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laudia Losi, Oceans of Land (Oceani di terra). Due gomitoli di seta ricamati, 2003. Milano, Arte Consoland. ChatGPT può commettere errori. Verifica le informazioni importanti

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Conio ergo sum. Duemila anni di storia in una moneta

Venticinque episodi e oltre duemila anni di storia attraverso la moneta. Edith Gabrielli spiega come un oggetto quotidiano possa diventare una chiave per leggere potere, società, economia e arte

Rosalba Cignetti

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Un oggetto che passa di mano in mano e, insieme al proprio valore, fa circolare volti, simboli e immagini del potere. È la moneta il filo conduttore di «Roma in moneta. Arte e potere nella storia della città eterna», la mostra diffusa che fino al 27 settembre attraversa oltre duemila anni di storia tra Museo Nazionale Romano, Parco archeologico del Colosseo e VIVE – Vittoriano e Palazzo Venezia. Venticinque episodi e oltre 160 opere mettono in relazione numismatica, storia sociale ed economica e storia dell’arte. A raccontare la genesi del progetto e il modo in cui la moneta può restituire un’intera epoca è Edith Gabrielli, direttrice generale del VIVE e tra i curatori della mostra.

Cesare Pietroiusti, Integrazione europea. Banconota da 100 euro, contratto, tecnica mista, 2005. Roma, collezione privata

«Roma in moneta»: che cosa significa?
«Roma in moneta» è il titolo di una mostra che racconta la storia di Roma, dall’antichità al contemporaneo. Lo fa attraverso 25 episodi chiave presentati in tre luoghi diversi, il Museo Nazionale Romano, il Parco archeologico del Colosseo e il Vittoriano. Ciascun episodio è introdotto da una moneta coeva e viene raccontato mediante le opere d’arte prodotte nello stesso periodo. È quindi una mostra che mette insieme la storia sociale ed economica, la numismatica e la storia dell’arte.

Perché avete scelto proprio la moneta?
Abbiamo puntato su un oggetto polisemico, cioè portatore di più valori o significati. La moneta è, insieme, strumento di scambio, di comunicazione e immagine del potere. Ogni esemplare in mostra reca impressi i segni dell’istituzione che l’ha prodotto: il volto, i simboli, le iscrizioni raccontano chi detiene il potere e come vuole rappresentarsi. E c’è dell’altro. La moneta è un oggetto che passa attraverso le mani più diverse. E proprio per questo, nel passato, è stata uno dei più potenti strumenti di comunicazione, capace di raggiungere anche chi non sapeva leggere. 

Prima delle fotografie, dei giornali e dei social network, sulle monete circolavano le immagini più viste dalla popolazione. Chi sceglieva cosa e chi rappresentare? E quanto erano consapevoli del potere di quelle immagini i soggetti ritratti?
Chi governava sceglieva come rappresentarsi. In età storica, la moneta è un’espressione diretta del potere che l’ha prodotta. Chi la emette è perfettamente consapevole della straordinaria diffusione che quella rappresentazione avrà.

 

Maurizio Cattelan, Senza titolo, 2000, resina poliestere, cera, pigmenti e tuta. Per gentile concessione dell’artista

Che tipo di mostra è?
È una mostra di forte vocazione interdisciplinare, perché parte da un singolo oggetto per ricostruire, intorno a esso, un intero mondo. L’oggetto è la moneta, che viene interrogata da una pluralità di specialisti: storici, storici dell’economia e della società, studiosi della cultura materiale, numismatici, archeologi e storici dell’arte. Abbiamo lavorato tutti insieme, devo dire in grande sintonia, per costruire un unico racconto. Nella sezione del VIVE questo si apprezza particolarmente. Con Francesco Benigno e Matteo San Filippo, che hanno assicurato insieme a me il coordinamento scientifico, e con tutti gli altri colleghi abbiamo condiviso la selezione degli episodi, la scelta delle monete e delle opere e la costruzione del percorso.

