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Laura Giuliani
Leggi i suoi articoliNella Terra tra i due Fiumi, dove nacquero le prime comunità urbane, c’è una città che aspetta di essere svelata, sepolta sottoterra. La fondò Alessandro Magno (già forte della conquista dell’Impero persiano) di ritorno dall’India e poco prima di morire a Babilonia nel 323 a.C., gemella di Alessandria sul Nilo. A raccontarlo è Plinio il Vecchio nel VI libro della Naturalis Historia (65-75 d.C.). Grazie alla sua descrizione, quasi una decina di anni fa uno dei più autorevoli esperti del periodo ellenistico del Mediterraneo e del Vicino Oriente, Stefan Hauser dell’Università di Costanza, ha dato inizio alle ricerche di Alessandria sul Tigri, nel sud dell’Iraq al confine con l’Iran, nel sito di Jebel Khayyaber, esplorato per la prima volta nel 2016 dagli archeologi britannici Jane Moon, Robert Killick e Stuart Campbell.
Se per la ricerca archeologica le fonti antiche sono fondamentali, altrettanto imprescindibili si sono rivelate le tecniche di indagine non invasive che hanno fatto scorgere nel terreno quello che a occhio nudo non è possibile vedere: strade, abitazioni, edifici monumentali e porzioni di mura. Un’impresa formidabile raggiunta senza scavi e senza distruzioni, con pazienza e dedizione e il fondamentale ausilio di droni, immagini satellitari e meticolose prospezioni geofisiche che hanno messo in luce l’eccellente stato di conservazione delle rovine sotto la superficie attuale. Ne è scaturita la pianta di un’importante metropoli di dimensioni notevoli soprattutto nel periodo arsacide (partico), quando prese il nome di Charax Spasinou e poi di Charax Meisan, capitale della provincia di Mesene e porto più importante del Golfo Persico. Alla città e al suo ruolo nevralgico nei traffici commerciali, Hauser ha dedicato un articolo (The Arsacid Center of Trade: Charax Spasinou, Capital of Mesene in Fabian, Lara et al.: Economies of the Edge: Frontier Zone Processes at Regional, Imperial, and Global Scales, 300 BCE-300 CE, Heidelberg University Publishing, 2025, pp. 145-173) in cui invita a leggere quest’area geografica, finora considerata, a suo avviso, esclusivamente come luogo di passaggio dei mercanti palmireni che commerciavano con l’India, nell’ambito della più ampia rete di traffici e scambi che avvenivano, invece, in tutto l’Impero arsacide, dall’alto Eufrate a ovest fino all’Iran orientale, dalla metà del II secolo a.C. fino agli inizi del III secolo d.C.
Professor Hauser, partiamo dall’inizio.
Dopo una campagna preliminare nel 2016, l’anno seguente, su invito dei colleghi britannici Moon, Killick e Campbell, mi sono unito al gruppo per individuare e tutelare i siti nella provincia di Bassora (in collaborazione con il Dipartimento delle Antichità irachene e il contributo triennale del British Cultural Protection Fund) con l’obiettivo di compiere un’indagine di superficie nel sito di Alessandria/Charax e nelle aree limitrofe. Grazie ai fondi della Deutsche Forschungsgemeinschaft (Dfg) è stato possibile coinvolgere un geologo e un tecnico, quest’ultimo indispensabile per interpretare l’enorme quantità di dati raccolti con le prospezioni. In seguito si è aggiunto anche il prezioso sostegno della Gerda Henkel Stiftung.
Una veduta del sito di Alessandria, Charax, con i bastioni delle mura
In che misura le fonti antiche hanno contribuito alla ricerca?
La storia del sito, dalla sua fondazione al ruolo di capitale della provincia arsacide di Mesene, è nota grazie a fonti letterarie antiche, iscrizioni, soprattutto provenienti da Palmira, ritrovamenti come una statua bronzea di Eracle con un’iscrizione che descrive eventi del 150-151 d.C. e numerose monete coniate a Charax dai re locali di Mesene. Dagli atti dei sinodi della Chiesa cristiana d’Oriente, che coprono il periodo dal 410 al 775 d.C., sappiamo anche che in questo periodo Charax ebbe un vescovo cristiano. Poi le tracce si perdono. Dalle ricognizioni di superficie finora non risulta un’occupazione in questi anni.
Come siete arrivati a identificare la città con Charax Spasinou?
Grazie a Plinio il Vecchio che nel libro VI della Naturalis Historia descrive la fondazione e il cambio del nome. Questa è l’unica menzione di Alessandria, sebbene altri autori confermino che Alessandro fondò una città. I nomi di Charax Spasinou e, più tardi, Charax Meisan, sono noti da numerosi testi.
Alessandro aveva un piano preciso per la fondazione delle sue città?
Alessandro ebbe pochissimo tempo per sviluppare i suoi piani, morì poco dopo aver deciso, o meglio decretato, che Alessandria sul Nilo e Alessandria sul Tigri dovessero essere fondate in quei luoghi specifici. Entrambi i siti, infatti, si trovano sulla costa o nelle immediate vicinanze e collegano il mare aperto con la rete fluviale che li univa ai principali centri dell’entroterra. In Egitto fu Tolomeo I a trasferire la sede del governo da Menfi ad Alessandria sul Nilo, nel tentativo di consolidare la sua posizione tra i diadochi (i successori di Alessandro), e non Alessandro stesso che avrebbe potuto farlo solo se fosse vissuto abbastanza a lungo. Ma era troppo impegnato a Babilonia, candidata a diventare molto probabilmente la futura capitale.
