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Padiglione Israele

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Padiglione Israele

Biennale Venezia 2026: la protesta sonora degli artisti contro il Padiglione Israele

Un ronzio ipnotico e inquietante che per tutta la settimana della preview, ogni giorno alle 12:00, gli artisti replicheranno in diversi punti nevralgici della manifestazione

Mentre i cancelli dei Giardini si aprivano per l'anteprima riservata alla stampa e agli addetti ai lavori (5 maggio), la 61ª edizione della Biennale di Venezia è stata scossa da un’azione collettiva che si è diffusa lungo tutta la laguna. Circa sessanta artisti, molti dei quali protagonisti della mostra internazionale, hanno dato vita a una performance carica di tensione politica, mirata a contestare apertamente la presenza di Israele nella manifestazione veneziana.

L'azione, battezzata «Solidarity Drone Chorus», non si è concretizzata in performance provocatorie o slogan gridati, ma attraverso un'espressione più sottile e pervasiva: il suono. A mezzogiorno, i partecipanti si sono radunati all'ingresso principale intonando la «Drone Song», un brano del compositore di Gaza Ahmed «Muin» Abu Amsha. Un ronzio ipnotico e inquietante che, nelle intenzioni dei performer, serviva a «occupare acusticamente lo spazio», portando tra i viali del jet-set artistico l'eco della sofferenza quotidiana nei territori palestinesi.

«Il rumore dei droni è una presenza costante e oppressiva nella vita di Gaza», ha spiegato l’artista Carolina Caycedo, le cui opere sono esposte nella sezione «In Minor Keys». «Attraverso questo coro, volevamo trasportare qui un frammento della realtà brutale che la popolazione civile affronta e resiste ogni giorno».

Il nucleo della protesta affonda le radici nel malcontento per la gestione politica della Biennale. Molti artisti criticano la decisione della direzione di non escludere Israele, sentendosi quasi «costretti alla complicità» dall'organizzazione. Il malessere, iniziato a marzo con una lettera aperta firmata da centinaia di professionisti del settore, ha trovato una forma visibile nei T-shirt indossati dai manifestanti. Capi che riportavano i nomi di creativi palestinesi, molti dei quali hanno perso la vita nel conflitto, con le loro opere riprodotte sul retro.

Non si tratta solo di una critica al Padiglione israeliano - quest’anno strategicamente ricollocato all'Arsenale - ma di un tentativo deliberato di rimettere al centro della scena i colleghi palestinesi. Tra i nomi ricordati figurano Farah Qarmout e Ola Al Shrif, voci della Biennale di Gaza oggi costrette all'esilio tra il Cairo e Abu Dhabi.

Secondo quanto dichiarato dai portavoce del collettivo, il «Solidarity Drone Chorus» non resterà un evento isolato. Per tutta la settimana della preview, ogni giorno alle 12:00, gli artisti replicheranno l'azione in diversi punti nevralgici della manifestazione.

Redazione, 05 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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