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Beatrice Caprioli
Leggi i suoi articoliA quindici anni dalla detenzione subita in Cina, Ai Weiwei riapre quell’esperienza dentro un dispositivo performativo di 24 ore. Con «Sewing a Button», che verrà presentata il 3 luglio all’Aviva Studios di Manchester, l’artista accompagna la nuova mostra «Button Up!» (dal 2 luglio al 6 settembre) di Factory International. Il progetto prende avvio dal luogo in cui nel 2011 fu trattenuto per 81 giorni dalle autorità cinesi, un ambiente di 7,2 x 3,6 metri che verrà ricreato e abitato per un’intera giornata. In quello spazio Ai trascorrerà il tempo tra sonno, pasti, esercizio fisico e scrittura. A scandire la performance è una serie di conversazioni con interlocutori provenienti da ambiti diversi della scena culturale, tra cui Nihal Arthanayake, Emma Dabiri, Lemn Sissay e Zing Tsjeng. Le domande toccheranno i nuclei ricorrenti del suo lavoro: la memoria della detenzione, il rapporto con l’autorità, la libertà di parola, la censura e la responsabilità civile dell’artista. Tre telecamere a circuito chiuso restituiranno parte dell’azione, riprendendo la sorveglianza continua che segnò la prigionia e coinvolgendo il pubblico nella stessa logica dello sguardo.
Letto spesso attraverso la lente dell’artista-attivista, Ai Weiwei lavora da anni sulla propria biografia come dispositivo artistico. L’esilio familiare nello Xinjiang, gli anni newyorkesi, il ritorno nella Cina postmaoista, la critica al potere, l’espatrio e l’impegno per i diritti umani hanno trasformato l’esperienza personale in materiale di lavoro. Da qui nascono opere, film, installazioni, gesti performativi e prese di parola in cui il vissuto individuale viene tradotto in forma pubblica, mantenendo un attrito costante con la storia politica. L’arresto del 2011 segna un passaggio decisivo nella percezione internazionale del suo lavoro. Fermato all’aeroporto di Pechino il 3 aprile e trattenuto in un luogo segreto per quasi tre mesi, Ai uscì in una condizione ancora fortemente controllata. Nei mesi successivi le autorità spostarono il confronto sul piano amministrativo e giudiziario, con un’accusa di evasione fiscale alla società legata al suo studio. Seguirono restrizioni nei movimenti, controlli sulla sua presenza mediatica e ritiro del passaporto, restituito solo nel 2015.
Quest’esperienza era già stata affrontata in lavori come «S.A.C.R.E.D.», presentata nel 2013 alla Zuecca Project Space durante la Biennale di Venezia. L’opera si componeva di sei diorami che condensavano altrettanti momenti della detenzione, con figure in fibra di vetro dell’artista e delle guardie colte nei gesti ordinari della prigionia. Il titolo, del resto, raccoglieva le iniziali di «Supper«, «Accusers», «Cleansing», «Ritual», «Entropy», «Doubt». Nello stesso anno «Dumbass», video musicale heavy metal, spostava quel vissuto su un registro più satirico e volutamente eccentrico. Oggi, con «Sewing a Button», riprende quella memoria attraverso un’altra grammatica. Il tableau lascia spazio alla durata della performance, al corpo presente, alle conversazioni, alle telecamere e alla partecipazioxne degli spettatori.
Con «Button Up!», il quadro si allarga ai rapporti tra Cina e Gran Bretagna. La mostra affronta «200 anni di potere, commercio, guerra, cultura e Impero» che hanno modellato quella relazione, mentre «Sewing a Button» «distilla queste forze in una storia umana spaventosamente intima». Manchester, città segnata dall’industria tessile e dalla produzione seriale, entra nel progetto come contesto materiale prima ancora che simbolico. Con le «Eight-Nation Alliance Flags», realizzate con milioni di bottoni, Ai richiama l’alleanza militare che invase la Cina durante la rivolta dei Boxer. Il percorso espositivo riunisce inoltre nuove commissioni e lavori di grande formato, tra cui una nuova versione di «History of Bombs» in mattoncini giocattolo, «Law of the Journey» (2017), «Wang Family Ancestral Hall» (2015), «La Commedia Umana» (2017-21) e «Circle of Animals/Zodiac Heads» (2010).