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Olujimi Kambui, North Star

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Olujimi Kambui, North Star

Cinque storie pittoriche dalla Biennale di Venezia 2026

Luce tra la polvere, passeggiate nei boschi, voli a gravità zero, nuove antropologie e lucertole dallo spirito regale

Davide Landoni

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Può sembrare riduttivo, o al contrario pretestuoso, stillare solo cinque piccole gocce dall'oceano che rappresenta la Biennale, con 110 artisti che s'alternano nella grande mostra centrale, per tracciare un'ipotesi di racconto della grande esposizione. Eppure è lo stesso suo titolo, «In Minor Keys», che legittima letture parziali e soggettive, minime o laterali, tutte egualmente valevoli in un paesaggio dove ogni elemento è voce singola e allo stesso tempo amplificatore di quel che gli sta a fianco. Un concerto di risonanze e rimandi, lineari o suggeriti, dove ogni nota può farsi espressione dell'intera melodia. «In questo spirito, la Mostra non intende essere né una litania di commenti sugli eventi mondiali, né un atto di disattenzione o di fuga dalle crisi complesse e continuamente intrecciate», ha scritto la curatrice Koyo Kouoh (1967-2025). «Al contrario, essa propone una riconnessione radicale con l’habitat naturale e il ruolo originario dell’arte nella società: quello emotivo, visivo, sensoriale, affettivo e soggettivo». Ne risulta che tra le sale di Giardini e Arsenalie si susseguono una serie di «viaggi entusiasmanti che parlano al sensibile e all’affettivo, invitando i visitatori a meravigliarsi, meditare, sognare, gioire, riflettere ed entrare in comunione con dimensioni in cui il tempo non è né una proprietà aziendale né un elemento sottomesso alla tirannia di una produttività incessantemente accelerata». E così anche noi ci siamo lasciati meravigliare, impressionare da alcune storie che più di altre hanno lasciato un'orma nella mente. Ovviamente attraverso la loro declinazione estetica, le opere d'arte, che ne sintetizzano e amplificano il senso.

Ecco quindi che negli occhi galleggiano gli acquerelli e collage di Mohammed Joha (1978), che ha vissuto la sua infanzia e giovinezza a Gaza, lasciandola nel 2004. L'influenza degli anni nella Striscia - si è formato all'Università Al-Aqsa di Gaza City - ridondando ancora nel suo lavoro, brillano tra il fumo e la polvere di questi anni di guerra. La tecnica del collage di Joha, in cui sovrappone materiali di scarto – carta, cartone, tessuto – sulla tela in composizioni vibranti, prende spunto dalle pratiche quotidiane dei gazawi, intrappolati in cicli incessanti di distruzione e ricostruzione. In Biennale troviamo alcuni esempi della serie «No Shelter», realizzati mentre assisteva sullo schermo all'annientamento quasi totale di Gaza. Lontano con il corpo, partecipe con lo spirito. Sebbene formalmente astratti, i collage trasmettono un'intensa carica emotiva, introducono a un paesaggio malinconico che è sul punto di scomparire. L'atto stesso di riutilizzare materiali assume il profilo di una resilienza creativa, simbolo di una popolazione stremata ma non ancora doma. Le opere ritraggono i paesaggi di Gaza con ampie pennellate leggere, minimali nei dettagli ma ugualmente evocative, suggeriscono l'esistenza di bellezza che arde come brace sotto le ceneri. In un salto legittimato dall'immaginario espanso in cui vive questa Biennale, riportiamo una citazione di Federico Fellini: «Io credo che l'arte sia questo: la possibilità di trasformare il fallimento in vittoria, la tristezza in felicità: l'arte è il miracolo».

Più semplice, ma ugualmente potente, il miracolo quotidiano di Hala Schoukair (1957). Nei suoi dipinti e nei suoi disegni l'autrice descrive il mondo naturale con estrema poesia e delicatezza, sia quando si affida a una resa naturalistica che quando si abbandona al lirismo astratto. In ogni caso, tutto parte sempre dai ricordi delle lunghe passeggiate che sua madre le faceva fare da bambina nelle foreste del Monte Libano, durante le quali veniva incoraggiata ad apprezzare il mondo delle foglie, dei fiori e degli insetti, a godersi il miracolo del movimento, a notare la natura in fiore. È qui che l’arte, l’educazione e la maternità si uniscono e si spiegano a vicenda. I viaggi di Schoukair l’hanno portata da New York a Beirut fino a Ras el-Maten, dove ha trascorso la pandemia di Covid-19. Lì ha fatto nuove lunghe passeggiate nei boschi circostanti, ricollegandosi alla sua infanzia e alle lezioni della madre. L’opera dell'autrice si affida a un linguaggio in cui il sublime non è distante ma presente, in cui il mondo naturale non è solo uno sfondo ma un compagno vivo e pulsante dei nostri viaggi di riflessione e di scoperta di noi stessi. Ogni quadro è una finestra, da cui affacciandoci riconosciamo la fresca ombra di un albero in una giornata estiva o il dolce disegno delle gocce di pioggia.

