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Massimiliano Gioni: «Il New Museum cambia scala, non identità»

A pochi mesi dalla riapertura, il nuovo direttore parla in esclusiva a Il Giornale dell'Arte della nuova fase dell'istituzione newyorchese: più spazio, stessa missione, con lo sguardo puntato sul presente

Beatrice Caprioli

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A pochi mesi dalla riapertura del New Museum a Manhattan, profondamente rinnovato negli spazi, il nuovo direttore Massimiliano Gioni ne affronta il significativo cambiamento di scala e di struttura, deciso tuttavia a mantenerne inalterate la missione e l’identità: un’identità rivolta a captare pervicacemente il presente. La nomina di Gioni segna un’evidente continuità rispetto ai principi di fondo del museo, dopo i vent’anni intensamente trascorsi al suo interno. La prospettiva che emerge dalle sue parole insiste sull’idea di una struttura ancora flessibile e capace di cogliere rapidamente i segnali del presente. Ne emerge un’istituzione internazionale «con l’accento», radicata nel Lower East Side, libera e alleggerita dal peso di una collezione permanente. Un luogo, dice ancora Gioni, «dove la storia si fa, non dove la si preserva». Resta allora la questione di come difendere questa libertà mentre il museo cambia scala, ora che a guidarlo è colui che, per due decenni, ha contribuito a costruirne l’originale identità.

Dopo tanti anni al New Museum, cosa cambia ora che ne assume la direzione?
Non vivo questo incarico come una promozione che riconosce solo il mio lavoro: è la conferma di un percorso iniziato molti anni fa e che ha gradualmente imposto il New Museum come uno snodo nevralgico nella cultura di New York e nel mondo dell’arte globale. Soprattutto, è un incarico che, a mio parere, riconosce anche il lavoro di tutta l’istituzione e dei team con i quali già lavoro da tempo. Il nuovo New Museum è composto da tre elementi fondamentali. Prima di tutto, c’è l’edificio di SANAA, che mi ha sempre fatto pensare a un’antenna o a una torre di controllo: rappresenta il museo come parte di un dialogo globale e come un trasmettitore e ricettore dei segnali più importanti del presente, da tutto il mondo. Poi c’è la piazza, nella quale è spuntata la scultura di Sarah Lucas, che rappresenta un museo aperto, che accoglie il mondo, ma radicato nel vicinato, nel Lower East Side: un quartiere quanto mai multiculturale, nel quale si parlano molte lingue. Il nostro è un museo internazionale, un museo con l’accento, dico sempre. Siamo molto attivi anche nel vicinato, con lezioni per studenti nelle case popolari e programmi per adolescenti. E poi c’è il nuovo edificio di OMA, di Rem Koolhaas e Shohei Shigematsu, che mi fa pensare a un prisma o a una lente: è il museo come strumento di indagine e osservazione, un meccanismo attraverso il quale studiare il presente e il futuro. L’arte e il museo sono strumenti interpretativi per leggere il mondo attorno a noi.

Cosa significa continuare a essere sperimentali quando un’istituzione cresce?
Il New Museum resta comunque un’istituzione piccola, non burocratica, leggera e agile. È importante conservare questo atteggiamento, così da essere ricettivi e veloci nel catturare i cambiamenti dell’arte.

Courtesy New Museum. Foto: Jason O’Rear

Courtesy New Museum. Foto: Jason O’Rear

In questa agilità quanto conta non avere una collezione? È ancora una forma di libertà?
Penso di sì: non ci costringe a preoccuparci del passato come di un bagaglio pesante da custodire e conservare ma piuttosto come di un luogo da interpretare e di una storia da riscrivere secondo la prospettiva del presente. Non avere una collezione non significa che non possiamo confrontarci con il passato - nella mostra inaugurale del nuovo New Museum ci sono artisti degli anni Venti e persino di fine Ottocento - ma vuol dire rivisitare il passato con lo sguardo del presente e, spesso, accompagnati dalle riscoperte che sono gli stessi artisti a fare. Ogni artista, in fondo, riscrive il passato con il proprio lavoro. E poi ci sono degli aspetti soprattutto pratici: senza doverci preoccupare della collezione, possiamo investire risorse ed energie nel produrre nuove opere. Questa è una vocazione importante del New Museum. Tanto più che le opere che produciamo non vengono acquisite e quindi continuano la loro vita in altre mostre intorno al mondo, in biennali e musei. Mi riempie di gioia quando vado al MoMA o al Met e magari, un paio di anni dopo che abbiamo mostrato un’opera, la ritrovo nella collezione di altri musei. Noi siamo il luogo dove la storia si fa, non dove la si preserva.

Quanto deve essere «new», oggi, il New Museum?
Abbiamo appena aperto un nuovo edificio e quindi siamo più che mai nuovi ma, come mi piace ripetere spesso, i musei non sono fatti di hardware ma di software: sono fatti di idee, programmi, artisti, arte e pubblico. Quindi sì, certo, il nuovo edificio attira un nuovo pubblico, ma come diceva Massimo D’Azeglio, fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani. Ecco, allo stesso modo, fatto il museo come luogo fisico, bisogna lavorare per tenere nuovo e vivo il cuore pulsante dell’istituzione, ovvero gli artisti e il pubblico.

Courtesy New Museum. Foto: Jason O’Rear

Beatrice Caprioli, 10 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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