Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Alighiero Boetti, «Titoli», 1979.

© Alighiero Boetti. Courtesy of Ben Brown Fine Arts, London

Image

Alighiero Boetti, «Titoli», 1979.

© Alighiero Boetti. Courtesy of Ben Brown Fine Arts, London

Boetti e Lee Ufan in due grandi mostre tra ordine e materia, a Venezia

Due mostre alla San Marco Art Centre mettono in dialogo il gioco concettuale di Alighiero Boetti e la filosofia della percezione di Lee Ufan tra dualità, spazio e risonanza delle cose

Davide Landoni

Leggi i suoi articoli

Bifore e monofore ricamate sulle Procuratie Vecchie come lettere sui tessuti di Alighiero Boetti, oppure disposte secondo ordine al pari dei fili di ferro che salgono come fieno grigio nell’installazione di Lee Ufan. A legare le metafore è SMAC - San Marco Art Centre, che nei suoi mille metri quadrati in Piazza San Marco allestisce due mostre per i due artisti. Quella su Alighiero Boetti (1940-1994), dal 7 maggio al 22 novembre, a cura di Elena Geuna, si configura come una retrospettiva ritagliata su venticinque anni di carriera dell’autore, letti attraverso la lente del gioco concettuale, declinato in sdoppiamenti o contrasti che ne evidenziano la passione per i dualismi. Visione che introduce la mostra sotto il segno del doppio, icasticamente interpretato da Alighiero Boetti in Autoritratto (1969) e Gemelli (1968). Opere che esplorano l’identità come scissa, riflessa e moltiplicata, che inducono a riflettere sull’origine e sul destino delle nostre scelte. Scenario frammentario e dalla risposta sospesa, che avrebbe spinto l’autore, tre anni dopo (1972), ad adottare la firma duale «Alighiero e Boetti». Questione di instabilità, di permeabilità al caso e al cambiamento, di autoriflessione estrema che riscontriamo in ognuna delle cento opere esposte, datate dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Novanta. Dall’Arte Povera ai progetti collaborativi, Boetti ha seguito una traiettoria che si è consolidata per paradossi, mettendo in discussione i suoi stessi presupposti, accettando il caso, la ripetizione e l’autorialità condivisa come forze generative. Il pensiero muove soprattutto verso i disegni Biro (dal 1972), insieme ai Ricami (dal 1971) e alle Mappe (dal 1971), realizzati attraverso collaborazioni di lunga durata con artigiani afghani e qui raccolti in mostra. La dinamica è tra quelle più celebri del dopoguerra italiano: Boetti stabiliva il quadro concettuale e i parametri regolativi di ciascuna opera, mentre la sua esecuzione era delegata ad altre mani. Provocazione filosofica ai tempi della scissione tra idea ed esecuzione, ma anche esaltazione del lavoro condiviso nell’epoca della globalità. Cosa sono, le Mappe, se non un tentativo di appartenere al mondo, di unirsi nelle differenze? Quasi un tentativo utopico di venire a sintesi con le imponderabili variabili dell’esistenza, che raramente restituiscono un incastro preciso come avviene nelle griglie ordinate, e colorate, care all’autore. Assomigliano piuttosto al caos calmo degli Aerei (dal 1977), strutture mutevoli, solo all’apparenza immobili, ma intimamente tese al movimento. Un’agitazione che ribolle al di sotto dell’ordine: cosa accadrebbe, se tutti quei velivoli improvvisamente si attivassero? Così la dimensione spaziale e temporale si fa misura di quel che esiste e di quel che non esiste, di ciò che si può controllare e di quel che bisogna affidare inevitabilmente al caso. L’accumulazione costante di date nei Calendari, insieme al ripetuto impiego di elementi grafici nelle opere su carta, registra analogamente l’inesausto tentativo di stressare un sistema rigido fino a diluirne il senso, portandolo all’iperbole.

Riflessioni che risuonano nella mostra di Lee Ufan (1963) visibile dal 9 maggio, organizzata dalla Dia Art Foundation e curata da Jessica Morgan. Dipinti storici, lavori nuovi e installazioni su larga scala, inclusa una commissione site-specific, raccontano sette decadi di ricerca. A tenerli insieme la filosofia dell’autore - Mono-ha (Scuola delle Cose) - che teorizza un’arte che non crea dal nulla, ma organizza materiali grezzi mettendoli in risonanza con lo spazio circostante. Vale per i dipinti (per esempio From Winds, 1986), in cui poche pennellate tenui, grigie e blu, si sovrappongono e alternano nello spazio bianco, attivandosi reciprocamente attraverso il vuoto. Vale per le installazioni (Relatum, 1969/2019), che operano in sinergia con l’architettura - in questo caso di Smac - per suggerire un’assonanza tra il percepire umano e quello naturale, tra il nostro tempo e quello geologico della natura. Come se nel silenzio e nella riflessione si nascondesse l’essenza, da centrare in un punto di convergenza tra visibile e invisibile.

Davide Landoni, 01 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Boetti e Lee Ufan in due grandi mostre tra ordine e materia, a Venezia | Davide Landoni

Boetti e Lee Ufan in due grandi mostre tra ordine e materia, a Venezia | Davide Landoni