Mohammed Joha, No Shelter 1, 2025, Acquerello. Foto Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia

Hala Schoukair (1957). Foto Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia

Appassionato di astronomia, nel 2022 l'artista Kambui Olujimi (1976) ha noleggiato un volo a gravità zero per sette colleghi creativi legati alla diaspora africana. L'idea era di osservarli mentre regalava loro l'esperienza di vivere in assenza di peso. In senso materiale, che non è poco, ma anche in senso lato. Nato e cresciuto nello storico quartiere nero di Bedford-Stuyvesant a Brooklyn, l’artista pone la gravità come metafora della supremazia bianca, chiedendo: quali sono le possibilità del Sé quando è svincolato dalla pressione e libero di giocare, quando gli si permette di esistere non in uno stato di resistenza, ma di liberazione? Tali possibilità sono racchiuse oggi in una serie di dieci dipinti di grandi dimensioni, in parte modellati su quei sette corpi fluttuanti, in parte esito della passione di Olujimi per una cosmologia in cui l'origine dell'umanità risiede nella polvere di stelle; e che ogni uomo, come un atomo sottoposto a fissione nucleare, contiene un potenziale energetico illimitato. Il risultato è un invito radicale e tenero ad abbracciare la possibilità di non avere limiti nella nostra vita quotidiana e terrestre.

Mohammed Z. Rahman (1997) ha studiato antropologia, ma forse nemmeno l'antropologia è ancora pronta a esprimere le moltitudini che l'artista contiene: queer, inglese, bangladeshi e appartenente alla classe operaia. O almeno è quel che ha percepito l'autore, che si è rivolto alla pittura per riuscire ad esprimere ciò che il linguaggio non riusciva più a contenere. Al suo interno proliferano quindi paesaggi onirici, eventi storici e racconti popolari che pongono ciò che è individuale e personale in dialogo con ampi contesti sociali e politici. In Biennale, l’installazione «Rolling Heart» raccoglie alcune delle sue opere recenti in una struttura espositiva alternativa, aperta, in semplice legno di pino, nella quale i dipinti sono rivolti sia verso l’interno che verso l’esterno, rivelando immagini e note nella parte retrostante, e le casse per il trasporto vengono riutilizzate sia come superficie pittorica che come sedute per il pubblico. La serie dal formato intimo «Lovers’ Vigil» (2024) raggruppa sessantaquattro dipinti realizzati su scatole di fiammiferi e raffiguranti fiori, candele e altri oggetti associati al dolore di un cuore spezzato. «Memento Vivere» (2024) consiste in una cassa dipinta in modo da riprodurre l’involucro di un preservativo la cui grafica celebra i lavoratori, chi ha prestato assistenza, gli amanti e gli attivisti dell’epidemia di AIDS. I dipinti su tavola di «Emergency Then» (2024) si ispirano invece a eventi che descrivono il fuoco sia come agente di perdita che come simbolo di sconvolgimento sociale.

Kefa Frederick Sempangi (1939), dopo un viaggio in Australia nel 1967, dipinse una lucertola. L'animale, una lucertola dal collare per la precisione, Crotaphytus collaris, originaria dell'Australia settentrionale, è raffigurata esattamente al centro di un paesaggio essenziale, mentre si muove verso destra. Due bande di colore, verde nella parte superiore e marrone in quella inferiore, delineano rispettivamente cielo e suolo. Un piccolo disco sbiadito e circolare suggerisce una luna o un sole al tramonto. Il rettile, quando si sente minacciato, apre il suo collare. Una postura difensiva che risulta centrale ai fini del messaggio che l'opera «Reptile» vuole esprimere. Si tratta infatti di una sorta di allegoria politica, che fa riferimento all'esilio in Inghilterra del re Kabaka Frederick Mutesa II (1924-1969), primo presidente dell'Uganda, figura ponte tra il dominio coloniale britannico e i primi anni d'indipendenza del Paese, fino a che conflitti interni non ne segnarono la fine politica. E non solo, dal momento che nel 1969 morì attanagliato dall'alcolismo in circostanze misteriose. Come il sovrano esiliato, la lucertola è esposta agli elementi, priva di vegetazione che le permetta di mimetizzarsi e costretta a una postura difensiva. Il disco in declino nel cielo accentua il senso di perdita. Sul piano formale, Sempangi colloca lo spettatore in stretta prossimità alla lucertola, rendendo visibili i bordi ondulati del collare aperto, la profondità della bocca spalancata e la rugosità delle squame sulle zampe.

In una Biennale sotto assedio chiamata a riflettere su un mondo in guerra, viene quasi spontaneo inscrivere la manifestazione stessa nei contorni di questa lucertola che rimane fiera e indomita, mentre tutt'attorno s'agita entropico lo sconvolgersi della Terra.

Mohammed Z. Rahman. Foto Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia

Kefa Frederick Sempangi, Reptile (2024)

Davide Landoni, 07 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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