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Francesco Tiradritti
Leggi i suoi articoli«A volte ritornano». Questo è quello che viene in mente leggendo la notizia della scoperta di camere segrete nella Tomba di Tutankhamon. Lo si pensa perché si tratta di un’ipotesi propugnata già una decina di anni fa in uno studio in cui si sosteneva che al di là della parete settentrionale e occidentale della camera funeraria si celasse la Tomba di Nefertiti, la celeberrima sposa del faraone Akhenaton (seconda metà del XIV secolo a.C.). Seguirono alcune analisi in loco. Una squadra di tecnici giapponesi diede ragione all’autore dello studio (l’egittologo inglese Nicholas Reeves), docenti e ricercatori del Politecnico di Torino confutarono la sua teoria. Dopo qualche mese, l’attenzione dei media scemò e la presunta scoperta cadde nel dimenticatoio.
Sembrava dimenticata per sempre e, invece, uno studio di cui Reeves è stavolta soltanto cofirmatario la ripropone senza aggiungere alcunché di sostanzialmente nuovo al già detto, limitandosi a giocare al rilancio. Le camere segrete da due diventano sette. La parete settentrionale celerebbe infatti un corridoio centrale sul quale si affaccerebbero sei camere. Una struttura del genere non ha altri paralleli per l’Egitto antico, ma questo pare di importanza secondaria.
A questo risultato si sarebbe arrivati con nuove analisi geofisiche, eseguite stavolta da una squadra di tecnici egiziani. Vengono definite scientifiche perché prevedono l’utilizzo di una strumentazione. Per esserlo davvero dovrebbero però essere ripetibili e ripetute da una o più squadre diverse nelle stesse condizioni e utilizzando la medesima apparecchiatura. Non sembra che però si sia seguito questo protocollo, così come non lo si fa mai nelle altre occorrenze quando si invoca la scientificità di una procedura nello studio dell’antichità.
Nulla di nuovo, perciò: soltanto una notizia che torna a nuova vita. Perché allora ce ne occupiamo? Perché, in un modo o in un altro, Tutankhamon è ormai assurto a icona mondiale contemporanea incarnando post mortem il concetto espresso da Piero Manzoni attraverso la «Merda d’artista». Tutankhamon è infatti oggetto di una curiosità talmente morbosa che ogni cosa che lo riguarda è «glamour».
Come nessun museo si sognerà mai di aprire una delle 90 scatolette in latta di Manzoni, a nessun archeologo verrà mai in mente di abbattere le pareti dipinte settentrionale e occidentale della camera funeraria di Tutankhamon. L’ipotesi dell’esistenza di camere segrete non potrà perciò mai essere davvero accertata.
Piantina della Tomba di Tutankhamon: possibile disposizione delle camere funerarie e del sistema ipogeo oltre le pareti decorate a nord e a ovest della Camera Funeraria (J) della KV62 (Disegno: GBG Group). In giallo quelle ipotizzate corrispondenti a due possibili anomalie del terreno; in viola quella ipotizzate con meno certezza. Tratto da Mamdouh Eldamaty, Abbas Mohamed Abbas, George Ballard, and Nicholas Reeves. 2026. An Archaeo-geophysical Review and Assessment of the Structure and Morphology of Tutankhamun’s Tomb (KV 62). Amarna Royal Tombs Project. Valley of the Kings. Occasional Papers n. 8, frontespizio
Francesco Tiradritti
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