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Céline Semaan, Heirlooms, nell’ambito della collaborazione tra Slow Factory e Ward Gallery, presentata presso Slow Factory

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Céline Semaan, Heirlooms, nell’ambito della collaborazione tra Slow Factory e Ward Gallery, presentata presso Slow Factory

La quarta edizione della Biennale di Toronto supera ogni confine

La curatrice Allison Glenn spiega le forze culturali che hanno ispirato «Things Fall Apart», il programma 2026 di uno dei maggiori forum di condivisione artistica del nord America. Nuovi linguaggi raccontano le storie dei territori in relazione allo scenario politico del presente, offrendo una nuova prospettiva su un periodo di caos globale

Beatrice Caprioli

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Nata nel 2019, la Toronto Biennial of Art è ormai una presenza riconoscibile nel nutrito panorama nordamericano. Più che sulla spettacolarità o sulla quantità di artisti coinvolti, la Biennale ha costruito il proprio profilo affidando nuove commissioni e sviluppando collaborazioni di lungo periodo con partner istituzionali e indipendenti, destinate a proseguire ben oltre la mostra. Ogni edizione nasce infatti da una ricerca che intreccia storia, ecologia, culture indigene e trasformazioni urbane, privilegiando progetti sviluppati in relazione ai luoghi e alle comunità che li abitano. Nel raccogliere questa eredità, la curatrice Allison Glenn si spinge ancora più oltre: per la quarta edizione, la Biennale di Toronto supera per la prima volta i confini della città, seguendo il sistema dei Grandi Laghi e trasformando una vasta geografia condivisa nell'ossatura del progetto curatoriale. Tra gli artisti invitati quest’anno figurano Solange Pessoa, Antonio Obá, Kent Monkman, Dawoud Bey e Coco Fusco.

Come racconteresti «Things Fall Apart»?
Mi interessava il modo in cui l’espressione «things fall apart» è stata usata nel tempo, in letteratura, nell’arte e nella musica, per raccontare momenti di crisi, instabilità e trasformazione. Il riferimento più noto è Chinua Achebe, che ricava il titolo del romanzo da un verso del poema «The Second Coming» di W.B. Yeats, apparso nel primo dopoguerra. Più vicino a noi c’è anche il quarto disco dei Roots, uscito nel 1999 tra le inquietudini per il nuovo millennio, ma potrei citarne molti altri. Nel 2021 ho iniziato a lavorare a «Notes on Rupture», un saggio in cui ho analizzato come un gruppo di artisti caraibici affrontasse proprio questa idea di rottura, declinandola in contesti e circostanze diverse: come esperienza personale, condizione storica o strumento per rileggere la storia e il presente. Quel testo è poi diventato la base e il punto di partenza della mia candidatura. Nel delicato scenario globale che stiamo attraversando, segnato da guerre e crisi, questa ricerca appare, purtroppo, quanto mai attuale.

La Biennale si estenderà per la prima volta oltre Toronto. Come ha preso forma la nuova geografia del progetto?
È sicuramente una delle grandi novità di quest’ultima edizione e nasce da alcune riflessioni maturate nel corso del lavoro. Ho voluto inseguire l’elemento acqua oltre i confini della città, considerandolo non soltanto come materia, ma anche come metodo e filo conduttore. È un tema che era già emerso nell’edizione inaugurale della Biennale, ma che appartiene anche alle mie ricerche e alla mia storia personale. Crescere a Detroit, una città di confine affacciata sul Canada, ha senz’altro influenzato il mio modo di leggere questo territorio. Guardare oltre Toronto nasce anche da un interesse che ho coltivato a lungo per l’universo mitologico visionario di Drexciya e per gli studi che collegano la regione dei Grandi Laghi alle rotte marittime internazionali. Qualche anno fa mi sono imbattuta nella mappa del Great Loop, una rete navigabile di circa diecimila chilometri che collega Canada e Stati Uniti. Scoprire che Manhattan, dove vivo, è collegata attraverso l’Hudson a Detroit e al lago Ontario ha reso tangibile questa geografia condivisa. Quella scoperta mi ha convinta che la Biennale potesse renderla visibile attraverso una varietà di prospettive artistiche.

