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Giovanni Pellinghelli del Monticello
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Chiude questa breve rassegna di eccellenze della ArtCrimeStory, che coniuga il thriller poliziesco con la storia dell’arte, Philip Hook (1951), l’unico dei quattro autori presi in esame ad essere un vero e proprio titolatissimo professionista del settore Arte & Mercato dell’Arte, in cui è entrato nel 1973 subito dopo la laurea in Storia dell’Arte a Cambridge. Hook vanta la distinzione, unica nel suo campo, di essere stato direttore di settore sia da Christie’s , dove dal 1980 al 1987 ha diretto il Dipartimento di Pittura del XIX secolo, sia da Sotheby’s dove, entrato nel 1994, è stato per oltre vent’anni Senior Director dell’Impressionist Painting Department.
Da qui la sua ineccepibile conoscenza della materia (storia dell’arte, tecniche dell’arte, mercato dell’arte e collezionismo) e la padronanza senza falli di tutti i tecnicismi indispensabili e inevitabili. Specialista d'arte impressionista, autore assai prolifico dallo stile sempre ironico e smaliziato, acuto e penetrante, perfino cinico e disincantato da operatore ai vertici del mercato (anzi una vera superstar, grazie anche allo stile terribilmente British e ai suoi modi disinvolti alla James Bond di Roger Moore), Philip Hook ha affiancato alla carriera sul rostro la scrittura di numerosi saggi divulgativi sul mercato dell’arte nel XX e XXI secolo (di grande successo di critica e pubblico) tanto rigorosi in dottrina quanto piacevoli alla lettura: Popular Nineteenth Century Painting. A Dictionary of European Genre Painters (1986), The Ultimate Trophy (storia del trionfo degli Impressionisti nel mercato mondiale dell’arte, 2009, Financial Times Book of the Year), Breakfast at Sotheby’s (2013) e Rogues’ Gallery: The Rise (and Occasional Fall) of Art Dealers, the Hidden Players in the History of Art (2017). Non pago, si è cimentato con altrettanto plauso in quattro ArtCrimeStories centrate sulle vicende di quadri ereditati, rubati o trafugati dai Nazisti. E, a volte, perfino di quadri veramente esistenti o esistiti.
La prima è stata The Stonebreakers (1994), la cui vicenda trae spunto dagli storici e celebri Monuments Men. Febbraio 1945, quando già il destino del Terzo Reich è segnato, Arnold Weil, storico dell’arte tedesco, guida per ordine delle Svastiche un convoglio di opere d’arte di gran valore verso Dresda: furioso e spaventato, continua dentro di sé a sognare un mondo in cui l’Arte e la Ragione possano trovare un rifugio irraggiungibile dalla guerra. Settembre 1945, nei resti del Reich occupato dagli Alleati, il capitano Victor Meer della British Intelligence, di servizio in Austria, riesce a costruire un fragile ponte di contatto intellettuale e umano con il suo omologo russo grazie al condiviso amore per l’arte. Novant’anni dopo, il mercante d’arte londinese Oswald Ginn, che ha visitato nel 1984 Dresda (allora ancora DDR), riceve per posta la fotografia di un capolavoro dell’Ottocento francese che si ritiene andato distrutto nei tremendi bombardamenti di Dresda, l’Hiroshima europea. Da quel momento, col diffondersi nel mondo dell’arte internazionale di sempre più insistenti voci sul ritrovamento del disperso «Les Casseurs de Pierres» di Gustave Courbet, tre uomini si ritrovano travolti in una ricerca senza confini e senza scrupoli, mentre qualcuno, nell’ombra, li osserva e aspetta.

Gustave Courbet, «Les Casseurs de Pierres», 1849, esposto per la prima volta al Salon di Parigi del 1850, Dresda, Gemäldegalerie Alte Meister ritenuto distrutto nei bombardamenti alleati di Dresda nel 1945

