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Era il 1995 quando a Lanfranco Secco Suardo pervenne l’accorato invito di Michele Cordaro, all’epoca direttore dell’ICR-Istituto Centrale per il Restauro, e di Marisa Dalai Emiliani, già direttrice della Scuola di specializzazione di Storia dell’arte all’Università «La Sapienza» di Roma, a creare un Archivio storico dei restauratori italiani, con cui salvare, inventariare e rendere accessibile a tutti gli archivi storici dei restauratori italiani, già allora un’eccellenza nota in tutto il mondo. A Lanfranco Secco Suardo non mancavano certo le credenziali per accettare tale proposta, e non solo perché discendente diretto di quel Giovanni Secco Suardo (Lurano, 1798-1873), di antica famiglia bergamasca, che coltivò la passione per l’arte fino a diventare uno dei più autorevoli restauratori e teorici del suo tempo (oltre che un maestro per le generazioni successive), ma anche e soprattutto perché quattro anni prima aveva fondato l’Associazione Giovanni Secco Suardo, un Centro studi sul restauro con sede nel castello di Lurano, presso Bergamo, dove Giovanni Secco Suardo era nato e aveva vissuto fino alla morte.
In poco più di 30 anni ASRI-Archivio Storico Nazionale dei Restauratori Italiani ha raccolto a oggi ben 36 fondi archivistici, donati da altrettanti restauratori e restauratrici, o dai loro eredi: circa due milioni di carte (relazioni, analisi, studi, ricerche, appunti) con un milione di fotografie. Conservati presso la sede dell’Associazione, negli spazi storici del Castello Secco Suardo di Lurano, questi fondi vengono studiati, inventariati, digitalizzati e immessi nella Banca dati RES.I. (Restauratori Italiani) aperta a chiunque e gratuitamente. Tanto che nel 2016 l’Associazione Giovanni Secco Suardo ha ricevuto il «Premio Ranuccio Bianchi Bandinelli “La tutela come impegno civile”» mentre nell’aprile scorso ASRI, unica italiana inclusa nella categoria «Ricerca», è risultata tra i vincitori degli European Heritage Awards/Europa Nostra Awards 2026, il più autorevole riconoscimento europeo relativo alle attività a favore del patrimonio culturale, promosso dalla European Commission e da Europa Nostra. Ne parliamo con il fondatore e presidente.
Lanfranco Secco Suardo, qual è la missione primaria di ASRI?
Il nostro progetto si propone di approfondire la storia conservativa (l’«anamnesi» si potrebbe dire) di un’opera d’arte per poter offrire ai restauratori un servizio che permetta loro di eseguire interventi di restauro adeguati, corretti e consapevoli; di studiare l’evoluzione delle teorie e delle pratiche di restauro, nonché le prassi, le tecniche, i materiali e gli strumenti di restauro e i relativi lessici tecnici; di approfondire il profilo professionale dei restauratori italiani. Di sopperire, insomma, all’attuale, inconcepibile, assenza di un archivio pubblico che raccolga, conservi e renda disponibili le tracce documentali, materiali, scientifiche dei restauri condotti in Italia, evitando il rischio di una loro irreparabile perdita. Quasi ogni mese riceviamo accorati appelli da restauratori e restauratrici di ogni parte d’Italia che hanno cessato o stanno cessando l’attività e che non sanno a chi recapitare i loro preziosissimi archivi. Inutile dire che in mancanza di una risposta adeguata, il rischio che vadano persi è elevatissimo. Purtroppo in Italia non esiste a oggi altra istituzione, oltre alla nostra, che provveda a questo compito. Il che è abbastanza assurdo in un Paese come il nostro, dove Cesare Brandi e l’ICR avevano saputo impostare un sentiero alto, che ha fatto scuola nel mondo, insegnando che prima di qualunque intervento conservativo e di restauro è necessario conoscere a fondo la storia conservativa del bene. Un concetto ribadito in modo perentorio anche dalla Carta di Venezia (1964) oltre che dal Codice dei Beni Culturali (2004). Eppure in una regione come la Lombardia, che vanta il più alto numero di università, c’è un solo corso di Storia e Teoria del restauro.