Ci racconta come è nata l’idea?
L’idea è nata durante la mia direzione ad interim del Museo Nazionale Romano, per circa un anno, fra il 2024 e il 2025. Fra le altre cose, stavo allora lavorando alla riapertura del Medagliere di Palazzo Massimo, un luogo e una collezione straordinari, ma relativamente poco noti. E allora mi sono posta una domanda: oltre a riaprirlo, come posso farlo conoscere e apprezzare dal grande pubblico? Ho pensato di farne il cuore di un racconto capace di valorizzare la natura della moneta e la sua straordinaria forza evocativa. Un racconto ambizioso: quello della storia di Roma. Devo dire che questa idea è stata subito condivisa con entusiasmo da Alfonsina Russo e poi dai colleghi Federica Rinaldi e Simone Quilici. Devo a loro la possibilità di averla articolata in tre sedi. Giusto anche per questo ringraziarli di cuore.

E qual è il ruolo dell’arte?
L’arte ha un ruolo centrale, perché è attraverso le opere che il racconto della moneta si apre alla complessità di un’epoca. La moneta ci offre il punto di partenza, con le sue immagini, simboli e valori; le opere d’arte ci permettono di ampliare quello sguardo e di dare forma visiva al mondo che le sta intorno. Sono gli strumenti attraverso i quali possiamo restituire tutta la realtà culturale e artistica del momento storico che stiamo narrando. Come si vede, siamo lontani dall’impiego meramente esornativo delle opere, per quanto in alcuni casi si tratti di autentici capolavori.

Nel 1473 Sisto IV fa deporre medaglie con la propria effigie nelle fondamenta di Ponte Sisto. Pochi anni dopo, il suo ritratto compare sulla moneta. Perché affidare la propria immagine a un oggetto destinato a essere sepolto e quindi a non essere visto? Che funzione avevano queste medaglie di fondazione?
Le medaglie di fondazione recuperano nel Rinascimento una tradizione di origine classica e hanno una duplice funzione: tramandare nel tempo il nome e l’immagine del committente e compiere, con la loro deposizione nelle fondamenta, un rito di buon auspicio. Al VIVE conserviamo le medaglie di fondazione di Palazzo Venezia, della seconda metà del Quattrocento, e abbiamo la testimonianza di un rito analogo compiuto nel 1885, con la posa della prima pietra del Vittoriano. Le medaglie di fondazione sono perciò affidate alla terra. Per questo nella mostra abbiamo preferito concentrarci sulla moneta, che al contrario passa di mano in mano e porta l’immagine del potere che l’ha prodotta nella vita quotidiana e la rende visibile a un pubblico potenzialmente molto vasto. 

Nel Sacco di Roma del 1527 opere, arredi e oggetti preziosi vengono fusi e il loro metallo trasformato in moneta. Che cosa ci racconta questo episodio del rapporto tra arte, materia e valore?
I fatti sono noti. Durante il Sacco di Roma, il papa Clemente VII, assediato in Castel Sant’Angelo, decide di fondere parte degli arredi sacri per ricavarne il metallo necessario a battere moneta e pagare il riscatto richiesto dalle truppe imperiali: viene organizzata una zecca di fortuna, utilizzati vecchi coni e prodotti esemplari irregolari nella forma e nel peso. In una situazione estrema, dunque, un oggetto può perdere la forma, la funzione e il significato originari, mentre il metallo di cui è composto conserva il suo valore materiale e può essere trasformato in moneta. E, quello stesso metallo, una volta divenuto moneta, torna a essere portatore dei segni del potere che l’ha prodotta, in questo caso dello stemma di papa Medici.