Claude Monet, «La Charette. Route sous la neige à Honfleur», 1865, Parigi, Musée d’Orsay, già 1889 Collezione Galerie Paul Durand-Ruel
Segue The Island of the Dead (1996) che porta al centro della vicenda un’ennesima versione dell’«Isola dei morti», l’opera più nota del simbolista svizzero Arnold Böcklin (portano questo titolo cinque dipinti realizzati tra il 1880 e il 1886, quattro dei quali oggi conservati a Basilea, New York, Berlino e Lipsia e uno, appartenuto alla collezione di Heinrich von Thyssen-Bornemisza, andato perduto in un bombardamento durante la seconda guerra mondiale). «L’Isola dei Morti» è certamente un dipinto macabro che trasmette inquietudine raggelante mista a disagio, ma questa non può certo essere l’unica ragione che spinge un anziano visitatore a ridurlo a brandelli non appena lo vede esposto nella rinomata galleria londinese di Alexander Courtney. Indagando sullo strano episodio, il giornalista culturale Minto Maitland si ritrova invischiato nella tristissima storia del colpevole, Thomas Donat, fatta di orrori, brutalità e tradimento durante la Rivoluzione Ungherese del 1956. Narrazione che porta alla luce anche gli oscuri e sospetti legami di Courtney col quadro, dando così l’avvio a una seconda indagine di Maitland, che arriva a sospettare che uno spaventoso segreto si celi dietro la facciata splendente del successo e della vita lussuosa di Alexander Courtney. Una successione di scoperte sempre più allarmanti e minacciose guida Maitland alle diverse verità che il quadro reca in sé: la verità di Thomas Donat in Ungheria, la verità di Alexander Courtney, la verità sull’«Isola dei Morti». E la conoscenza della verità, inevitabilmente e come sempre, costringe a un’altrettanto inevitabile decisione.
Del 1998 è The Soldier in the Wheatfield, che ha come protagonista Parnello Moran, esperto d’arte con un dono speciale: quello di leggere e riconoscere la scrittura segreta dei pittori del passato e di ritrovarne così le opere perdute, dimenticate, non firmate o trascurate. Un dono che gli consente di moltiplicare per dieci, venti, cinquanta il valore apparente di un quadro e che ha creato la celebrità (e la fiorente prosperità) della sua galleria. Finché a New York non acquista un paesaggio fluviale tedesco dei primi dell’Ottocento, intorno al 1820, che agli occhi di Parnello grida il nome dell’autore: Johan-Christian Dahl (1788-1857), pittore norvegese allievo in Germania di Caspar David Friedrich e attivo poi Italia fra 1820 e 1825, considerato il primo grande pittore romantico in Norvegia, fondatore dell’Età dell’Oro della pittura nordica e padre del Paesaggismo norvegese. Il quadro suscita disparati appetiti tanto intensi che gli viene poco dopo rubato. Con le indagini che subito avvia per recuperalo, Parnello scopre con orrore che tutti i proprietari più recenti del dipinto sono finiti di morte violenta e che il suo tormentato passato porta a un ufficiale tedesco della Wehrmacht, l’aristocratico capitano Gottfried von Seitz il quale, pur macchiatosi suo malgrado di un crimine di guerra sul fronte russo nell’agosto 1941, si è redento il 20 luglio 1944 con l’eroismo della sua partecipazione allo sfortunato attentato ad Hitler a Wolfsschanze (Prussia Orientale): l’Operazione Walkiria. Il soldato nel campo di grano è quindi il capitano von Seitz, in quel campo di grano in Russia nell’estate del 1941.

Johan Christian Dahl, «L’Eruzione del Vesuvio», 1821, København, Smk-Statens Museum for Kunst

Johan Christian Dahl, «Le Rovine del Castello di Tharandt», 1819, København, Smk-Statens Museum for Kunst
Ultima fatica narrativa di Philipp Hook è An Innocent Eye (2002): un uomo viene ritrovato a terra, cadavere per un colpo d’arma da fuoco, nella lussuosa camera del Clermont Hôtel, un esclusivo albergo londinese molto popolare fra gli uomini d’affari d’Oltreoceano. Accanto al corpo resta abbandonata una giacca che fornisce, inaspettatamente, un indizio, l’unico, ancora più inaspettato e incomprensibile: la fotografia di un paesaggio di Claude Monet. La vicenda coinvolge presto Daniel Stern, giornalista cresciuto a Londra, ma ora pendolare per lavoro fra Gran Bretagna e New York. Daniel sa che i suoi genitori sono morti in circostanze tanto tragiche quanto oscure quando lui era molto piccolo, sa che lui è stato allevato negli agi nella casa di St. John’s Wood (splendido quartiere di metà Ottocento situato sul lato nord-ovest di Regent’s Park e una delle enclave più ricche di Londra) da zia Stephanie: l’unica famiglia che abbia mai conosciuto, sa anche di essere l’ultimo di una famiglia di banchieri ebrei parigini appassionati collezionisti di impressionisti e perciò l’unico a poter decifrare la connessione fra l’omicidio al Clermont Hôtel e il Monet della fotografia ritrovata accanto alla vittima e una volta parte della collezione dei nonni, deportai ad Auschwitz dai Nazisti dopo la confisca la raccolta di quadri. La ricerca della verità sull’omicidio conduce Daniel Stern a un amaro viaggio alla scoperta della sua storia e di sé stesso attraverso l’Europa: a Parigi per la rivelazione della tragica vicenda dei suoi nonni Maurice e Danielle Benjamin durante l’occupazione nazista della città e alla dispersione della loro collezione di Arte degenerata; a Roma per incontrare monsignor Alfonso Cambres, un ecclesiastico mondano che ha alcuni pesi da rimuovere dalla propria coscienza, in uno chalet sulle Alpi Svizzere dove avrà luogo il redde rationem finale. Ciò che spinge avanti Daniel Stern nella ricerca è la strenua volontà di riconciliare molti conflitti nella sua esistenza: fra passato e presente, fra Ebrei e Cattolici, fra colpa e innocenza. Tuttavia, mentre pian piano si avvicina al suo obiettivo, Daniel incontra una donna che lo mette a confronto con un ultimo, straziante dilemma.
Di questi romanzi di Philip Hook (come i suoi saggi sul mercato dell’arte, i suoi usi e costumi, le sue vicissitudini e le sue mode e correnti) la lettura è piacevolissima, coinvolgente e senza tregua. Tutti i suoi scritti si impongono per la conoscenza a livello infinitesimale di tutte le dinamiche, le più evidenti e soprattutto le più criptate e sommerse, del mercato dell’arte e del collezionismo più esclusivi. Al di là della tensione spionistica di Daniel Silva, della divagazione erotica di Lisa Hilton, dell’ironia diffusa e sorridente, ma graffiante fino ad essere parodistica, di Hannah Rothschild, nel racconto di Philip Hook arte, quadri e pittori restano sempre e comunque gli assoluti protagonisti.
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