La sede dell’ASRI, collocata nel castello di Lurano
Come riuscite a gestire, studiare e valorizzare gli archivi, in costante crescita, di ASRI? Quanti studiosi vi lavorano?
Oltre a me, in ASRI sono operative quattro giovani e validissime laureate che lavorano con molta dedizione, pur con compensi inadeguati rispetto all’impegno profuso. Periodicamente ci avvaliamo anche di volontari del Servizio civile. Per quanto riguarda gli spazi, anche se il castello è grande, il costante afflusso di archivi sta iniziando a creare dei seri problemi. Recentemente un valido supporto ci è giunto dai Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Roma Tre e dell’Università Federico II di Napoli che hanno destinato degli spazi al progetto ASRI. Certamente un aiuto anche da parte dei mecenati privati sarebbe utile e gradito.
Immagino che il MiC, Ministero della Cultura, e l’ICR, che a suo tempo vi propose di farvi carico di questo impegno, contribuiscano sostanziosamente al vostro bilancio.
Dal MiC riceviamo un contributo per i lavori di inventariazione e digitalizzazione dei dati, oltre che per l’attività ordinaria dell’organizzazione. Altri contributi vengono riconosciuti ad ASRI dall’ICR attraverso una specifica convenzione; altri ancora ci pervengono da Banca d’Italia e poi da Fondazione Cariplo e da Regione Lombardia attraverso bandi.
In sostanza, dal 1995 ad oggi, calcoliamo erogazioni pari a circa 47 mila euro all’anno (circa quattromila al mese). Cifre non solo del tutto inadeguate ma purtroppo anche sganciate da una qualsiasi, necessaria programmazione di sistema. E pensare che conserviamo documentazioni di restauro storicamente e scientificamente importantissime, come quelle relative al Camposanto di Pisa o al «Trionfo della Morte» di Palazzo Abatellis a Palermo, oltre a quelle riguardanti opere di Giotto e Caravaggio! Di fatto il progetto va avanti soprattutto grazie alle nostre forze, al gruppo di giovani studiosi e studiose che negli anni vi hanno lavorato e vi lavorano con entusiasmo nonostante i compensi spesso minimi. Colgo l’occasione per ricordare che il nostro impegno come Associazione Secco Suardo non si limita ad ASRI.
Di cos’altro vi occupate?
Sempre nell’ambito del restauro, con fondi internazionali di varia provenienza, abbiamo realizzato progetti in vari Paesi come l’Afghanistan, il Ghana o il Libano. Fino a qualche anno fa potevamo contare anche sul supporto del Ministero degli Esteri; purtroppo di recente, al contrario di quanto accaduto in Francia, dove hanno ben compreso il formidabile valore della cultura come veicolo diplomatico, i fondi destinati alle ONG per la cooperazione in ambito culturale sono progressivamente diminuiti.
Che cosa chiedete dunque al Ministero della Cultura?
Innanzitutto la conferma che il nostro progetto sia ancora di suo interesse. In tal caso, chiediamo di valutare l’acquisizione dell’intero progetto e garantirne continuità e un futuro meno precario. Viceversa, lo stanziamento di un contributo garantito, regolare e sufficiente per il presente come per il futuro. Urgono ricercatori con retribuzioni adeguate alle alte competenze richieste. Purtroppo, nonostante i ripetuti appelli, una risposta concreta e costruttiva a oggi non è ancora arrivata. Né si può escludere che, perdurando questa situazione, potremo essere costretti a valutare le offerte di qualche istituzione straniera. Non si dimentichi che se è vero che l’archivio di un famoso restauratore come il bergamasco Mauro Pellicioli si conserva presso di noi, la sua preziosissima fototeca è da tempo volata negli Stati Uniti, acquistata dal Getty Research Institute di Los Angeles. Che altro aggiungere? Il futuro di ASRI è quanto mai incerto. Spero che questo mio ennesimo appello non cada nel vuoto. Chiunque abbia idee, suggerimenti, soluzioni o proposte di collaborazione può scrivere al nostro indirizzo mail.
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