 

 

 

Tremisse di Giustiniano, 537-542 d.C. Roma, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Medagliere

Benvenuto Cellini, Medaglia di Clemente VII, 1534, bronzo. Firenze, Museo Nazionale del Bargello

Le monete raccontano anche le crisi. C’è un episodio della mostra in cui questo rapporto emerge in modo particolarmente significativo?
In realtà diverse sezioni della mostra raccontano passaggi ed episodi del genere. Un caso particolarmente significativo è la peste del 1656-1657. Roma è colpita da una grave epidemia: le vittime sono numerose, nonostante papa Alessandro VII gestisca la situazione con sapienza e riesca a limitarne i danni. Eppure, proprio in quegli anni, Roma vive una straordinaria stagione delle arti: la città si trasforma e si arricchisce delle opere di Pietro da Cortona, Pier Francesco Mola e di un giovane Carlo Maratti e delle grandi invenzioni di Gianlorenzo Bernini. Le monete che circolano restituiscono bene il clima di quel momento: il multiplo d’oro in mostra presenta sul dritto lo stemma di papa Alessandro VII, sul rovescio un cassone pieno di sacchi di monete e un’iscrizione che allude alla caducità dei beni terreni.

Nel 1946 scompare dalla moneta italiana il volto del sovrano. Bisogna inventare quasi da zero l’immagine della Repubblica. Come si rappresenta uno Stato quando non lo si può più identificare con una persona?
Ancora una volta, occorre tenere presente il contesto. Le monete da 1, 2, 5 e 10 lire emesse quell’anno vanno lette come un segno del ritorno alla democrazia e alla libertà dopo il ventennio fascista e gli orrori della guerra. La scomparsa del volto del re d’Italia segna il trasferimento della sovranità da una persona al popolo. La Repubblica, per essere veramente tale, va oltre l’individuo per riconoscersi e diffondere simboli collettivi: i frutti della terra e la propria stessa personificazione. Una nazione, l’Italia, che lentamente sta uscendo dall’analfabetismo, impiega immagini semplici, immediatamente leggibili, capaci di raggiungere ogni cittadino attraverso l’oggetto più quotidiano e diffuso. La moneta diventa così una sorta di manifesto in miniatura: anziché chi governa, celebra i valori nei quali la comunità nazionale è chiamata a riconoscersi.

Con l’euro accade qualcosa di ancora diverso: metà della moneta deve dire Europa e metà deve continuare a dire Italia. Noi scegliamo il Colosseo e l’Uomo vitruviano.
Da allora possiamo e dobbiamo pensare anche nelle monete a una doppia valenza, ovviamente non contradditoria, anzi. Una faccia esprime l’appartenenza a uno spazio politico ed economico comune; l’altra conserva il riferimento all’Italia. Per rappresentarsi, il nostro Paese ricorre al proprio patrimonio culturale: il Colosseo e l’Uomo vitruviano. Sono immagini che attraversano i secoli, dall’antichità al Rinascimento, e che appartengono all’Italia ma sono da tempo parte dell’immaginario europeo e universale. L’identità nazionale viene affidata alla storia e all’arte. L’euro diventa così una moneta a due voci, nella quale l’Italia, invece di scomparire dentro l’Europa, contribuisce a definirla attraverso la propria memoria culturale. Nulla di strano. L’Italia era stata tra i Paesi fondatori della costruzione europea e proprio a Roma vennero firmati, nel 1957, i trattati che ne posero le basi.

Con l’euro siamo arrivati al contemporaneo. Che senso ha quest’apertura sull’oggi?
Abbiamo voluto arrivarci per sottolineare come Roma non sia una città da osservare solo attraverso la lente del suo passato, per quanto glorioso. La sua storia va avanti anche oggi. E gli artisti la seguono, sono con lei, talora con affetto, talaltra con distacco, ironia o sarcasmo. Molti hanno scelto di lavorare qui, in pianta stabile o solo per un periodo. Per questo, dopo aver accompagnato il visitatore attraverso i secoli, l’ultimo capitolo del percorso al Vittoriano rovescia la prospettiva. Qui portiamo il pubblico nel presente e lo invitiamo a interrogarsi sul futuro. La moneta si presta bene a fare da macchina del tempo: per i motivi che abbiamo detto, essa permette di compiere questo salto in avanti. È questo, in fondo, il messaggio che vogliamo comunicare: quello di una Roma – la capitale della nostra Italia e una delle principali della nostra Europa – fiera della propria formidabile stratificazione storica ma capace di trasformarla nel punto di partenza per guardare avanti.

Rosalba Cignetti, 14 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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