Rouzbeh Akhbari, Of Wool and Diesel, 2026. Video HD monocanale, ca. 25 minuti. Co-commissionato dalla Toronto Biennial of Art, Mercer Union, HANGAR Centro de Investigação Artística (Lisbona) e National Gallery of Canada – National Engagement Initiative.

E da qui nasce «Notebook of Return / Carnet de Retour»?
Esattamente. Nel gennaio 2025 sono andata in Martinica, nell’ambito di Étant donnés, per incontrare Jean-Marc Bullet a Saint-Joseph, dove conduce con alcuni colleghi Heritage de Iles, una piccola azienda familiare che, oltre alla coltivazione di vaniglia e cacao, sviluppa una ricerca sulle piante medicinali e sulla circolazione delle sementi dell’Africa occidentale, arrivate nelle Americhe attraverso la rotta atlantica. Proprio in quegli stessi mesi leggevo «A Woman Is a School» (2024), il memoir in cui Céline Semaan-Vernon racconta il Libano, la guerra e le fughe verso Montréal vissute da rifugiata. Oggi, con Slow Factory, si occupa di clima, cultura e giustizia sociale. Nella primavera del 2025 ho deciso di invitare Jean-Marc e Céline a immaginare un progetto comune che mettesse in relazione comunità impegnate nella coltivazione della terra lungo il Great Loop, attraverso una raccolta condivisa in diversi orti del Nord America, molti dei quali gestiti da artisti. «Notebook of Return / Carnet de Retour» (2026) è concepito come un progetto diffuso, sviluppato tra Toronto, Detroit, St. Louis, Medina, Nyack e la Martinica.

Quanto conta la storia dei luoghi nel progetto curatoriale?
Ho chiesto agli artisti di mettere in relazione le storie dei territori con le condizioni politiche e sociali del presente. La regione dei Grandi Laghi è stata il primo terreno comune: per me è un luogo vissuto; per Rebecca Belmore e Bonnie Devine rappresenta le loro terre ancestrali. Underground Resistance e Drexciya ne hanno invece costruito una geografia sonora e visiva, immaginando un popolo subacqueo nato dalla memoria del Middle Passage e giunto fino ai Grandi Laghi. Lo stesso approccio guida «Of Wool and Diesel» (2026) di Rouzbeh Akhbari, che curo insieme con Aamna Muzaffar al centro di arte contemporanea Mercer Union. La videoinstallazione segue le rotte commerciali dell’International North-South Transport Corridor, dal porto di Khasab, in Oman, ad Astara, in Azerbaigian. Quando la guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha interrotto proprio quei collegamenti, il lavoro ha registrato quasi in tempo reale la crisi delle infrastrutture al centro di quella ricerca.

Quale progetto è stato per te centrale?
Penso senza dubbio a «Underground Resistance (UR) presents Drexciya and beyond». UR ha costruito a Detroit un’eredità fondamentale attraverso la musica, l’educazione e la distribuzione di Submerge. La musica della città ha segnato i miei anni di formazione: «Mad» Mike Banks aveva suonato con i Parliament-Funkadelic, mentre Jeff Mills conduceva, con lo pseudonimo The Wizard, un programma radiofonico molto seguito nella scena underground. Ripercorrere questa storia insieme al label manager Cornelius Harris è stato come rivivere un sogno.

Lo consideri un punto di arrivo o un nuovo inizio?
Entrambe le cose. È una ricerca che porto avanti ormai da anni, ma la Biennale mi ha dato la possibilità di svilupparla su una scala più vasta e con una geografia completamente ridisegnata. Il metodo è rimasto lo stesso, mentre il progetto ha assunto una dimensione, per certi versi, inaspettata.

Beatrice Caprioli, 27 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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