E Alessandria sul Tigri?
La posizione della città su un terreno leggermente più elevato nel punto di confluenza dei fiumi Tigri ed Euleo, che poco dopo sfociavano nel Golfo Persico, si rivelò la scelta ideale per favorire i commerci tra Babilonia e l’India. Nei secoli precedenti i vari rami dell’Eufrate avevano subito modifiche con il convoglio delle acque verso il Tigri attraverso la realizzazione del Canale Reale («Nahr Malkha») nella Babilonia settentrionale, mentre un altro ramo, a ovest, si era trasformato a poco a poco in palude. A questo si aggiunge il deposito di materiale alluvionale che ha contribuito alla variazione della linea costiera e alla modifica del corso dei fiumi, trasformando così il paesaggio e le condizioni di navigazione.
Resti di colonna nel sito di Alessandria, Charax
Quanto era grande la città?
Si estendeva per circa 7 km quadrati: è possibile seguire il profilo urbano sul lato nord ed est nelle immagini satellitari per oltre 3,5 km, poiché le mura, ovvero i bastioni, che servivano a proteggerla dalle inondazioni, sono ancora in piedi con un’altezza di 4-6 metri. A ovest, abbiamo potuto seguirle lungo il corso dell’antico fiume, mentre a sud dobbiamo ancora individuare i limiti esatti. Il sito è quasi completamente pianeggiante e il materiale archeologico si trova appena sotto la superficie attuale. Le iniziali prospezioni geofisiche hanno setacciato circa 100 ettari, raddoppiati nel 2024 grazie alla collaborazione con la società Eastern Atlas (Berlino). Avremmo voluto proseguire in primavera con una campagna finale per arrivare a ricostruire la struttura dettagliata della città.
Quali edifici avete individuato?
Sono emersi quattro diversi orientamenti di strade ed edifici corrispondenti a differenti fasi della storia urbana. La pianta più rilevante caratterizzata da isolati molto estesi sicuramente non è dell’età di Alessandro. Si scorgono strade parallele per svariati chilometri verso sud e parallele alle mura di cinta a nord. In altre aree abbiamo trovato complessi industriali, come fornaci lungo un canale urbano, e identificato alcuni probabili templi e un enorme complesso palaziale. Dagli scavi di sondaggio sono emerse prove di una combinazione di elementi mediterranei come colonne, peristili e stoà, realizzati con materiali locali come i mattoni crudi.
Lei scrive che finora gli studi sono stati dominati da una visione «romanocentrica» che di fatto ha impedito una corretta valutazione di quest’area geografica.
La nostra visione della storia antica è permeata da una prospettiva eurocentrica «orientalista» sviluppatasi tra il XVII e il XVIII secolo e che ancora oggi, in una certa misura, domina il dibattito. Un esempio calzante è proprio l’Impero arsacide, che coesistette con l’Impero romano come potenza rivale in Oriente per diversi secoli. Le fonti romane lo considerano generalmente un avversario e partner altrettanto forte di Roma, ma la ricerca tradizionale ha delineato un’immagine completamente diversa. Sebbene l’impero si estendesse dall’Eufrate siriano all’odierno Pakistan, ha lasciato pochissime fonti scritte. Di conseguenza, la sua storia è in gran parte basata su fonti romane spesso parziali e interpretate in modo negativo. Anche l’interpretazione delle numerose serie di monete provenienti da questi territori è stata influenzata da pregiudizi.
Quindi la ricerca ad Alessandria/ Charax ha cambiato la prospettiva del mondo antico?
Sicuramente. Il mercato a cui i mercanti di Charax si rivolgevano principalmente era costituito dalle grandissime città della Babilonia settentrionale. Le due capitali gemelle di Seleucia e Ctesifonte (dove i colleghi dell’Università degli Studi di Torino stanno attualmente riportando in auge una tradizione di ricerca italiana di fondamentale importanza, lunga sessant’anni) rappresentavano l’equivalente orientale di Roma e, secondo le fonti antiche, contavano almeno mezzo milione di abitanti. Eppure, nessuno si è mai interrogato sugli interessi e sul possibile ruolo di coloro che prosperavano grazie all’enorme surplus derivante dalle attività agricole. Contrariamente all’idea comune, incentrata su Roma, questo commercio a lunga distanza era promosso da interessi interni all’Impero arsacide.
Quali saranno i prossimi passi?
Se questa guerra irresponsabile contro l’Iran avrà fine, speriamo di poter realizzare il prossimo autunno la campagna geofisica finale, già rimandata più volte. Attualmente sono alla ricerca di finanziamenti per gli scavi dei siti individuati grazie alle prospezioni geofisiche. Accolgo con favore l’adesione di colleghi ai nostri sforzi.
Di fronte alla guerra qual è il contributo degli archeologi?
Sia l’Iran che l’Iraq sono Paesi meravigliosi con persone meravigliose, troppo spesso travisati dai media europei. Come archeologi possiamo solo mettere in luce il ricco patrimonio culturale della regione e accrescerne l’importanza storica.
Una fotografia scattata durante gli scavi ad Alessandria sul Tigri
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