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Chiara Camoni, «Con te, con tutto», 2026, Venezia, Arsenale, Padiglione Italia, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, «In Minor Key»

Foto: Jacopo Salvi, Courtesy: La Biennale di Venezia

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Chiara Camoni, «Con te, con tutto», 2026, Venezia, Arsenale, Padiglione Italia, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, «In Minor Key»

Foto: Jacopo Salvi, Courtesy: La Biennale di Venezia

Collaborazione e armonia, i concetti chiave del Padiglione Italia per la Biennale di Venezia

La natura del lavoro di Chiara Camoni è stata sapientemente tradotta da Cecilia Canziani in un allestimento da cui emerge la profonda complicità tra artista e curatrice, un rapporto privo di tensioni, prevaricazioni o sovrapposizioni di ego

Matteo Mottin

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Chiara Camoni ha da sempre concepito la scultura, e per esteso il suo intero fare artistico, come una questione plurale: un campo di relazioni in cui il tempo condiviso con altre persone, unito ai materiali caratteristici di un dato territorio, si concretizza in opera. «Con te con tutto», il progetto per Padiglione Italia alla 61ma Esposizione Internazionale d’Arte-La Biennale di Venezia, curato da Cecilia Canziani e promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, riesce a mettere efficacemente in luce questo approccio attraverso una calibrata gestione degli spazi alle Tese delle Vergini, una particolare attenzione all’accessibilità e alla chiarezza dei materiali informativi e un articolato public program con performance, laboratori e incontri volti alla creazione di comunità. È interessante concentrarsi sul modo in cui la natura del lavoro di Camoni è stata sapientemente tradotta da Canziani, in un allestimento da cui emerge la profonda complicità tra artista e curatrice, un rapporto privo di tensioni, prevaricazioni o sovrapposizioni egoiche, che dà forma a un progetto espositivo armonico e ben bilanciato. 

Nella prima Tesa troviamo un gruppo di ventiquattro sculture, alte, ieratiche, dalle sembianze umane. Sono installate in modo da risultare sempre sovrapposte, per non poterle cogliere nell’insieme con un unico sguardo: è un invito implicito a muoverci nello spazio, a cambiare costantemente punto di vista. Alcune di queste, della serie «Sister», sono formate da una moltitudine di piccoli elementi creati in modo collettivo durante workshop o momenti conviviali, e ciascuno reca l’impronta di chi li ha realizzati: ogni scultura può essere così intesa come un volume di materia composto da miriadi di frazioni di tempo condiviso. Ma l’opera è costituita dall’aspetto materiale finito o dal processo collettivo di creazione? Laura Tripaldi, nel suo interessante testo in catalogo, che tratta del rapporto tra essere umano e tecnologia, centra precisamente questo nodo della pratica di Camoni: «Il nostro rapporto trasformativo con la materia è sempre stato reciproco: le persone hanno dato forma ai materiali tanto quanto i materiali hanno dato forma alle persone». L’artista, collettivamente, ha dato forma a delle opere che a loro volta si propongono di dare una nuova forma alla collettività. 

Chiara Camoni, «Con te, con tutto», 2026, Venezia, Arsenale, Padiglione Italia, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, «In Minor Key». Foto: Marco Zorzanello, Courtesy: La Biennale di Venezia

Chiara Camoni, «Con te, con tutto», 2026, Venezia, Arsenale, Padiglione Italia, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, «In Minor Key». Foto: Marco Zorzanello, Courtesy: La Biennale di Venezia

Questo aspetto è sottolineato dagli elementi vegetali che ornano le sculture, fiori e piante spontanee che, deperendo, andranno sostituiti: le opere, seppure fisse, sono in continuo movimento, e sono destinate nel tempo ad assumere forme e colori sempre nuovi; vanno coltivate, necessitano di una cura costante. Canziani ha concepito un allestimento in cui la distanza tra le opere sembra pensata per accogliere la presenza degli spettatori: le persone che attraversano lo spazio diventano, in un certo senso, l’equivalente dei mutevoli elementi vegetali che abitano le sculture, presenze variabili che ne completano e trasformano continuamente la percezione. Altre opere, della serie «Colonna» e «Daimon», sono fatte a colombino, una lavorazione della ceramica in cui si dà forma a un volume cavo per continue sovrapposizioni a spirale di cordoni d’argilla. È una tecnica usata per creare ciotole. Una delle sculture, una «Colonna», ne reca due di Fausto Melotti. Così come le opere di Camoni non hanno forma e identità stabili, le due opere di Melotti sono sia ciotole, sia contenitori, sia sculture, e la «Colonna» che le sostiene è sia opera che espositore. La seconda Tesa, osservata in pianta, ricorda vagamente un cartiglio egizio: i lavori sono allestiti simmetricamente rispetto all’asse delle vie d’accesso, e il perimetro dello spazio è incorniciato ad angolo retto da due lunghe opere a terra in onice, «Serpente» (2024) e «Serpentessa» (2025); al centro troviamo un «salotto» con panche rivolte verso il giardino e sei «Odalische», figure in grès smaltato distese su tappeti. Sono proprio queste a fare da passaggio visivo tra la prima e la seconda Tesa: collocate in modo da entrare in relazione prospettica con le sculture verticali, introducono gradualmente a uno spazio dominato dall’orizzontalità, un’orizzontalità che non è soltanto fisica, ma anche simbolica, intesa come forma di condivisione e di spazio comune non gerarchico.

Se nella prima sala il concetto di collaborazione era cristallizzato nelle sculture, nella seconda si percepisce come un fatto vivo, in divenire: alla sinistra troviamo «Disco Tornio» (2021), un’installazione che unisce lo strumento per lavorare la ceramica alla strumentazione da DJ, e che in alcuni momenti può essere attivata dal pubblico; in più punti dello spazio, da mosaici composti con residui di lavorazione del marmo affiorano le «Casette», armadi e mobili riadattati che ospitano le opere della sezione «Dialoghi», curata da Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli: il modo in cui sono allestiti i lavori di artisti percepiti da Camoni come affini richiama l’intimità delle fotografie di persone care che teniamo in casa, presenze silenziose capaci di ispirare, suggerire, dare forza. Abbiamo nuovamente un’opera che ne contiene altre, mettendone in tensione l’identità, e un allestimento costruito su una ponderata gestione di vuoti tra «isole» di lavori: per certi versi ricorda Venezia, una grande opera che ne accoglie altre, un arcipelago la cui unità fu fondata su relazioni e connessioni, e che ad oggi non cessa di mutare.

Matteo Mottin, 26 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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