi i suoi articoli«Sono contento che il lavoro di rinnovamento del Mao possa continuare e consolidarsi ora attraverso una vera e propria trasformazione strutturale: un Mao sempre più integrato nel quartiere e modello di una museologia del presente». Il 4 novembre il Consiglio direttivo della Fondazione Torino Musei ha confermato Davide Quadrio (Busto Arsizio, Mi, 1970) alla direzione del Mao, il Museo d'Arte Orientale di Torino che proprio alla Fondazione Torino Musei fa capo insieme a Gam-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea e Palazzo Madama. La decisione conclude una procedura di selezione a cui hanno partecipato 30 candidati, ed è stata presa sulla base del lavoro della commissione di valutazione esterna composta da Annette Bhagwati, direttrice del Museum Rietberg di Zurigo, Yannick Lintz, presidente del Musée national des arts asiatiques-Guimet di Parigi, e Carlo Lippolis, professore di Archeologia e Storia dell’arte dell’Asia occidentale antica e del Mediterraneo orientale antico all’Università di Torino e direttore scientifico del Crast. Quadrio guida il museo dal 2022. Il presidente della Fondazione, Massimo Broccio, ha spiegato che il Consiglio ha tenuto conto del lavoro svolto e della crescita del museo negli ultimi anni, e ha scelto di dare continuità al mandato per accompagnare il Mao in una fase di consolidamento e di ulteriore sviluppo. Quadrio è il protagonista del massimo successo nella storia del museo: la mostra dell’artista giapponese Chiharu Shiota che lo scorso anno ha portato al Mao 183mila visitatori in 219 giorni.
Quadrio ha lavorato per oltre vent’anni in Cina come curatore e produttore, occupandosi di arte contemporanea. Alla pratica curatoriale ha affiancato un’attività organizzativa e imprenditoriale nella produzione culturale, con una conoscenza diretta dei meccanismi economici e delle reti internazionali che sostengono gli artisti. Nel 1998 ha fondato a Shanghai il BizArt Art Center, il primo laboratorio non profit della città, che ha diretto per oltre un decennio. Tra il 2005 e il 2008 è stato direttore artistico dello spazio creativo Bund18 e nel 2007 ha dato vita ad Arthub, una struttura di produzione e curatela attiva in Asia e nel resto del mondo. Dal 2013 al 2016 è stato curatore di arte contemporanea al Museo Aurora di Shanghai. Nel 2015 ha fondato «Kaleidoscope Asia», pubblicazione gemella di «Kaleidoscope Magazine». Dall’ottobre 2020 è visiting professor allo Iuav di Venezia, nel Dipartimento di Arti e Architettura.
Il rinnovo segue la recente inaugurazione di diversi progetti. Ultimo in ordine di tempo è la quarta edizione di «Declinazioni Contemporanee», il progetto di residenze e commissioni site specific che ha coinvolto artisti come Lee Mingwei, Marzia Migliora e Kengo Kuma, e che comprende interventi di Gala Porras-Kim, Elif Uras, Dayanita Singh, Sissel Tolaas e Driant Zeneli. Inaugurata il 23 ottobre e visitabile fino al 27 giugno 2027, è «Song Dong. Soul Out», la prima personale in Italia dedicata all’artista nato a Pechino nel 1966, curata dallo stesso Quadrio e da Li Zhenhua, con Francesca Filisetti e Rebecca Ricci e con la consulenza curatoriale e scientifica di Manuela Lietti. Il progetto è pensato per l’intero museo: le opere di Song Dong entrano in relazione con le collezioni permanenti e con l’architettura settecentesca di Palazzo Mazzonis, sede del Mao. Il percorso riunisce alcune delle installazioni più note dell’artista e un archivio di fotografie e video di performance dagli anni Novanta a oggi, e ricostruisce oltre trent’anni di lavoro. Al centro della sua pratica c’è il rapporto tra esperienza individuale e storia collettiva, tra memoria privata e trasformazioni sociali, con uno sguardo sulla Cina contemporanea.
Ma non solo. La mostra di Song Dong è anche l’occasione con cui il Mao prosegue la propria ricerca sulle possibili riletture delle collezioni permanenti attraverso il confronto con la produzione artistica contemporanea. Il nuovo riallestimento dal titolo «Made in China», curato da Laura Vigo, propone una rilettura di oltre 140 oggetti della collezione archeologica cinese, dal Neolitico alla dinastia Tang, per «un’esperienza di visita accessibile e multisensoriale», attraverso colori rinnovati e teche specchianti, strumenti digitali e contenuti accessibili in Lis. Ceramiche, bronzi, oggetti funerari e manufatti invetriati sono presentati in relazione alle persone, ai gesti, ai rituali e alle esperienze sensoriali che ne hanno accompagnato la creazione e l’uso. «Made in China» nasce dalle esperienze curatoriali maturate al Mao negli ultimi anni e sviluppa «l’idea del museo come spazio di incontro e confronto tra pubblici e collezioni», invitando a rileggere gli oggetti attraverso gli sguardi di artisti, curatori, scienziati, archeologi e storici dell’arte. Lo spiega Davide Quadrio: «La progettazione espositiva del Mao emerge come processo di lunga durata, fondato su reti relazionali e negoziazioni istituzionali, e capace di pensare al museo come a un organismo multiforme in cui tutto procede verso l’Uno, ovvero verso l’esistenza di un museo di senso: umano, sociale, culturale e politico. In questa prospettiva la mostra si sviluppa come un ritratto espanso dell’artista, le sue opere si distribuiscono negli spazi del museo come presenze in dialogo costante con le collezioni permanenti, contribuendo a definire il Mao come un organismo vivo, in continua trasformazione e relazione con il pubblico».
Alessandro Martini
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